Visto che non si riesce a prendere il pesce bisogna prosciugare il mare…

Visto che non si riesce a prendere il pesce bisogna prosciugare il mare…

 

Destabilizzazione e destrutturazione

 

Il problema: è possibile una critica effettiva, condotta all’interno dello svolgersi materiale del processo rivoluzionario, che ci faccia uscire dalla ferrea morsa che le due variabili ormai indipendenti dello Stato e delle BR impongono all’intero movimento comunista? E ancora: l’autonomia operaia e proletaria ha oggi la forza e gli strumenti per far marciare insieme destrutturazione e destabilizzazione, in modo da riportare su terreno corretto la lotta rivoluzionaria? Per rispondere a queste domande l’analisi della genesi della pratica delle Br serve a ben poco. Gli stessi riferimenti alla terza internazionale, agli psicologismi moralistici, alle affermazioni paradossali che vedono questa organizzazione come frazione armata del movimento operaio ufficiale non arricchiscono di molto le possibilità di interpretazione, anzi diventano spesso esercizio ozioso. Del tutto ridicolo poi è l’approccio al problema partendo dalla teoria del complotto o peggio ancora dell’infiltrazione.

E in più, la buona coscienza della rozzezza teorica dei compagni delle Br non impedisce al più levigato opportunista gruppettaro di fare i conti con la ben concreta azione di questa formazione. Con questo metodo al massimo ci si può giustificare la militarizzazione della intera società, la costrizione al consenso tramite la forza dell’intero apparato statale; mentre la risposta è tutta interna al livello delle lotte operaie e proletarie, alla loro intensità, alla loro qualità. Sia l’azione dello stato sia la pratica delle BR non pongono quesiti teorici, ma richiedono fino in fondo soluzioni pratiche. La domanda che il movimento deve porsi è se la destabilizzazione precede, anticipa, fonda il processo della lotta rivoluzionaria, l’apertura dello scontro aperto fra le classi, o in termini più corretti, della guerra civile. O se piuttosto, come è dato riscontrare in ogni rivoluzione la destabilizzazione istituzionale dipenda dai tempi e dalle necessità della destrutturazione generale dei rapporti di potere, di tutti i rapporti di potere, che fondano la riproduzione del rapporto sociale capitalistico, della accumulazione, dello sfruttamento, del dominio. Noi siamo di questo avviso, in questa prospettiva lavoriamo e quindi non possiamo essere d’accordo sul metodo, sulla pratica, sul programma delle Brigate rosse. La critica, quindi, non può essere sulla forma di lotta in generale ma sulla sua pratica qui e ora rispetto al rapporto di forze su scala nazionale e metropolitana europea che le classi in lotta hanno instaurato nell’ultimo decennio.

Rispetto dunque ai livelli di contropotere effettivi, e quindi di forza di coercizione effettiva, del proletariato sulle altre classi, rispetto alla vanificazione della mediazione politica come aspetto formale del dominio del capitale sul proletariato, e rispetto all’indebitamento, all’isolamento della macchina statale di comando.

Certo, continuamente viene dimostrato che il monopolio della violenza non sta più solo dalla parte dello stato ma comincia anche a essere posseduto da parti consistenti del proletariato, ma non può sfuggire a nessuno quanto ancora l’intelligenza comunista, la determinazione militante deve estendersi, radicarsi, perché questo rapporto di orma diventi accettabile. D’altra parte non può sfuggire a nessuno, nonostante tutte le mistificazioni e gli occultamenti, che la destabilizzazione si dà come forma corrente della strategia concreta dell’iniziativa statuale del capitale contro l’emergenza comunista dell’autonomia operaia e proletaria.

 

La controrivoluzione capitalistica

 

Che altro è il ricorso alle leggi speciali, la mobilità coatta del lavoro, i tagli drastici e impietosi della spesa pubblica, la nuclearizzazione e la automazione della produzione, la riunificazione permanente non più del mercato, ma di tutti gli strumenti di dominio sul piano mondiale degli stati capitalistici?

Assistiamo da anni all’anticipazione terroristica dell’iniziativa statale sul piano militare ed economico contro il movimento rivoluzionario, lo mettiamo nel conto, non ce ne lamentiamo. Ne valutiamo gli effetti sull’immediato e nel frattempo lavoriamo per sbaragliarla, per sconfiggerla. È  ridicolo quindi il tentativo messo in opera da più parti di riportare la riorganizzazione terroristica dello stato a questa o a quella iniziativa delle forze rivoluzionarie.

Solo la cattiva coscienza di un sistema di dominio abietto e ormai immotivato per la grande maggioranza dei proletari può ricorrere a queste forme di occultamento. Quello che si vuol colpire ogni volta, quello che si vuole arrestare, distruggere, è la lotta comunista rivoluzionaria di milioni di proletari, il senso dello stato non c’entra niente, qui c’è solo il senso del potere e dello sfruttamento. E, nei casi più scoperti, il senso del portafoglio.

Non si scopre da oggi che è la violenza che fonda lo stato del capitale. Non è una acquisizione recente che il rapporto di produzione si basa sulla violenza di una classe sull’altra, ma quello che è di oggi – e lo sarà ancora più di domani – è la consapevolezza ormai generale che la violenza non sta più solo da una parte ma sta diventando pratica intelligente, creativa, di migliaia e migliaia di comunisti. Le idee sono chiare su questo punto. Il problema è quale programma, quale tattica, quale metodo, quali obiettivi socializzano, generalizzano, rafforzano, rendono irreversibili all’interno del proletariato questa semplice acquisizione.

 

Miseria e sconfitta del compromesso storico

 

Completiamo il quadro: ormai tutti si chiedono cosa è rimasto dell’Eurocomunismo, del compromesso storico, della pavida illusione che Berlinguer aveva fatto balenare agli opportunisti di ogni risma. Sbaragliato in Spagna, sconfitto in Francia, ormai alle corde in Italia.

Non è servito a niente scaricare sul proletariato europeo il peso enorme della crisi; il capitale non solo ha riacquistato il pieno controllo dei livelli istituzionali, ma si è preparato a rispondere alle condizioni mutate dello scontro di classe. Ma in Italia il Pci non può tirare le conseguenze della sconfitta; si è troppo compromesso, cacciatosi in un culo di sacco, continua ad agitare questa miserabile illusione facendosi capofila dei mutamenti della legalità più aberranti, spingendo per la socializzazione delle forme più turpi del dominio borghese: la delazione di massa, il licenziamento politico, la creazione di polizie popolari, l’esaltazione del linciaggio. Questo partito, persa ogni decenza, senza più uno straccio di disegno politico, che non sia il coordinamento delle operazioni poliziesche col comando dei carabinieri, propone ormai una soluzione sudamericana: visto che non si riesce a prendere il pesce, bisogna prosciugare il mare! Che dire poi, ormai, di Macario, di Benvenuto, di Lama, di Pecchioli, questi porci pronti a tutto pur di resistere in qualche modo nei loro ruoli miserabili.

Tutto questo sarebbe farsesco se non fosse il segno di una svolta storica, irreversibile, che comincia ad accompagnarsi drammaticamente alla sconfitta del compromesso storico. È il sistema dei partiti tutto intero che è teso alla sua sopravvivenza, costi quel che costi. Ed appare francamente incredibile che i meno esagitati siano quelli che contano, i democristiani. Ma ormai si è alla verifica! Dovranno spiegare i picisti i risultati dell’accordo di governo. Dovranno portare tra le masse il loro programma: le menzogne appariranno come menzogne, la linea controrivoluzionaria sarà pienamente manifesta e giustamente interpretata e combattuta. Quello che fa specie è l’incoscienza del suicidio politico, il masochismo più spinto, la mancanza di strumenti ragionati che accompagna questo simulacro pavido di partito di classe.

 

C’è spazio per la lotta «democratica»?

 

Che dire anche degli accorati appelli della defunta sinistra extraparlamentare e alla difesa degli spazi democratici che la trasformazione in regime dell’accordo a cinque lascerebbe aperti? Non si rendono ancora conto, alla loro età, che la «democrazia» e questo sistema dei partiti sono la stessa cosa. C’è poco da difendere: la forma che la democrazia prende dentro la crisi è la forma del comando coatto al lavoro, l’unico garantismo e mediazione che viene accettato è quello del comando d’impresa. Solo dopo una sconfitta storica irreversibile nel lungo periodo per il movimento rivoluzionario proletario così come si è andato costituendo in questi ultimi dieci anni di lotta – il «gioco» – democratico può riprendere. Non siamo disposti a pagare, e allora non facciamoci illusioni! Il processo di stabilizzazione multinazionale è in atto da anni, parallelo e contrario alle lotte proletarie in tutta la metropoli occidentale. Abbiamo definito questo movimento, per gli obiettivi che porta avanti, per le forme di lotta che conquista, per la ricchezza e l’estensione delle forme di organizzazione, e per la situazione di crisi storica del dominio capitalistico, il movimento della maturità del comunismo. E coerentemente abbiamo interpretato la crisi economica come il punto più alto di risposta capitalista alle lotte di liberazione comunista; se questa è la realtà, e qualunque proletario può testimoniare per vera quale scandalo può esserci a rintracciare e costruire dentro le lotte una prospettiva, un progetto che consenta un esito positivo, vittorioso allo sforzo, agli obiettivi, ai desideri che milioni di proletari incessantemente da anni portano avanti? Quale vergogna può esserci ad affermare con la forza, secondo la pratica di un secolo di lotte dei proletari, che comunque la si metta, l’esito non può essere che lo scontro violento di una classe contro l’altra, e alla fine il sopravvento violento del proletariato sulle classi che ora lo opprimono?

 

Questo movimento è insopprimibile

 

Certo i rapporti di produzione si sono evoluti, con la socializzazione dello sfruttamento è cresciuta l’intelligenza produttiva e di lotta di milioni di proletari e con essa la volontà comunista di un rovesciamento che quotidianamente si richiede, si rafforza, si organizza. Questo movimento è insopprimibile, questo movimento si arma. Esso destruttura continuamente, e in termini sempre più chiari e con più forza i rapporti di produzione vigenti. Compito dell’autonomia organizzata è stare dentro, partecipare a questa immensa destrutturazione. Ma compito della autonomia è anche quello della anticipazione, non rispetto all’astrattamente giusto o ingiusto, ma rispetto alle possibilità reali del salto, alla materializzazione della tendenza. La funzione di avanguardie è una incessante funzione di anticipazione, ma la possibilità stessa della direzione muore se il salto non viene costruito dentro i rapporti di forza dati. Per affermarsi la tendenza deve essere graduata, il possesso intero della tattica viene richiesto.

Ad ogni grado di destrutturazione deve corrispondere un grado adeguato di destabilizzazione, reso possibile, giustificabile e utile dal mutamento dei rapporti di forza che il movimento intanto ha conquistato per sé. Ma criticare in maniera inflessibile ogni deroga a questa semplice regola del metodo della rivoluzione non può essere concesso al metodo degli opportunisti o ai traditori, di qualunque natura o qualunque sia la loro giustificazione. Solo chi lavora con metodo, con continuità alla pratica di liberazione del proletariato ha diritto di parola.

 

Fase e prospettive strategiche

 

Ora è evidente a tutti che il movimento deve attraversare e sconfiggere, nella fase, un tentativo gigantesco di normalizzazione. È altrettanto evidente che non se ne esce vittoriosi se non facendo emergere tutti gli elementi strategici e di lungo periodo già presenti. Attaccare e sconfiggere la stabilizzazione di regime è uno dei compiti, portare lo scontro all’interno delle lotte proletarie, dare loro forza, stabilità e continuità di contropotere, è il metodo. La riorganizzazione capitalistica passa attraverso la riorganizzazione della spesa pubblica, della giornata lavorativa sociale; tenta un salto di lungo periodo con la nuclearizzazione e l’automazione della produzione e del controllo; usa tutti i sistemi di coercizione dalle carceri ai licenziamenti alle stragi alla produzione di morte; indebolisce preventivamente la capacità di resistenza riducendo la quota di ricchezza socialmente godibile e innalzando la quota di capitale in misura mai vista per accrescere produttività e comando. Contro questo ventaglio strategico della controrivoluzione va scagliata l’iniziativa proletaria, nei modi e nell’intensità che il carattere micidiale di questo programma richiede.

Tutto questo va destrutturato, tutto questo va destabilizzato! Questo è il banco di prova a cui ci costringe il capitale e i suoi manutengoli. Il destino dell’autonomia operaia e proletaria si gioca qui interamente. È davanti a tutti lo sbandamento che ha attraversato il movimento a partire dagli ultimi avvenimenti. I nostri nemici, come lupi, si sono scatenati. L’abbiamo sempre messo nel conto, ma comunque la nostra iniziativa in qualche misura è arretrata. Bisogna riprendere l’iniziativa, posiamo e dobbiamo uscire rafforzati da questa congiuntura. Basta. Si torna nei quartieri, nelle scuole, nelle fabbriche, si riprende la lotta, la si rafforza, tenendo conto anche delle condizioni mutate. Una fase storica si è chiusa, dobbiamo aprirne un’aula, senza estremismi ma con decisione. Tutti i compagni, tutti gli strumenti vanno calibrati per reggere l’urto, per vincere. Le radici sociali dell’autonomia sono profondissime, l’odio contro lo stato e contro il capitale è altrettanto profondo. In questo paese e in tutta Europa nelle condizioni sempre più spettrali del capitalismo maturo, nell’epoca dell’attualità del comunismo, ogni risorsa rivoluzionaria messa in moto si moltiplica in modo entusiasmante. Abbiamo l’orgoglio di agitare e di praticare un programma di maggioranza. Conquistiamone la forza.

 da «Rosso. Per il potere operaio» – anno VI – n. 27/28 – aprile 1978

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