Una proposta per un diverso modo di fare politica

Una proposta per un diverso modo di fare politica

 

Come gruppo, siamo giunti alla decisione di scioglierci per poter, nei fatti e nella pratica, realizzare il centro della nostra proposta politica: l’organizzazione dell’autonomia operaia e la pratica di un embrione di direzione operaia sul processo di organizzazione e sul movimento.

Il nostro scioglimento non è però una proposta che riguarda solo una nostra riorganizzazione (sia pure allargata ai Collettivi politici operai): è una proposta di cui non pensiamo affatto di avere il monopolio, anche se ci va bene di esserne, con le nostre forze, portatori e propagandisti.

Sappiamo che altri, per altre strade, sono già giunti allo stesso risultato; e che altri ancora, nel prossimo futuro, sperimenteranno fino in fondo la crisi del modo di far politica gruppettistico. Non solo: ma che in fabbrica e nelle scuole inizia una fase di scontro violento con la linea e la pratica riformista che aprirà ampi spazi per un lavoro politico diversamente organizzato.

Pensiamo dunque che questa proposta, nata dentro la nostra pratica politica, sia matura anche in rapporto alla fase politica che si apre (e per questo lo scioglimento era irrimandabile).

 

VERSO LA SOCIALDEMOCRAZIA

 

Contratti e occupazione Fiat, caduta di Andreotti e apertura di una fase socialdemocratica sono il quadro che misura i rapporti di forza tra borghesia e classe operaia.

La linea politica passata nel contratto e la politica sindacale del dopocontratto sono i pilastri di questo nuovo quadro socialdemocratico la cui espressione più avanzata sul terreno politico generale è la proposta di «compromesso storico» del PCI; quadro che tiene conto della nuova forza della classe operaia e cerca di incanalarla all’accettazione della propria divisione e della propria subordinazione agli «interessi generali del paese».

La posta è grossa: la definizione dei rapporti tra classe operaia e borghesia per tutta una fase politica.

E il movimento?

Nelle fabbriche non è prevedibile una fase di generalizzazione delle lotte sulla base di un movimento spontaneo e unificante in grado di ribaltare complessivamente l’attacco portato dalla borghesia. Da parte loro le forze rivoluzionarie non sono in grado di promuovere questa generalizzazione.

Andrà dunque tutto liscio?

Non crediamo. Fabbrica per fabbrica, reparto per reparto lo scontro tra i bisogni operai e la linea politica che pretende di esprimerli è inevitabile, così come sono inevitabili gli scontri tra i CdF e i delegati che in qualche modo questi bisogni esprimono e i sindacati che devono soffocare queste spinte.

Egualitarismo e automatismi, richieste di salario garantito e di consistenti aumenti salariali, uso dei CdF per esprimere queste esigenze, si sono scontrati e si scontrano in questa fase di contrattazione aziendale con il discorso sulla professionalità, le esigenze capitalistiche di ristrutturazione, l’attacco alle forme di lotta (sospensioni a monte e a valle), la tregua salariale e il tentativo di ridurre i CdF a propagandisti della linea dei vertici sindacali.

Inoltre, nelle scuole, il progetto riformista ha sempre avuto gambe deboli e si dovrà scontrare con un movimento che, sull’organizzazione capitalistica dello studio e della «cultura», sui costi, sulla selezione meritocratica (proposta dal PCI come correlativo della professionalità), sulla riforma scolastica, ha grosse possibilità di ritrovare un terreno di lotta e di politicizzazione di massa che si colleghi alla contestazione delle condizioni di vita, di repressione e subordinazione imposte ai giovani dalla società capitalistica.

I problema è dunque come realisticamente agire dentro questo nuovo quadro politico.

 

L’AUTONOMIA OPERAIA

 

La nostra proposta ha due punti fondamentali sui cui si basa: la centralità dell’autonomia operaia e il problema della sua organizzazione.

 

Che cosa intendiamo per autonomia operaia?

In sostanza il fatto che la classe operaia, fabbrica per fabbrica, reparto per reparto (e anche, a volte, come movimento generale) mostra nelle forme di lotta, negli obiettivi, nelle forme organizzative, il rifiuto del lavoro capitalistico e insieme il rifiuto della «riconciliazione» col lavoro proposta dai riformisti. Rifiuto del lavoro ed estraneità che non sono occasionali, ma radicati in una condizione oggettiva di classe che lo sviluppo del capitalismo riproduce sempre di nuovo e a più alti livelli: la nuova forza della classe operaia deriva dalla sua concentrazione e omogeneità, deriva dal fatto che il rapporto capitalistico si estende al di là della fabbrica tradizionale (e in particolare, nel cosiddetto «terziario») producendo anche lì lotte, obiettivi e comportamenti tendenzialmente basati sull’estraneità al lavoro capitalistico. Lo sviluppo capitalistico espropria gli operai e gli impiegati della loro residua professionalità distruggendo così la loro «affezione» e ogni possibile identificazione col lavoro imposto dal capitale, ogni illusione di carriera, riducendoli dunque ad essere sempre più «pura erogazione di un lavoro astratto» in cambio di salario per sopravvivere. Da perdere, come diceva Marx (compagno tedesco, vissuto 100 anni fa) non rimangono che le catene di una condizione di lavoro che è proprietà totale del capitale.

Questo è il senso delle cose, la loro tendenza: lo sviluppo delle forze produttive determina ormai una sempre maggiore estraneità dell’operaio di fronte al lavoro astratto cui è costretto.

Certo, tendenza non vuol dire realtà immediata: ma un progetto per la rivoluzione comunista da dove deve partire per elaborare i propri contenuti e le proprie forme di organizzazione se non dal livello più lato di antagonismo tra lavoro e capitale, dal livello più alto di estraneazione e alienazione?

 

LA POLITICA IN PRIMA PERSONA

 

Organizzazione dell’autonomia operaia significa identificare e creare lo spazio perché emergano e si generalizzino a politicizzazione sempre più di massa gli elementi del rifiuto del lavoro capitalistico e i contenuti dell’estraneità. Significa organizzarli in una proposta di pratica politica a partire dalla fabbrica, ma non confinata ad essa.

Di fronte alla scalata della socialdemocrazia, non è la durezza rivendicativa dei gruppi o il frontismo a sinistra del PCI a costituire una indicazione di soluzione. Rispetto a tutto questo la socialdemocrazia ha ragione. Riesce praticamente a passare senza danni.

Il nodo centrale è la qualità nuova dell’autonomia e della forza operaia. L’avanguardia non è più l’operaio professionale degli anni ’50, sono gli operai e gli impiegati dequalificati.

È nato negli anni ’60 un diverso soggetto sia dell’antagonismo col capitale che della organizzazione operaia. È nata un’avanguardia più di massa, portatrice di una estraneità al lavoro nuova, senza troppe possibilità di illusione su una carriera, che col lavoro trova sempre meno spazi di identificazione, più «scolarizzata» non solo dalla scuola ma da tutto l’insieme della società, dunque più in grado di riappropriarsi in prima persona della pro pria politica.

Oggi è dunque possibile e necessario un nuovo modo di organizzarsi e l’identificazione di uno spazio di concreta «direzione operaia».

 

QUALE CENTRALIZZAZIONE?

 

Sono questi elementi qualitativamente nuovi che nascono dai luoghi di produzione capitalistica che devono trovare un’organizzazione in grado di esprimerli e di generalizzarli. Dentro il movimento e come «avanguardia» nel movimento, non come idea politica esterna organizzata in gruppo che «dirige» il movimento. Dunque non è plausibile una centralizzazione su una linea politica complessiva di cui il gruppo è portatore.

Primo, perché questa linea politica complessiva oggi non esiste (o, se esiste, si è formata sul «passato» del rapporto operai-capitale); secondo, perché la sua formazione è bloccata dalla falsa presunzione gruppettistica di possederla già. Poi, infine, perché la sua formazione non può che venire dall’interno del movimento come embrione di direzione operaia.

Quello che rifiutiamo è una centralizzazione su una linea politica complessiva portata dall’esterno su questi momenti autonomi e che dica tutto su fabbrica, scuola, giovani, donne e bambini sistemandoli in caselle e cassetti, stabilendo (a partire da se stessi e rifiutando una pratica concreta) quanto c’è di piccolo borghese e quanto di rivoluzionario. Cioè una linea politica che rifiuta di essere dentro il movimento e di partire dalle sue contraddizioni.

Quello che proponiamo è la costituzione di gruppi e collettivi autonomi di fabbrica e il loro coordinamento intorno a un programma che riassuma ciò che l’autonomia operaia ha espresso in questi ultimi anni per svilupparne l’aspetto strategico, generalizzarlo e proiettarlo su altri settori del movimento. Ma questa proiezione 1) deve essere il frutto di una articolazione autonoma di chi opera e fa pratica politica «fuori» dalla fabbrica, 2) deve trovare poi un terreno di confronto e di verifica a partire dalla fabbrica.

Organizzare l’autonomia operaia non significa quindi organizzarsi dentro un gruppo esterno, ma costituirsi e coordinarsi come gruppi operai portatori dei contenuti più avanzati del ciclo di lotte di questi anni, sia per dirigere il proprio intervento di massa in fabbrica, sia per stabilire tempi e modi dello stesso processo di organizzazione. Non singoli operai che trovano la propria collocazione di avanguardia nei gruppi, ma collettivi di operai che si propongono come avanguardie politiche del movimento per collegarsi e coordinarsi con altri collettivi operai.

Cioè far politica in prima persona.

Solo così programma e organizzazione possono, con i tempi e i modi necessari, nascere dalla fabbrica ed esplicitare il livello attuale di antagonismo fra classe operaia e capitale.

Dunque gli «intellettuali» non servono più e bastano le «mani callose» (come qualcuno ci accusa di teorizzare)? No di certo. Quel che è sicuramente inutile è l’intellettuale che porta la linea dall’esterno; quel che è necessario è invece il lavoro intellettuale dentro il progetto di organizzazione dell’autonomia operaia per la formazione e l’elaborazione di una teoria che realmente accetti di essere giudicata su questa base.

Con teorico e unità intorno al programma di organizzazione dell’autonomia operaia sono gli unici termini in cui è possibile un «controllo operaio» sulla formazione della teoria. Non è oggi sufficiente la «proletarizzazione» della composizione sociale dei gruppi esterni: bisogna partire da collettivi e gruppi di fabbrica che realmente trovino un terreno di confronto tra di loro e con gli «intellettuali» in quanto singoli, non in quanto gruppo politico già strutturato.

 

CONDIZIONI DI LAVORO E CONDIZIONI DI VITA

 

Solo per il marxismo asfittico e sclerotico di oggi gli individui eistono come forza lavoro maschile con più di 18 anni.

L’adolescenza, la condizione giovanile, l’essere donna e quindi avere:specifiche contraddizioni con questa società sono piccole sfumature. Il soggetto della politica è maschio, adulto, normale. Senza troppa affettività, emozioni, sentimenti. È razionale e in tendenza democratico e/o rivoluzionario. Oltretutto sempre pronto a far riunioni sulle tendenze del capitalismo e la sua storia. E su questo poi ad aggregarsi, se è rivoluzionario, in un gruppo. A

Che gli operai abbiano avuto un’infanzia in una famiglia, che siano sì operai, ma poi in specifico figlie e figli, padri e madri mariti e mogli sembra accidentale. Allora l’impostazione è che gli si eroghi una giusta dose di marxismo leninismo onde spiegargli come e qualmente l’Operaio Generico e Astratto di cui solo si parla sia sfruttato e da quali meccanismi. Poi da lì si aggrega l’avanguardia e si fa la rivoluzione.

Ma le cose nella realtà, stanno in modo diverso.

Famiglia e sesso, condizione giovanile e femminile, repressione affettiva e intellettuale, emarginazione di chi non è «normale» sono la concretezza quotidiana in cui si manifesta la schiavitù di fabbrica e di vita imposta dal capitale.

L’operaio rivoluzionario in fabbrica e reazionario in famiglia e a letto non è un’invenzione. È il risultato di una violenza materiale del capitalismo, l’imposizione violenta dell’accettazione di reprimere i propri bisogni per potersi riprodurre come forza lavoro.

Liberare ed esprimere i propri bisogni e funzionare da leale forza lavoro per il capitale non sono cose compatibili.

I contenuti di questa liberazione non sono dati dalla sola fabbrica, anche se essi hanno un profondo collegamento con il rifiuto del lavoro e l’estraneità operaia.

Dalla contestazione studentesca, dal movimento giovanile in generale, da quello per la liberazione delle donne, dalle lotte contro la emarginazione e la repressione, sono nati discorsi e contenuti sulla famiglia, sul sesso, i ruoli sociali e personali, embrioni (e solo embrioni — ma importantissimi —) di proposte per una lotta totale contro il mondo del capitale, proposte che sono tendenzialmente incompatibili con una società in cui si vive per lavorare e ci si riproduce per lavorare di nuovo.

Con i movimenti che esprimono questi contenuti è necessario un rapporto, che è e sarà anche contraddittorio, ma che costituisce una dimensione imprescindibile di un discorso per la liberazione totale di tutti e di ognuno.

Dal rifiuto del lavoro e dai contenuti espressi da questi movimenti – e nonostante le contraddizioni – esce una indicazione univoca: BASTA CON LA SOCIETA’ DEL VIVERE PER LAVORARE.

 

A CHI CI RIVOLGIAMO

 

Sciogliendoci e negandoci come gruppo esprimiamo praticamente il fatto che non vediamo la nostra strada come l’unica giusta: crediamo nel nostro progetto ma la strada Gruppo Gramsci-Collettivi Politici Operai non è certo l’unica che la verifica. Altri ci sono arrivati e per strade diverse. Sciogliendoci come gruppo, vogliamo evitare di dividerci da loro, evitare di separarci per disaccordi teorici di linea politica complessiva, badare invece alla sostanza e confrontarci sul programma.

Come abbiamo detto, in fabbrica ci rivolgiamo a chi vive la contraddizione tra le esigenze, i bisogni e l’autonomia della classe e la linea sindacale riformista; a chi sente la necessità di organizzarsi autonomamente in un progetto politico portato avanti in prima persona.

Nella scuola, a quegli studenti che non si riconoscono nei gruppi e nella loro politica: non perché sono spoliticizzati ma perché sentono l’esigenza di organizzarsi, autonomamente dai gruppi, sui propri bisogni e sui propri problemi, come momento di un progetto più ampio legato alla crescita dell’autonomia operaia.

Nel movimento a quei settori del movimento giovanile, del movimento femminista, dei movimenti che lottano contro la emarginazione, che accettano un confronto con la crescita dell’autonomia operaia, coscienti delle contraddizioni che si determineranno e disponibili però a fare una esperienza pratica di questo confronto.

 

DALLA «LOGICA DI GRUPPO» ALLA «LOGICA DI MOVIMENTO»

 

Nel «sessantotto» sono cambiate molte cose: Maggio francese, Vietnam, Cecoslovacchia e Polonia, Rivoluzione culturale, contestazione studentesca e antiautoritaria a livello internazionale, inizio di un ciclo di lotte operaie di qualità nuova. Una svolta è stata segnata: a livello di massa e con una ricchezza di contenuti che ci dovrebbe far riflettere.

Certo c’era una profonda immaturità e impreparazione delle «avanguardie»: per molti aspetti sono cresciute e hanno preso coscienza solo dopo, sulla spinta di tutti questi movimenti. Oggi c’è più organizzazione, più coscienza, più teoria. Ma c’è anche un notevole distacco dal movimento, un «essere esterni» che si è tradotto in scorciatoie organizzativistiche.

Per recuperare i punti più avanzati espressi dalle lotte di massa di questi 5 anni, per rendere comune e di più largo a «consumo» dentro il movimento il patrimonio delle avanguardie politiche e dei movimenti più radicali, per trovare un modo di organizzazione e di intervento adeguato a esprimere realmente il potenziale rivoluzionario che è contenuto qui ed oggi nelle condizioni di lavoro e di vita imposte dal capitalismo, per tutto questo è secondo noi necessario e possibile oggi un salto qualitativo – compiuto sulla base attuale della maggior «coscienza» delle avanguardie – dalla «logica di gruppo» alla «logica di movimento».

La critica e l’abolizione della ideologia della sinistra extraparlamentare ne sono una condizione, Ma ogni aristocratico distacco dalla realtà del patrimonio di avanguardie organizzate che i gruppi esprimono significherebbe con dannare la nostra proposta al risultato di un misero «noi l’avevamo detto». Questo non ci interessa. Come non ci interessa convincere intellettualmente i gruppi del vicolo cieco che hanno imboccato: primo perché è impossibile e irrealistico; secondo perché a una pratica di lavoro politico ci interessa opporre un’altra pratica di lavoro politico che mostri che è in concreto possibile abolire l’identificazione tra organizzazione e gruppo esterno.

Proprio per questo non ci interessa «scioglierci nel movimento» ma, al contrario, giungere a collegare le forme organizzative autonome di avanguardia del movimento e dare a questa rete organizzativa la capacità di politicizzare ampiamente strati di massa della classe operaia, degli studenti, delle donne, dei giovani a partire dai loro bisogni e senza abolire con una «linea politica» che faccia da cappello le contraddizioni che oggi caratterizzano il processo della loro riunificazione dentro il movimento per una rivoluzione comunista e per la liberazione totale.

È per questo che proponiamo l’unità sul programma, è per questo che individuiamo come fondamentale un nuovo modo di far politica.

 

UNITA’ SUL PROGRAMMA

 

La storia dei gruppi ha visto – e non a caso – unificazione e divisione sulla base delle teorie. Il programma dl lotta ha sempre svolto un ruolo secondario. Quando si verificavano avvicinamenti sul programma questi erano largamente dovuti alle spinte spontanee e unificanti del movimento.

I gruppi, unificati sulla teoria, hanno così diviso il movimento. Rispetto a questo proponiamo di trovare concretamente momenti di unificazione e di coordinamento su un programma a partire dalla formazione di organismi autonomi nella fabbrica e nella scuola e di trovare qui il terreno unificante e con ampie possibilità di politicizzazione di strati non ancora inseriti nei gruppi. Il dibattito e il confronto teorici avranno il loro preciso senso sulla base di un preciso criterio: la loro capacità di servire al chiarimento della situazione di azione pratica e all’avanzamento del progetto di organizzazione dell’autonomia come formazione della direzione operaia sul processo complessivo.

Allora, non un generico «abbracciamoci », ma una unità su un programma preciso che venga elaborato a partire dalla pratica di questi anni di lotta.

Per la fabbrica: il programma dell’egualitarismo e del rifiuto del lavoro; la formazione di organismi autonomi di fabbrica in cui le avanguardie costituiscano un punto di riferimento politico per l’intervento di massa, per la lotta alla linea sindacale e per il lavoro nei CdF, organismi uniti sul programma e dentro un progetto di coordinamento con altri organismi e gruppi autonomi per la formazione di un tessuto di direzione operaia complessiva dentro il movimento.

Per la scuola: programma di lotta contro la organizzazione capitalistica dello studio e della cultura, contro la selezione e per una scuola media unica gratuita fino a 18 anni con promozione garantita; formazione di organismi autonomi degli studenti, che abbiano come punto di riferimento l’organizzazione dell’autonomia operaia.

Per i movimenti di liberazione: riunificazione dei contenuti autonomi e specifici dentro una lotta contro la società del vivere per lavorare e in rapporto ai contenuti del rifiuto del lavoro; autonomia reciproca ma accettazione del confronto a partire non dalle idee ma dalle esperienze, dai contatti, dalle discussioni, dai coordinamenti.

Dunque un programma di cui fa parte integrante il rifiuto di organizzazioni esterne sovrapposte agli organismi di fabbrica e di scuola, cioè una proposta di organizzazione diversa da quella gruppettistica. Non autonomia difensiva dai gruppi, ma autonomia d’attacco, basata su un diverso lavoro politico per un reale confronto coi gruppi a partire dalla nostra presenza nel movimento.

Una organizzazione basata sui coordinamenti cittadini e nazionali degli organismi autonomi di fabbrica che servano alla individuazione della fase politica, del livello dello scontro di classe, della linea sindacale, di ciò che l’autonomia operaia esprime; coordinamenti a cui partecipino anche gli studenti che vi fanno riferimento e che periodicamente si svolgano in specifico sui temi della scuola e delle lotte studentesche. Da qui articolazione autonoma, da parte degli studenti e degli insegnanti, di questo programma e di queste analisi sul loro terreno specifico. Dunque non direzione operaia burocratica e meccanica (il «Partito delle mani callose»), ma organizzazione con al centro la fabbrica e la direzione operaia capace di confrontarsi con contenuti e movimenti che emergono fuori dal terreno specifico della fabbrica e della classe operaia. E non solo nella scuola.

Movimenti autonomi dei giovani, delle donne, di strati sociali emarginati, repressi e sfruttati dal capitale hanno oggi momenti organizzati di espressione: la nostra proposta è rivolta a chi di loro accetta di confrontarsi con la crescita dell’organizzazione dell’autonomia operaia senza per questo rinunciare alla propria autonomia e alla propria pratica sui propri specifici bisogni. Si tratta anche qui di trovare momenti di coordinamento, di confronto e di discussione reciproci sulla base delle esperienze compiute.

 

DUNQUE, UN NUOVO MODO DI FAR POLITICA?

 

Certo. È necessario.

Perché non è più possibile rivolgersi da avanguardie ad avanguardie con un linguaggio parrocchiale da «esperti della politica, saper tutto l’ABC – e anche la L e la M – del marxismo leninismo e non riuscire a parlare concretamente di noi e delle nostre esperienze.

Perché la coscienza e le spiegazioni devono diventare evidenti attraverso una esperienza delle proprie condizioni, problemi e bisogni e non solo attraverso teorie che descrivono meccanismi.

Ancora: un nuovo modo di far politica è necessario perché la pratica politica dentro i vari settori del movimento non sia separata e divisa anche là e nella misura in cui oggi è già possibile un minimo di confronto reciproco sulla base delle diverse esperienze.

Infine perché si giunga a porre concretamente e praticamente i primi embrioni di vita diversa, di un modo di verso di essere noi stessi e di avere rapporti personali, al di là dei ruoli che ci impone il capitale per emarginarci, subordinarci, dividerci, per averci come leale forza lavoro per i suoi profitti.

Non certo «isole di comunismo», però coscienza che oggi è praticamente possibile fare qualche concreto passo in avanti in questa direzione. Coscienza che insomma non se ne può più della logica, dei valori, della vita del capitale, che ci sono cose radicali da dire e un principio marxista da finalmente applicare davvero, quel principio che dice: «Evidentemente l’arma della critica non può sostituire la critica delle armi, la forza materiale non può essere abbattuta che dalla forza materiale; ma anche la teoria si trasforma in forza materiale non appena penetra nelle masse». Di solito, quanto al principio ci si ferma qui, ma in realtà il compagno Marx prosegue così: «La teoria è in grado di impadronirsi delle masse non appena si palesa ad hominem (cioè persona per persona) ed essa si palesa ad hominem non appena diviene radicale. Ed essere radicale significa cogliere le cose alla radice. Ma la radice dell’uomo è l’uomo stesso».

Ce n’è di che sciogliere molti gruppi!

 

UN GIORNALE «DENTRO LE LOTTE» E «DENTRO IL MOVIMENTO»

 

Tutto questo pensiamo possa esprimersi anche attraverso un giornale nazionale. Non ci si arriverà subito, ma questa è la strada. Una strada che non possiamo certo percorrere da soli, perché a dare dimensioni di movimento a esperienze significative sì, ma frammentarie e locali, occorre un ampio lavoro di coordinamento e confronto che necessita di strumenti.

Un giornale è il minimo indispensabile per mantenere un livello organizzativo, di informazione, di elaborazione del programma, che raggiunga tutte quelle realtà locali con cui non siamo direttamente in contatto ma che stanno procedendo nella stessa direzione.

Così come è il minimo indispensabile per dare un po’ dl respiro a un confronto tra le esperienze della fabbrica, della scuola, e dei movimenti di liberazione.

Un giornale così è un risultato da raggiungere e rispetto al quale siamo ancora molto indietro (alcuni numeri di transizione di «Rosso» potranno servirci a fare da subito l’esperienza del passaggio da un giornale di gruppo che dice la sua su tutto a un giornale dentro le lotte e dentro il movimento che riesca ad essere l’espressione di tutte quelle realtà ben più ampie dell’ex Gruppo Gramsci che si muovono nella direzione della nostra proposta e ad iniziare l’esperienza di una diversa gestione del giornale).

Lo scioglimento del gruppo e il lancio di questa nostra proposta, il collegamento con chi nella fabbrica, nella scuola, nei movimenti di liberazione è giunto agli stessi risultati per altre vie; la preparazione e la discussione con loro di tutti i numeri del giornale, l’apertura cioè del giornale e della redazione a chi si riconosce in questo progetto; il collegamento con giornalini di fabbrica, di scuola, di gruppi locali; il rapporto con altre redazioni per scambio di materiali e di esperienze ecc. sono i primi passi che dobbiamo riuscire a fare (e che, sia pure limitatamente, abbiamo già fatto) per dare una minima credibilità a «Rosso» (o come esso si chiamerà in futuro) come strumento ed espressione del coordinamento dei momenti organizzati di autonomia nella fabbrica, nella scuola e nel movimento in generale.

 

GRUPPO GRAMSCI

 

                                          da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – n. 7 – dicembre 1973

                                                                                                                  Torna alla sezione

 

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.