Roma: la nuova legalita’ del soviet

Roma: la nuova legalita’ del soviet

 

Dobbiamo trarre tutte le con­seguenze che derivano dalla teoria di un’organizzazione come mezzo, come strumento rivo­luzionario. Proprio perché diciamo che l’organizzazione è strumentale, noi neghiamo che essa abbia e pos­sa avere anche un solo momento di dimensione tecnica; la sua dimen­sione – vogliamo dire, cioè la sua validità come strumento – è solo politica; l’organizzazione è strumen­to solo politico, è mezzo della po­litica.

Questo fatto presuppone che por­si il problema dell’organizzazione significa tradurre in termini orga­nizzativi un progetto politico già chiaro. Quanto maggiore chiarezza politica, tanto maggiore organizza­zione e articolazione organizzativa. Il livello organizzativo arriva fin dove arriva la chiarezza politica: nulla di più. Porsi quindi il pro­blema di un’organizzazione nazio­nale significa porsi problemi politi­ci a livello nazionale, ecc.

Dobbiamo dunque, innanzi tutto, formulare e coagulare in un docu­mento politico la nostra volontà organizzativa, chiarendo il progetto nei suoi dettagli, i compiti a lungo, medio e breve termine, perché la organizzazione deve darsi strumenti corrispondenti agli obiettivi di lun­go, medio e breve periodo.

Per esempio, un errore è quello di concepire l’organizzazione come strumento del progetto di lungo periodo, trascurando gli altri aspet­ti. Questo errore è stato ed è ca­ratteristico delle organizzazioni M-L e di tipo trotzkista, interessa­te ad avere una centralizzazione ca­pace di omogeneità ideologica (par­tito come organizzazione dell’ideo­logia), ma non interessato a risol­vere in proprio il progetto di più breve respiro (delega alle organiz­zazioni di massa esistenti e alle strutture locali di partito: centrismo politico e sindacale).

L’errore opposto è quello di in­tendere l’organizzazione come stru­mento del progetto immediato e lo­cale, il partito come santificazione organizzativa della pratica politico­-sociale.

Cade nella concezione di un par­tito come sola prassi politica quo­tidiana, il compagno che non opera il necessario salto qualitativo nella organizzazione, quando le condizio­ni sono mature per farlo (quando il salto deve essere fatto), arroccandosi invece nel localismo per timo­re della centralizzazione, o della di­mensione ideologica e generale marxista dell’organizzazione com­plessiva.

La stagnazione dell’organizzazio­ne localistica, l’incapacità di superare i livelli di solo coordinamento organizzativo, sono poi il risvolto opposto dell’entrismo, il suo rove­scio dialettico: e come quello, non sono in grado di costruire una al­ternativa organizzativa reale, per­ché ad essi manca il respiro com­plessivo e quindi la capacità di es­sere organizzazione politica reale.

Porsi il compito di coagulare il progetto politico, che si sviluppa a livello locale, provinciale e nazio­nale, significa indicare chiaramente innanzi tutto, e tradurre in termini organizzativi poi, i livelli politici in sui s’intende essere presenti, in cui, cioè, ci si vuole inserire, la ampiezza della risposta politica che si in­tende articolare, di fronte ai pro­blemi posti alla classe operaia e al proletariato.

I compagni compiono un grave errore teorico e pratico e rendono con ciò difficile la costruzione della organizzazione se non vedono l’or­ganizzazione altro che in termini di centralizzazione, a cui dover oppor­re la libertà delle strutture periferi­che, la democrazia di base, la spon­taneità. Un grave errore, questo, che: impedisce di cogliere il nesso stretto fra articolazione del progetto politico, cioè fra risposte ai problemi politici – ossia obiettivi po­litici articolati che ci si pone – da una parte, e livelli e tipi di organizzazione, nell’organizzazione complessiva, dall’altra.

I compagni devono capire e con­vincersi che il problema di un’orga­nizzazione nuova non deve  e non può oscillare, meccanicamente, fra i poli della centralizzazione e della decentralizzazione. Una organizza­zione nuova, fondata sulla funzio­nalità dello strumento politico dell’organizzazione, non si articola in senso verticale (e quindi verticisti­co), per cu il quadro nazionale sta sopra il quadro provinciale e que­sto sopra quello locale. L’organiz­zazione nazionale e la sua struttura non sta sopra e non può stare sopra perché i compiti del quadro nazionale dell’organizzazione comples­siva sono diversi, coordinati (e non subordinati), paralleli (e non so­vrapposti) a quelli delle altre strutture dell’organizzazione. I compiti politici ai vari livelli (generali e lo­cali) e di diverso periodo (lungo, medio e breve periodo) sono non solo diversi di per sé (per es. i compiti del quadro nazionale sono certamente anche quelli della con­servazione dei livelli della coscienza di classe, quelli di « memoria» dell’organizzazione, quelli dell’omoge­neità ideologica), ma sono anche diversi a seconda della realtà poli­tica, del momento politico (per es. i compiti del quadro nazionale, oggi, non sono certo quelli di organizzare e indire lo sciopero generale, ma domani saranno certo quelli di or­ganizzare le scadenze generali della lotta rivoluzionaria).

L’organizzazione (nazionale, pro­vinciale, locale) ha dunque una struttura orizzontale, parallela (non verticale e verticistica), proprio perché ogni sezione dell’organizzazione risponde a esigenze politiche insostituibili e quindi a compiti politici diversi e distinti, Non si tratta di sacrificare l’uno per l’altro : la organizzazione non impone di dover rinunciare alla decisione politica, via via che la dimensione di esso cresce; esso non impone la subor­dinazione, la coartazione disciplinare, la delega, la rappresentatività della politica, invece dell’appropria­zione diretta della politica: i com­piti dei diversi livelli organizzativi sono e debbono essere infatti divesi e paralleli, essendo le risposte ai I problemi politici -che essi vogliono imporre – aspetti diversi di u­na unica risposta (la rivoluzione) ai molti problemi di fronte ai quali si trova la classe.

Per esempio, un compito specifico del programma nazionale è certo anche quello di conservare e far crescere il livello di coscienza poli­tica comunista dell’autonomia della classe, di fronte al riflusso e quindi alla disponibilità maggiore alle soluzioni entriste. Sarebbe invece vel­leitaria un’organizzazione nazionale la cui struttura rispecchiasse il com­pito oggi impossibile di imporre scadenze nazionali di lotta. Invece, l’articolazione specifica dei livelli in­termedi e di medio periodo deve essere capace di rispondere al pro­blema politico della strategia liquidatoria delle riforme, capace quindi di porsi come alternativa reale e polo di attrazione rispetto alla base del partito riformista e del sindacato, incalzandola politicamente e organizzativamente sul terreno del riformismo e del compromesso sto­rico, della politica di nuovo svi­luppo economico e della tregua concertata. E così l’articolazione orga­nizzativa locale, di fabbrica e di quartiere, deve identificarsi con la struttura alternativa (sociale e politica) del soviet, proprio perché so­viet e partito, in quanto strutture diverse (l’una alternativa e sostitutiva dello stato, l’altra transitoria via via che crescono i soviet) deb­bono compenetrarsi (il soviet, come organizzazione in cui il partito affonda le sue radici), per impedire fin d’ora la loro separazione alter­nativa (o soviet o partito, o comu­nismo anarchico subito o partito-­stato sempre). E la organizzazione necessaria alla formazione dei qua­dri non dev’essere intesa alterna­tiva alla formazione comunista dei soviet: la scuola quadri è una scuola con compiti limitati, rispetto ai quali insostituibile è la formazione nel soviet stesso (problema della dissoluzione delle istituzioni e della legalità dello stato: giustizia pro­letaria; problema della dissoluzione delle strutture sociali borghesi: nuova struttura del nucleo familia­re, nuova educazione, emancipazio­ne femminile, eguag1ianza sessuale, ecc.). Tutto ciò, nella misura in cui si tratta di problemi politici da im­postare e risolvere, comporta solu­zioni organizzative da dare. 

Il problema dunque non è quello di una alternativa meccanicistica: centralizzazione o meno. Il proble­ma è quello di concepire le strut­ture organizzative come proiezioni di problemi politici reali e costruirle come tali, parallele in un quadro omogeneo e unitario.

 

COMITATI AUTONOMI ROMANI

 

Da ”Rosso Giornale dentro il movimento” anno III n.8-24 APRILE 1976

Torna alla sezione

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.