Sviluppiamo la ricchezza del movimento sul programma operaio e proletario

Sviluppiamo la ricchezza del movimento sul programma operaio e proletario

 

Era chiaro già dal ’77 che la ricchezza del movimento, la sua possibilità di durare e rafforzarsi erano legati alla sua capacità di cambiamento e di trasformazione. Il problema era venuto allo scoperto in innumerevoli assemblee e ancor più nelle giornate bolognesi di settembre. Movimento di rilevanza politica grandissima ha finito per polarizzare l’attacco di tutto l’arco delle forze statali e non statali passando per buona parte della sinistra «storica» extraparlamentare. Il problema che oggi abbiamo di fronte è: i ritmi del mutamento interno del movimento, i suoi livelli di organizzazione le caratteristiche della sua socializzazione e radicamento, il peso della sua presenza politica, sono sufficientemente adeguati a sostenere i livelli nuovi dello scontro che la sua stessa permanenza impone? In altre parole, il passaggio istituzionale, la resa del sindacato, la pervicacia e la continuità dell’azione repressiva dello stato possono essere superati, avversari e nemici, vecchi e nuovi, possono essere sconfitti?

Si ha la sensazione in questa fase di un grande allargamento e per certi aspetti di un rafforzamento, ma anche di una situazione di deriva, i cui effetti per quanto di grande rilevanza pure in qualche misura appaiono senza sbocchi determinati, senza una prospettiva chiara, senza una direzione certa. I tempi sono spesso sfasati rispetto al livello dello scontro, così la provocazione di Lama non ha visto la risposta puntuale e immediata che pure meritava, la mobilitazione sui provvedimenti, di confino non è uscita tutt’oggi se non sporadicamente e comunque in modo isolato da Roma, quasi

fosse un fatto privato del movimento in quella città. Si assiste poi a Milano, certamente destinata alla sconfitta, alla squallida iniziativa sprango-stalinista dell’Mls contro l’autonomia, sostenuta dalle frazioni più canagliesche del sindacato, come risposta parastatale alla grande ondata di lotte degli studenti medi e più in generale dei proletari. Sul piano nazionale, se il radicamento a livello territoriale, la ricomposizione proletaria a partire dalle zone, il rafforzamento dell’iniziativa politica, la permanenza delle strutture di organizzazione, ha raggiunto livelli infinitamente superiore al passato, pure l’eccessivo atteggiamento localistico ha fatto perdere in capacità di progettare su livello grande, sia metropolitano, sia nazionale. Alle miserie delle assemblee si è spesso sostituito l’empirismo e l’artigianato del lavoro sociale; e se pure quelle avevano avuto una capacità di mobilitazione immediata, quest’altro sovente non conquista le caratteristiche piene del contropotere. La straordinaria ricchezza dell’organizzazione per piccoli gruppi finisce per impoverirsi in una congenita impossibilità di concentrare l’iniziativa, di articolarla in grande scala, di mantenere e imporre tempi e obiettivi il più possibile generali. La dispersione, a volte gli errori, e senz’altro un uso assolutamente inferiore e quasi irrisorio della grande forza del movimento accompagna questo stato di cose. Dicevamo che a nessuno è sfuggita la dimensione fiacca e per certi aspetti inesistente della risposta operaia alla provocazione di Lama epiù in generale all’intera linea sindacal-piciista. Ora, all’interno dell’autonomia, le posizioni non pensate aspettano che le contraddizioni, che pure sono fortissime, vengano naturalmente allo scoperto, convinti come sono che la fine dell’egemonia della socialdemocrazia sui componenti operai, la vanificazione della mediazione politica, sia tendenzialmente nelle cose. Al peggio, si tratta di aspettare. Non è esente da queste posizioni un certo trionfalismo acritico, un ottimismo senza motivi, come pare di ritrovare in certe posizioni operaiste vecchio stampo del giornale «I Volsci» dell’autonomia romana. Per altri compagni, invece, l’egemonia socialdemocratica sulla classe operaia è congrua a questo rapporto di produzione, alle modalità dello scambio di lavoro, alla struttura stessa, materiale e politica, che la classe operaia è venuta acquistando in termini naturalmente conflittuali nel processo di valorizzazione e sfruttamento capitalistici. Solo il mutamento del rapporto di produzione può garantire la distruzione e la sconfitta della mediazione socialdemocratica del lavoro, la leva principale per questo mutamento è tutta interna ai meccanismi di costituzione del lavoro sociale esterno alla fabbrica. È nel lavoro non operaio che la tendenza comunista al rifiuto del lavoro capitalistico si fa più marcata e visibile.

È lì che l’intelligenza sociale della nuova composizione di classe si libera applicandosi ai rapporti produttivi ormai superati del capitale, si fa essa stessa forza produttiva, conquistandosi a mano a mano livelli di ricomposizione interni al suo costituirsi di soggetto politico comunista. In questo processo, distruzione e liberazione tendenzialmente coincidono. Creatività sociale, riconquista del rapporto uomo-natura al livello raggiunto dalle forze produttive; già agiscono nella lotta per la dilatazione del tempo liberato dal lavoro e quindi con una spinta immane di tutta interna la produttività sociale sulla base dei bisogni e dei valori d’uso. Aprire un discorso sulla classe operaia, sostengono queste posizioni, significa portare a maturità tutti questi elementi prima di tutto all’interno del lavoro non operaio, significa prevedere un lungo periodo di conflitto tra le due sezioni di classe in cui mano a mano si sconfiggono le posizioni di resistenza e spesso corporative, senz’altro di difesa del rapporto di lavoro dato, proprie della classe operaia attuale.

Alcune osservazioni: intanto l’esistenza del lavoro non operaio, la sua stessa forza, è legata in termini dialettici alla forza e all’esistenza di questa figura di classe operaia; il progetto strategico di ricomposizione non può che entrare già da subito all’interno di questo rapporto contraddittorio. Secondo, il lavoro non operaio esso stesso partecipa al processo di valorizzazione capitalistico, anzi ne è uno dei gangli fondamentali, esso stesso partecipa allo sfruttamento e per molti aspetti anzi è il più sfruttato. Terzo, all’interno del lavoro di fabbrica la contraddizione tra scambio e uso permane, anzi di approfondisce mano a mano che le stesse componenti vengono sottoposte ad attacco frontale dal capitale ed ora dal sindacato e dal Pci. Ultima considerazione, il processo rivoluzionario vive già oggi, dentro questa dialettica, esplicitare e organizzare il lavoro non operaio da subito è possibile se da subito si persegue un programma capace di ricomprenderlo all’interno dell’intero lavoro produttivo. Questo è l’asse strategico dell’intera autonomia, esso va maturato ed esso va imposto all’interno dell’intero movimento.

In primo luogo va riconquistata la centralità del lavoro politico in quanto tale, l’autonomia organizzata deve assumersi interamente questa responsabilità, in secondo luogo il programma va esemplificato al massimo: oggi l’enorme estensione territoriale, la forza che essa lascia intravedere, offrono la possibilità di concentrare le iniziative e dargli dei tempi, da questo punto di vista, conquistare quella rilevanza che l’iniziativa sparsa, magari continua, ma fondamentalmente atemporale è incapace di avere. Il metodo delle campagne è quello più congruo a interpretare queste necessità. Sulle campagne, sulla loro attuazione, sui tempi e le modalità di fa una battaglia politica dentro l’autonomia! I livelli di consapevolezza raggiunti sono sufficienti per questo passaggio. Orientare il movimento promuovere il radicamento, collocare lo scontro ai livelli di intensità e generalità che la fase richiede è il compito principale dell’autonomia oggi. Solo all’interno delle campagne l’intelligenza produttiva dell’operaio sociale, ha la capacità di trasformarsi in intelligenza di programma, in forza di scadenze. Chiamiamo alla lotta su quattro punti principali:

— lavoro direttamente produttivo, nella sua estensione e generalità di operaio di fabbrica e di lavoratore sociale, per la riduzione drastica della giornata lavorativa, per la conquista di tempo liberato dal lavoro, per l’autovalorizzazione secondo i propri bisogni.

— Spesa pubblica, come meccanismo centrale in cui si coagulano il disegno capitalistico di restaurazione, riduzione dei costi di riproduzione della forza lavoro sociale, instaurazione del nuovo dominio socialdemocratico su base statale e assoluta.

— Stato nucleare e produzione di morte, contro le trasformazioni strutturali del dominio capitalistico, a partire dal capitale costante incorporato nelle nuove tecnologie che prendono l’avvio dal nucleare, la ristratificazione del lavoro sociale, la militarizzazione del territorio, la nocività che diventa sempre più produzione di morte e di degradazione.

 — Per la legittimazione dell’azione rivoluzionaria, contro gli strumenti repressivi che lo stato socialdemocratico sempre di più mette in atto per la perpetuazione del suo dominio, dalle carceri al confino, ai provvedimenti legislativi e giuridici, ai tribunali speciali.

Su questo programma e sul metodo delle campagne che gli è proprio, invitiamo alla discussione e alla azione i compagni.

In base a questo progetto l’autonomia deve calibrare i propri strumenti, tutti. Non vi è dubbio che il settore della stampa e più in generale dell’informazione è uno dei più delicati e per molti aspetti più incisivi. Non sfugge a nessuno la povertà della nostra stampa e comunque tutta la nostra informazione, anche per quanto va valutata con estrema positività l’uscita del mensile «I Volsci» dell’autonomia di Roma. Ma ancora non basta! Tutta la stampa è coalizzata contro l’autonomia in una operazione di regime mai vista; si distingue in questa operazione revanscista e provocatoria in special modo la stampa radical-borghese da «L’Espresso» a «Repubblica» che ha scelto per sé un ruolo da capofila nella provocazione come cane da guardia attenta a ogni peto proveniente dalle botteghe oscure. Non possiamo dimenticare che quelli che si accaniscono contro il movimento e l’autonomia sono gli stessi che lo danno continuamente per sepolto; era già avvenuto con squilli di tromba e interviste proprio qualche giorno prima che scoppiasse il movimento del ’77, ora è difficile negare la realtà e quindi il problema lo si risolve distorcendola, falsificandola, aprendo comunque la strada continuamente alla repressione. Magister ha fatto scuola! Ora il problema torna a noi: come garantire l’informazione, come raggiungere una qualità e una quantità funzionale al progetto che perseguiamo.

Innanzitutto le radio: sono numerose, per quanto con poca esperienza. Partendo dalle radio più significative, bisogna conquistare un livello di informazione e di lotta politica che esalti questo strumento. La centralizzazione e la socializzazione delle esperienza e dei materiali, l’applicazione creativa possono fare delle radio un momento formidabile di direzione quotidiana del movimento: adeguate energie vanno spese in questo settore.

In secondo luogo la stampa: i giornali delle componenti organizzate vanno rafforzati, arricchiti, resi utilizzabili dal movimento. In terzo luogo le agenzie, come strumenti di concentrazione delle notizie, di socializzazione, sia sul piano nazionale sia sul piano internazionale per sfondare il muro di omertà che l’apparato borghese della informazione ha innalzato per impedire la comunicazione fra le lotte autonome a livello nazionale e continentale. Ma questo non basta: è matura una proposta di settimanale dell’autonomia, essa già viaggia dentro il movimento, ha raccolto intorno a sé sufficienti consensi per decollare. Il settimanale è il minimo degli strumenti di cui oggi abbiamo bisogno. esso non può che configurarsi come giornale del movimento ma deve avere al suo interno tutta intera la proposta strategica dell’autonomia. Solo così può contribuire alla maturazione e alla trasformazione generale che la durezza dello scontro richiede. Sappiamo bene che alla lunga il disegno del capitale e della socialdemocrazia verrà sconfitto, ma i modi e i tempi di penderanno in modo decisivo dalle scelte che l’autonomia fa oggi. La guerra non è da adesso che è cominciata: abbiamo già avuto grandi vittorie, siamo ottimisti. 

 

da «Rosso. Per il potere operaio» – anno VI – n. 25/26 – marzo 197

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