Rompere il blocco corporativo significa: organizzazione

Rompere il blocco corporativo significa: organizzazione

 

La lotta per l’organizzazione è appena cominciata. Ma tutti sanno che è cominciata e che d’ora in poi tutto si misura non più semplicemente sulla crescita dell’area dell’autonomia ma sulla crescita dell’organizzazione dell’autonomia. Lo sanno tutti, anche gli avversari: quando lo zdanovista Spinella o il degenerato Pecchioli parlano di noi invitando lo Zar a chiudere le nostre sedi, lo sanno; quando i gruppuscoli e tutti gli opportunisti e i pacifisti spargono pettegolezzi ed insinuazioni (ché di più non son neppure capaci) contro di noi, lo sanno. E lo sappiamo anche noi, e mettiamo su questo problema tutto l’impegno e la serietà combattente che merita. Perciò ringraziamo i compagni che su Senza Tregua hanno aperto con chiarezza questo problema ed il dibattito con noi. E ringraziamo tanto più i compagni che su La voce operaia cominciano a rielaborare e a discutere pubblicamente una serie di temi che, nella pratica, ci uniscono e, nella prospettiva, ci debbono ancor più stringere in un unico travaglio di organizzazione rivoluzionaria. Perciò infine ringraziamo tutti i compagni e le organizzazioni dell’autonomia operaia e proletaria che ormai spingono collettivamente ad un salto complessivo della discussione e della pratica politica sul terreno dell’organizzazione.

La lotta per l’organizzazione è appena cominciata, dunque. Essa ci presenta una condizione negativa (il fallimento dei partitini, dei gruppuscoli, dell’efficacia delle litanie terzinternazionaliste: fallimento irreversibile, giustamente decretato dal movimento, ma comunque negativo per gli effetti determinanti, per i ritardi imposti, per le speranze frustrate, per le menzogne diffuse, per l’utopia di troppi compagni qui espropriata) ed una condizione positiva (il fatto che la crisi avviene dentro la crescita di lotta e l’espansione sociale dell’autonomia operaia e proletaria, il fatto che il movimento si è rafforzato in maniera sbalorditiva ed in maniera sempre più militante). Ma è chiaro che il processo può essere risolto solo in maniera soggettiva: quando diciamo soggettiva, diciamo la volontà continua di centralizzare la linea politica e iniziativa di organizzazione, diciamo costruzione di un gruppo dirigente dentro il movimento di massa, diciamo capacità di distruzione della delega per esercitare direzione operaia.

Bene, compagni, a che punto siamo? Per rispondere in maniera figurata, possiamo solo dire che stiamo attraversando un lussureggiante giardino di mostri. In maniera non figurata diciamo subito che la ricchezza dell’iniziativa politica dell’autonomia organizzata, la sua originalità, la sua determinazione, si disperdono troppo spesso in un groviglio di accentuazioni singolari, di esperienze specifiche, di chiusure e di settarismi, non legittimanti il processo complessivo dell’organizzazione. Bisogna battere tutto questo, bisogna distruggerlo dall’interno del processo di partito della autonomia operaia, pena la sconfitta. I cannoni della Cia e i pifferi di Berlinguer aspettano solo che si continui nell’infantilismo e nella stupidità che caratterizzano troppo fasi recenti della nostra esperienza.

Dal momento che non ci piace parlare per accenni e in negativo, ripetiamo, alcuni criteri che ci sembrano fondamentali per il nostro lavoro di organizzazione (anche in riferimento ad alcune sollecitazioni, che accettiamo, dall’ultimo editoriale di Senza Tregua e ad alcune proposte di La voce operaia).

1) Il passaggio materiale all’organizzazione. La maturità del comunismo è l’elemento fondamentale dell’organizzazione e del programma. Questa maturità è materiale, è di massa. Il capitale la registra sulla propria pelle come «costo del lavoro», e cioè – in termini scientifici – come rigidità e irreversibilità della quota «necessaria» della giornata lavorativa. Il riformismo non riesce a batterla, a piegarla. Un nuovo modo di produzione (questo significa ristrutturazione) ha già cominciato ad essere messo in funzione, per battere la classe operaia e per schiacciare la sua potenza sul piano della lotta e dell’organizzazione. Il riformismo è completamente dentro, è forza trainante – principale – di questo processo. I caratteri fondamentali di questo processo sono, in termini materiali, la terziarizzazione crescente dei processi produttivi e la socializzazione dello sfruttamento. L’autonomia operaia è nata e si svolge dentro questo passaggio capitalistico, che riesce a contrastare efficacemente. Essa non semplicemente va ai cancelli delle fabbriche ma marcia dentro le linee dello sviluppo capitalistico dalla fabbrica alla società. L’autonomia operaia non nasce semplicemente dall’interno delle fabbriche ma dall’estensione e dalla generalizzazione degli effetti della lotta dell’operaio massa sull’intero tessuto sociale. L’autonomia operaia non è l’erede delle vecchie, fatiscenti assemblee autonome (che d’altronde esistono solo di nome e la cui cura lasciamo agli archeologi) ma l’interprete del movimento generale dell’operaio massa sulla e dentro la società, contro tutto lo sfruttamento. Politicamente, lo scontro contro il nuovo blocco di potere che accomuna sindacati e padroni, corporativamente, nella grande fabbrica, è fondamentale nella definizione del progetto organizzativo dell’autonomia operaia.

D’altra parte, è l’esperienza che prima di tutto l’insegna: a che scopo picchettare le porte della grande fabbrica, sede privilegiata dell’alleanza corporativa fra padrone e sindacato, e dimenticare che il centro del potere si è dislocato altrove, nelle sedi di progettazione della ristrutturazione, dell’automazione, eccetera. Rompiamo complessivamente il blocco corporativo di fabbrica e le sedi della progettazione: questo è il compito, ma soprattutto il terreno discriminante sul quale si costruisce organizzazione dell’autonomia. L’organizzazione dell’autonomia è immediatamente organizzazione dell’operaio sociale, quando si capisca – ed anche gli stupidi ormai lo debbono capire – che si è più operai come impiegati della progettazione che nella misera (la parola è di Lenin) realtà della fabbrica empirica. Che comunque si è più operai nel partito che in qualsiasi altro luogo. E con ciò l’autonomia organizzata prende definitivamente congedo dall’operaismo e da tutti gli isterismi fabbrichistici ed autonomistici. Sia dunque chiaro che la nostra ferrea considerazione della centralità operaia è la considerazione marxiana e leninista dell’organizzazione proletaria. Da questo punto di vista l’unilaterale accentuazione di momenti progressivi di socializzazione operaia (come ad esempio il proletariato giovanile) ci interessano almeno altrettanto che la resistenza di fabbrica dell’operaio di massa.

2) Il passaggio formale dell’organizzazione. Questo passaggio non è lineare, la crescita del potere operaio come organizzazione non è molecolare. Il passaggio non può essere previsto, provocato, descritto in termini economicistici ma solo in termini politici. Ci sono compagni che riprendono termini antichi (qualificandoli spesso di leninismo) per parlare di organizzazione. La filologia è una scienza inesatta: quindi lasciamo volentieri agli altri il rischio delle interpretazioni, delle collezioni e il piacere dei reperti. Per quanto ci riguarda riteniamo, lenisticamente e maoisticamente, che l’organizzazione sia la scienza del diverso e la pratica della discontinuità. Senza ascendenti teorici riteniamo poi che la struttura dello «stato delle multinazionali» ci imponga la continua (discontinua) articolazione di azione di massa e di azione di avanguardia, e che l’organizzazione debba essere capace di complessività su questo terreno intero. Riteniamo che sia impossibile distinguere un elemento dall’altro così come subordinare l’uno all’altro, se non nella densità del dibattito politico e nella capacità di attaccare giustamente, di volta in volta. L’organizzazione politica procede, se potrà procedere come crediamo, per salti di massa, così come la nascita dell’area dell’autonomia e l’improvvisa adesione ad essa di un sacco di forze, che nemmeno conosciamo, dimostrano.

Certo, il passaggio all’organizzazione è un fatto soggettivo. È un fatto di avanguardia. E l’avanguardia si caratterizza a) per la capacità di esprimere linea politica e di articolare su di essa la molteplicità delle autonomie proletarie evidentemente esistenti; b) per la volontà di rappresentare l’effettivo momento di centralizzazione politica, vale a dire di decisione (per tutti) dei momenti di scontro, fino alla decisione dell’insurrezione, sia sul terreno politico sia sul terreno dell’organizzazione; e) per la forza di rompere i blocchi imposti dall’avversario, cioè di sviluppare una capacità militante che indichi i passaggi che il fronte capitalistico non sa dominare: e di aprirli forzosamente, colpendo il nemico, una volta, due, tre, terrorizzandolo, disarmandolo, facendo sentire sempre il rumore fragoroso dell’impazienza dei bisogni proletari. Ma, di nuovo, questa capacità non è sganciata dal livello di massa né, di questo, ripete caratteristiche empiriche. Vale a dire che non vogliamo costruire né un partito picaresco né un nucleo d’acciaio: sono entrambi inumani anche se il primo può risultare più simpatico a chi l’acciaio, in un’età elettronica, vuol toglierlo dai coglioni. E allora? Solo la continua dialettica, solo la preminenza della pratica teorica possono permettere quel movimento in progressione che – interpretando comunque tutti i momenti della lotta di classe – deve costituire il partito, l’organizzazione autonoma dell’autonomia proletaria.

3) La tattica nella teoria dell’organizzazione. Non possiamo che procedere sul coordinamento progressivo delle iniziative e del quadro politico. In questo modo il giardino dei mostri può, deve essere attraversato. Piccolo gruppo compatto abbiamo cominciato a muoverci in questa direzione e lungo questo cammino. Non abbiamo una teoria che non sia quella che abbiamo dichiarato: le sirene dei vecchi «ismi» non ci affascinano più, in nessun senso. Solo la pratica è criterio di verità. Soprattutto di verità rivoluzionaria, soprattutto di organizzazione. Siamo abbastanza convinti di proporre la quadratura del cerchio. Ma vale la pena di proporre qualcosa d’altro? e siamo davvero sicuri che questo problema non sia risolvibile? Abbiamo una volta risolto il problema dell’organizzazione per l’operaio massa, al termine dello sviluppo storico della sua potenza: questa volta cominciamo a risolvere il problema dell’organizzazione dell’operaio sociale all’inizio del suo ciclo rivoluzionario. Anche nel giardino dei mostri un inizio è fresco di vita.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno V – n. 15-16 – febbraio 1977

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