Un pezzo di giornale un pò duro da mandar giù

Un pezzo di giornale un po’ duro da mandar giù

 

Chi ha tenuto come noi un occhio fisso, ma ben fisso sulla fabbrica, ha visto lì dentro cose che bisogna dire dappertutto. S’è visto che l’operaio giovane è «assenteista» cioè tende a star fuori il più possibile e l’operaio anziano un po’ meno perché quando il padrone non aveva ancora rifatto la fabbrica, lui dentro ci faceva cose che richiedevano una certa capacità di farle. Quando ingrassare il padrone era un mestiere e poi c’era la famiglia fuori e anche quella era importante e anche avere la prima cinquecento e i bambini che vanno a scuola diventata dell’obbligo. Ma per quelli scappati dalla terra e dalla famiglia nel SUD perché strappati dai bisogni del padrone al NORD il discorso era tutto un altro. Era la camera della pensione e dormirci in 4 estranei e i discorsi con gli altri venuti su anche loro, era vedere Milano, Torino e le strade come sono fatte e quanto tempo ci vuole per andare al lavoro e vedere le donne un po’ più libere e non saper come avvicinarle e il cinema col film che cambia tutte le settimane, e i capitalisti in carne ed ossa e come vivono lì a due passi con tutti i privilegi che gli dà il loro potere.

Era capire che anche per i giovani operai di città questo confronto avveniva tutti i giorni e il modo di pensare, cioè la cultura, della televisione o del parroco o del vecchio padre affezionato al lavoro, anche se magari iscritto al PCI, non ce ne poteva contro quelle maledette otto ore alla catena che ti riducono una bestia. Questa esperienza che ciascuno individualmente ha fatto è esplosa come lotta dura, incontrollata, contro i padroni della fabbrica, è esplosa senza il benestare delle vecchie organizzazioni politiche. In un primo momento sembrava che le città potessero essere rifatte da capo e che la vita con i compagni, le riunioni, i picchetti, i cartelli da preparare, la possibilità per tutti di parlare e di contare nelle decisioni era le sola cosa che si voleva. Erano i tempi in cui gli studenti se ne uscivano con dei bisogni che andavano a parare non nella parola comunismo soltanto, ma nel metter nudi subito presidi e aule cadenti e la repressione e l’autoritarismo e la partecipazione delegata. C’erano insieme il collettivo e il singolo individuo, Perché tutto questo movimento metteva le persone in un rapporto tra loro che cambiava, che non era più quello imposto dall’ordine delle cose. Era la prima esperienza della politica: il solito ’68.

Che non è passato invano per chi ha tenuto l’occhio ben fisso sulla fabbrica perché piattaforme, lotte, organizzazione, hanno spesso rivendicato quei contenuti di movimento se pure in condizioni molto diverse. La tradizione è dura a morire perché è nata da cose che non sono affatto morte. E la tradizione sono 9 milioni di voti al PCI, un Sindacato onnipresente per controllare tutto e il loro realismo che ha reso più realistico anche tutto quel movimento. Ma un eccesso di realismo ci ha condizionati noi e la sinistra extraparlamentare per troppo tempo. Perché a concorrere con la tradizione si rischia di diventare più tradizionalisti di lei. Ma com’è che l’onesta intenzione di salvaguardare quel patrimonio è diventata aver 6 sere su 7 impegnate a fare riunioni in cui il bisogno di stare con i compagni diventa l’incapacità a vederli come persone e invece li vedi come volantinatori, ciclostilatori, pregiati ripetitori di pregiate analisi, tipi che contano o comparse importanti solo per far numero? E se seppelliamo così facilmente i nostri problemi cosiddetti personali come meravigliarsi poi se non li sappiamo riconoscere nelle cosiddette masse? E com’è ancora che l’onesto interrogarsi dei compagni sul «che fare» di ogni giorno è diventato lo scontro di citazioni o la competizione per cui chi fa di più dopo un po’ rivendica come premio il far fare agli altri? Ovvio: la divisione capitalistica del lavoro, riproduce i ruoli dovunque, anche nell’organizzazione che proprio i ruoli dovrebbe abolire. Non siamo così ingenui da negare questa contraddizione oggi e subito: anche fare questo giornale in fondo la riproduce.

Ma la cosa di cui molti si rendono conto è che i padroni mettono trappole dappertutto. La separazione fra uomo, operaio, marito, padre, cittadino, caporeparto che a loro è indispensabile per mantenere il loro potere, a volte l’abbiamo accettata senza battere ciglio nella ricerca di qual è il punto migliore su cui far leva per distruggere questo sistema. Puntare sull’operaio, sulla fabbrica perché la rivoluzione sia contro di loro è giusto: lì sta la forza, lì stanno le cose. E lì che si capisce che la politica è tutto il patrimonio concreto che abbiamo. Ma se la politica è tutto, lo è se ha la forza di spezzare la separazione che esiste tra i ruoli che ciascuno di noi si trova appiccicati addosso e che giocano così spesso contro i suoi bisogni e contro i suoi stessi migliori alleati. Avanguardie isolate nella fabbrica i giovani operai sanno quanto il vecchio è duro a morire, ma spesso non sanno capire la rivolta delle donne, l’estraneità degli studenti ai ruolo di cani da guardia della teoria morta o non sanno riconoscere questa ribellione nel modo in cui si manifesta. Sanno l’importanza dell’organizzazione ma non sanno ancora organizzare la riunificazione di tutti i bisogni umani in un programma che si rifletta nella guerra quotidiana contro i padroni che possiedono non solo il nostro corpo ma anche la nostra mente. 

La sinistra rivoluzionaria ha compiti difficili. La politica è tutto – dice aiustamente, ma più spesso ha riproposto la politica come qualcosa di astratto, o di separato dalla totalità della vita. E invece spesso alle riunioni non ci si va perché si sentono tagliati fuori i problemi con la donna, i figli, con le cose da fare nel tempo cosiddetto libero.

Non sono certo queste pagine a proporsi come recupero di questa dimensione della politica perché non basta comunque un giornale, nel senso che non basta dire le cose. Bisogna praticare da subito un rapporto diretto, di movimento, cominciando non col costruire scale gerarchiche che contrappongono la fabbrica alla scuola, la scuola alla famiglia, la famiglia alla caserma, la caserma alla strada, la strada al carcere, il carcere al letto… Non ci sono priorità strategiche che giustifichino il rimandare quei problemi che la gente sente come più urgenti e che possono essere affrontati subito.

Questo giornale è soltanto per ora uno specchio della contraddizione di oggi: perché in un giornale dei Collettivi Politici Operai deve trovar posto un articolo di Re Nudo, la voce di un omosessuale, un intervento femminista, un appunto sulla pazzia?

Possono gestire gli operai rivoluzionari, già così attaccati, questo giornale nella fabbrica col PCI, coi Sindacati e anche con alcuni dei gruppi della sinistra? Che tipo di controllo possono avere sulle questioni che sono affrontate fuori e oltre i loro momenti di autonomia organizzata?

Molto di come sarà il giornale e della sua utilità dipende però da come si affronta questa contraddizione interna al movimento rivoluzionario. Ma o si accetta di tirarla fuori o si può cercare di nasconderla mettendo insieme in una politica falsamente «generale» femministe, operai, studenti, omosessuali a parlare di cottimo e di Lenin o delle porcate del governo unificando i contrasti e soffocando ogni confronto reale sotto l’etichetta «militante». E invece le contraddizioni che ci sono all’interno del movimento devono essere ben chiare e non fondate sull’ignoranza delle reciproche difficoltà.

Ecco perché questo giornale non può essere una proposta di mediazione e perché vuole essere nello stesso tempo uno strumento il più aperto possibile al confronto ma anche il più chiuso a lasciar le cose come stanno.

Allora diciamo pure che se la direzione operaia come garanzia che la rivoluzione che vogliamo sarà insieme radicale e materiale, non si è ancora espressa su questioni importanti, non la si può inventare per bocca dei Sacri Testi. Che sono tra l’altro diventati sacri a furia di mangiare e digerire direttamente la realtà.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – n. 7 – dicembre 1973

Torna alla sezione

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.