Crisi: cosa prepara il cervello capitalistico

Crisi: cosa prepara il cervello capitalistico

 

Per cominciare è da dire che, rispetto al tipo di previsioni che eravamo venuti facendo l’anno scorso all’inizio di questa nuova esperienza di movimento, esse sono risultate sostanzialmente corrette anche se, come sempre, la realtà è infinitamente più ricca della teoria. E innanzitutto direi che il primo elemento che è apparso in maniera del tutto chiara è la non specificità della crisi italiana. Infatti la crisi italiana è risultata in quest’ultimo anno essere sempre di più un aspetto, una faccia della crisi generale che investe il modo di produrre capitalistico in questa fase storica.

 

La dimensione della crisi

 

Se stiamo semplicemente ai dati materiali della crisi ci accorgiamo che questi semmai sono più favorevoli, per quanto riguarda la situazione italiana rispetto a quanto avviene in tutti gli altri paesi capitalisticamente avanzati. Ciò riguarda sia la dimensione del prodotto nazionale lordo sia i dati relativi all’inflazione e quelli della bilancia dei pagamenti e quindi all’interconnessione internazionale del mercato capitalistico.

Va quindi sottolineata la dipendenza sempre più pesante dell’andamento della crisi italiana dall’insieme dei rapporti di classe che costituiscono sviluppo e crisi capitalistica sul livello internazionale. Le ragioni della crisi vanno dunque riportate e sempre meglio identificate sul livello internazionale, che diventa quello decisivo. Ciò è sempre stato vero, nello sviluppo capitalistico una volta che si sia usciti dall’accumulazione primitiva: ma lo specifico della nostra epoca consiste nel salto di qualità nell’interdipendenza e nella dipendenza dell’economia capitalistica italiana dal mercato mondiale. Vale a dire che tutte le coordinate esterne sono diventate interne, che non si fa più politica economica in Italia se non le si tiene presenti in maniera fondamentale.

Ora, l’interconnessione tra le economie capitalistiche si è sviluppata a partire dagli anni ’60 in maniera sempre più stringente dentro quella che è la tipica dialettica dello sviluppo capitalistico. Si è verificato cioè non solo un tentativo di ristrutturazione e di perfezionamento delle strutture produttive interne dei singoli paesi, bensì prima di tutto in questa fase un tentativo di pianificazione del mercato mondiale a partire dai punti più alti dello sviluppo tale da offrire una possibilità di controllo e risposta sempre più efficaci contro la circolazione internazionale delle lotte di classe operaia. Come sempre anche in questo caso, è evidentemente l’altezza delle lotte di classe operaia che determina un perfezionamento della struttura capitalistica tale da fissare una continuità del controllo. Ma la continuità delle lotte ha avuto una costanza e un’efficacia, che nel momento stesso in cui veniva formalmente perfezionandosi il meccanismo di controllo, di nuovo esso ha vissuto una situazione di precarietà e di crisi.

Quindi ci troviamo di fronte a una incentivazione continua del rapporto, di controllo a partire dall’area capitalistica avanzata e contemporaneamente a un approfondimento degli antagonismi che si rispecchiano in tutta la loro complessità sull’intera area che il processo capitalistico ha tentato esso stesso di unificare.

Fermiamoci comunque sul primo aspetto. Oggi la consapevolezza capitalistica della necessità di un controllo integrato, comincia sempre di più a svilupparsi in forme che tentano di ritrovare una interna coerenza. È in proposito molto chiaro quanto sta avvenendo sul piano europeo dove dopo una lunga fase polemica tra USA e CEE, viene affermandosi – in questi ultimi mesi – un tentativo di determinazione e di riordinamento dell’intervento, di unificazione del progetto capitalistico di controllo. Questo processo si rileva in una serie di dati materiali estremamente precisi; in particolare si può osservare quanto sia proceduto il coordinamento delle politiche monetarie e in generale di tutte le misure politiche conseguenti alla crisi del petrolio. Da questo punto di vista l’Italia viene riassorbita dentro un livello di controllo diretto monetario, che riguarda, attraverso le condizioni di prestiti e crediti, tutte le altre componenti capitalistiche dello sviluppo; i recenti accordi con la Germania hanno significato essenzialmente un reinserimento politico dell’Italia dentro questi livelli. Si ricomincia anche a parlare di una ricollocazione dell’Italia all’interno del serpente monetario, cioè di una fascia fissa di variazioni negli andamenti della moneta.

Ora tutti questi dati servono semplicemente a sottolineare che l’Italia non è il Cile, che l’Italia è un paese capitalisticamente sviluppato totalmente compreso dentro una capacità di controllo capitalistico che si riferisce ai più alti livelli di classe, che di fronte alle lotte italiane si propone immediatamente il problema della lotta di classe dell’operaio multinazionale.

Ma se questo è il punto di vista capitalistico, tanto più deve essere il nostro.

Siamo al centro di un ciclo di lotta internazionale, sull’intera area dei paesi capitalistici avanzati, e dobbiamo quindi evitare qualsiasi illusione di vivere in un’isola, di confrontarci con l’anello più debole della catena, illusioni queste che purtroppo la propaganda neorevisionista tenta sistematicamente di introdurre all’interno del movimento.

Si diceva: la crisi è condotta a questi apici dall’intensità della lotta operaia, o se volete, molto più materialmente dall’incontenibile processo di crescita salariale, quindi marxianamente dalla nuova irreversibile capacità operaia di soddisfare nuovi bisogni. Il capitale si era abituato a far corrispondere la sua capacità di controllo a un meccanismo riformistico incessante: in fondo la caratteristica fondamentale del neocapitalismo e di tutto quello che era stata la ristrutturazione dello stato dell’economia capitalistica dopo la seconda guerra imperialista era stata indubbiamente la capacità di riassorbire la pressione operaia dentro uno schema riformista che riproduceva il controllo nel momento stesso in cui soddisfaceva alcuni nuovi bisogni fondamentali emergenti attraverso le lotte della classe operaia.

In realtà la crisi scoppia quando questo meccanismo e questa coincidenza tra meccanismi di riproduzione del dominio capitalistico e riformismo cominciano a non funzionare più. Elemento centrale della crisi è senza dubbio l’aumento del prezzo del petrolio, ma solo in quanto esso rivela ed incentiva l’aumento dei prezzi di tutte le materie prime: rivela cioè la prima affermazione vincente di un processo di lotte ormai incontrollabili nei paesi del terzo mondo, in tutte quelle aree che accerchiavano l’Europa.

Da questo punto di vista non sarà mai sufficientemente esaltato il ruolo fondamentale giocato dalla rivoluzione cinese e di tutto che quello essa trascina con sé all’interno dei paesi del terzo mondo. Il capitale a questo punto non può rispondere che con meccanismi riformistici, tentando di legittimare il ruolo di nuove borghesie nazionali capitalistiche: anche a costo di riceverne contraccolpi fortissimi, come appunto dall’aumento dei prezzi di tutte le materie prime, fondamentale condizione per l’apertura di processi di sviluppo dei paesi del terzo mondo. È tutto questo che blocca uno dei meccanismi fondamentali che appunto permettevano la coincidenza della riproduzione dei meccanismi di sfruttamento e di un certo riformismo da parte dello stato pianificato contemporaneo. Lo blocca perché praticamente toglie la possibilità di trasferire l’aumento dei costi della forza lavoro all’aumento dei costi dei prodotti, impedisce cioè quella manovra monopolistica classica che permetteva appunto il riformismo e che era quella di ristabilire un equilibrio tra l’aumento del costo dei prodotti e l’aumento del costo della forza lavoro. L’altro fatto che è assolutamente sostanziale è il livello, come prima si ricordava, delle lotte operaie nella loro quantità e nella loro qualità. Nella loro quantità: come nuovi bisogni che si richiede di soddisfare dal punto di vista del salario cioè della quantità di beni (di reddito) che deve essere distribuita verso la classe operaia e verso i settori del proletariato ad essa collegati; dall’altra parte in termini qualitativi: vale a dire che proprio questi nuovi bisogni cominciano a rompere l’immenso peso di consuetudini repressive, e soprattutto di quella consuetudine diuturna al lavoro capitalistico che proprio l’affermazione di questi nuovi bisogni e il loro soddisfacimento, attacca e rompe. Il lavoro comincia a diventare odioso in quanto non corrisponde più a un bisogno di sviluppo dei singoli strati operai.

 

La crisi degli strumenti di controllo

 

Il cumularsi degli effetti delle lotte dei proletari del terzo mondo e delle lotte operaie metropolitane, nella loro quantità e qualità, non determina solo la crisi dei più classici meccanismi economici del monopolismo. Esso determina anche la crisi dei meccanismi politici del neocapitalismo. In tutti i paesi capitalistici avanzati si assiste al disfacimento delle politiche di controllo, sia che esse si valessero di strumenti monetari e fiscali, sia che giocassero sulla ristrutturazione tecnologica, sia che si affidassero al gioco politico istituzionale (politica dei redditi).

Si è parlato in proposito di crisi della «forma denaro», e può ben essere vero nel senso cioè che ciò è andato in crisi è il rapporto generale fra misura dello sfruttamento e capacità capitalistica di controllo delle quantità di beni da distribuire all’interno del ciclo riproduttivo del capitale.

Ma vediamo le cose ad una ad una. Praticamente in tutti i paesi capitalistici i vecchi strumenti monetari risultano quasi completamente inefficaci alla restaurazione della crisi ed anche a una reazione sulla crisi; gli strumenti fiscali di interventi sul reddito risultano anch’essi totalmente incapaci di incidere in maniera sostanziale nella distribuzione dei redditi e nella manovra di controllo complessiva.

Questi sono elementi estremamente importanti e che comportano la crisi della struttura statale. Qui non si tratta più di ritardi o deformazioni o cose del genere: in realtà è la stessa dinamica delle classi, l’emergere di interessi radicalmente contrastanti rispetto all’interesse generale, che si consolida in tale maniera da rendere assolutamente impossibile un uso comunque definitivo di questo tipo di strumento d’intervento e di riassetto.

D’altra parte enormi difficoltà trova anche l’altro sistema classico di intervento del capitalismo sulla crisi, cioè l’intervento ristrutturante. Tra noi, secondo me, parliamo troppo di ristrutturazione. Tutte le volte che interviene una modificazione qualsiasi all’interno del processo produttivo, qualcuno dice «ristrutturazione».

Ma, questo è nient’altro che la mobilità caratteristica dell’organizzazione capitalistica della produzione. Non possiamo eguagliare la ristrutturazione a quella che è semplicemente la manovra di controllo e alla continuità della innovazione capitalistica. La ristrutturazione è qualcosa di più: è un nuovo modo di controllare la classe attraverso un salto tecnologico, un’innovazione tecnologica effettiva che abbia una reale capacità moltiplicativa di controllo all’interno dell’intero tessuto di classe. L’esempio classico di innovazione è l’inserimento della linea di montaggio che modifica, scompone, ogni elemento di precedente organizzazione di classe, attraverso l’imposizione di una base materiale tecnica estremamente elevata. Oggi invece il processo di ristrutturazione non provoca nessuna seria modificazione dello sviluppo. Si è fatto un gran discorrere sulla chimica, sulla ristrutturazione che avrebbe comportato la chimica sul piano generale, ma dobbiamo dire che, a tre o quattro anni di distanza dall’inizio di queste discussioni, ben poco si è realizzato, se non appunto in termini di modellistica estremamente astratta ed ideologica. Si è parlato poi a dismisura del tipo di ristrutturazione che poteva intervenire attraverso i processi di automatizzazione spinta, tali da determinare salti qualitativi nel modo stesso di condurre la produzione. Anche su questo terreno ci troviamo alla fine di fronte a qualche esempio estremamente interessante ma tutt’altro che capace di rappresentare una tendenza inarrestabile con conseguenza di modifica strutturale dei coni portamenti di classe operaia.

Quindi ristrutturazione sì, ma appunto dentro livelli che non sono comunque decisivi in relazione al potenziale tecnico e al potenziale capitalistico oggi in riferimento della crisi.

Da ultimo è in crisi il sistema del consenso e dei meccanismi allestiti alla sua restaurazione. Non è questo il luogo per ripercorrere descrittivamente le figure dalla crisi della politica dei redditi lungo gli anni ’60-’70. Ciò che interessa sottolineare è che questa crisi non tocca solo i rapporti fra le due classi di lotta ma coinvolge e implica i «cittadini»; la finzione democratica stessa, si riproduce attraverso tutte le variegate articolazioni della società del capitale. La socialdemocrazia come politica emblematica della soluzione dei contrasti di classe, attraverso il consenso dinamico della società, ha raggiunto da questo punto di vista, il più alto livello di inverosimiglianza.

Dunque da un lato ci troviamo di fronte a questo approfondimento della crisi e a questa sua riproduzione generale attraverso i rapporti tra mondo sviluppato e nuove ondate di lotta dei paesi del sottosviluppo, dall’altra a una crisi interna e alla incapacità capitalistica nella situazione attuale di risolvere con gli strumenti tradizionali.

 

Cosa prepara il cervello capitalistico?

 

Vediamo allora – ovviamente semplificando – quali sono i due tentativi fondamentali che sono stati messi in atto dentro la fase attuale dal punto di vista del cervello capitalistico complessivo per la soluzione della crisi. C’è stato da un lato un discorso che è emerso durante il periodo nixoniano, soprattutto attraverso l’iniziativa kissingeriana, e che è stato ripreso dai ceti capitalistici degli altri paesi: era un discorso che vedeva dentro la riorganizzazione nel mercato mondiale la possibilità di assetto transitorio e di blocco momentaneo della crisi. Praticamente si diceva: il tentativo di integrazione (di consolidamento integrato) della aree marginali, l’area del petrolio essenzialmente, e la possibilità di trasferire questi sovraprofitti dei petrolieri in riciclaggio verso i paesi di alto sviluppo, avrebbero probabilmente permesso una ripresa di margini di riformismo e di intervento all’interno dei singoli paesi.

È questa un’ipotesi che vedeva il mantenimento degli equilibri attuali nella crisi all’interno di una possibilità d’allargamento del mercato capitalistico e di consolidamento delle aree marginali, di riorganizzazione interna del mercato capitalistico per sotto-sistemi, dove la nazione forte, la Germania (nella fattispecie per l’Europa); consolidava i suoi rapporti con gli stati che gli stavano intorno dal punto di vista finanziario, da un punto di vista produttivo, ecc. Questo tipo di ipotesi è marciata abbastanza a lungo ed è una ipotesi dentro la quale si è collocato fino in fondo il discorso del compromesso storico in Italia.

Il compromesso storico in Italia avrebbe avuto da questo punto di vista alcuni vantaggi, quali l’inserimento di alcune forze fondamentali al controllo della classe operaia nell’apparato di governo, dall’altra parte avrebbe avuto il vantaggio – in questa situazione – di essere garantito su livelli internazionale integrati, subcomandati, e di riuscire quindi a darsi senza pericoli troppo pesanti all’interno di un’area regionale controllata, per condizioni finanziarie, militari, ecc. a tutti i livelli, in ogni momento.

È fuor dubbio che questa tesi sia marciata, abbastanza lungamente fino a coinvolgere in dichiarazioni estremamente precise anche tutta una serie di rappresentanti del ceto politico ed economico italiano.

C’è però un’altra linea che sta venendo fuori sempre più pesantemente ed è una linea che appunto il rinnovamento della leadership americana (ed anche francese e tedesca) sta riproponendo sul piano europeo e mondiale. È una linea che non vuole la possibilità in tempi brevi di una soluzione transitoria di questo passaggio critico nei termini prima prospettati; vede invece la necessità di un intervento recessivo sul livello mondiale, estremamente pesante, entro termini brevi. È se si vuole la linea emersa in maniera decisamente unanime dentro il dialogo degli economisti della casa bianca, immediatamente ripresa dentro tutti i livelli del controllo finanziario del mondo capitalistico avanzato. Al suo emergere sono subito seguite una serie di misure a carattere deflattivo, con qualche tentativo di accentuazione della crisi in termini ideologici e panici.

Ora è necessario fare attenzione: l’ipotesi deflattiva e recessionistica ha sempre fatto parte dell’armamentario congiunturale del capitale, ma anch’essa ha in questo caso fatto un salto avanti, perché è chiaro che se i rapporti di classe sono così tesi quanto dicevamo, l’uso di una politica deflattiva e recessionistica non è facile, supera i limiti tradizionali del rischio calcolato, si addentra in una sfida pensate con le forze di classe, comporta una ripresa di rischio, un affidamento all’uso della forza anche sul piano internazionale. Ed è quanto stiamo vedendo nell’ultimo periodo, in seguito al nuovo corso diplomatico di Ford-Kissinger. Quello che ora vorrei chiarire è che ci muoviamo su un piano di ipotesi. Tutta la nostra discussione deve su questa ipotesi provarsi, perché è chiaro che il passaggio della ipotesi recessiva (in termini duri) significa la strozzatura fondamentale di ogni iniziativa riformistica, significa quindi intensificazione dei livelli di lotta di classe, e da parte capitalistica di tutte le misure repressive e di attacco.

Probabilmente all’interno del ceto capitalistico l’esistenza di questi due punti di vista troverà una serie di meccanismi fluidificanti e alcuni accomodamenti: ma questo non significa che con tutta probabilità la seconda linea, quella direttamente recessiva, non sia destinata ad imporsi. Tuttavia, nelle more della decisione e nei tempi dell’aggravarsi della crisi, soprattutto nei paesi dove più alti sono i livelli di lotta di classe operaia e più ristretti i margini di decisione capitalistica. è dato attendersi per un certo periodo un aggrovigliarsi delle due tendenze. Questa considerazione vale soprattutto per l’Italia. Qui l’articolazione delle due tendenze, quella riformistica e quella senz’altro recessionista, si darà in maniera nuova rispetto al passato. Come è già stato ricordato da molti compagni, in una situazione per più versi molto contraddittoria, il tentativo capitalistico sarà quello di aggravare la crisi sociale più che la crisi produttiva; si assisterà a tentativi di introdurre nuove divisioni all’interno del proletariato; insomma l’approfondimento della crisi generale passerà attraverso una fase di crisi sociale, un consolidamento delle scissioni interne al corpo di classe, prima di incidere in termini meramente recessivi. Dobbiamo quindi tenere d’occhio soprattutto il rapporto fra crisi economica e manovra di divisione di classe: questo sembra il terreno privilegiato della manovra padronale. In questo senso i padroni italiani hanno bisogno dei comunisti: non come forza di governo ma come reale, effettiva forza di opposizione democratica. Essi debbono mediare quelle divisioni critiche che il capitale è costretto ad imporre. Essi debbono di nuovo rappresentare la specificità subordinata della situazione italiana.

Questo può essere dunque il tipo di mediazione che il modello di sviluppo e di crisi capitalistica trova oggi da noi nel tentativo di ristabilire propri equilibri rispetto alla necessità deflattiva imposta nel medio periodo dal livello internazionale del capitale. Se è vero questo, ne vengono tuttavia alcune conseguenze estremamente pesanti all’interno e complementari all’iniziativa di mediazione. Da un lato infatti, questa scissione capitalistica del sociale, questa diffusione della crisi sul terreno sociale, questa rottura del rapporto sociale di produzione (così come era stato reinventato dall’unità delle lotte), dall’altro un’accettazione degli strumenti del terrorismo di stato, della capacità dello Stato come rappresentante collettivo del capitale di penetrare sistematicamente ogni livello sociale nel tentativo appunto di differenziarlo e di romperlo continuamente.

Se dunque da un lato abbiamo visto la tematica del compromesso storico rientri in gioco, vicina a questo, compagni, c’è ben altro: c’è un tentativo di trasposizione sistematico e continuo della crisi economica in crisi sociale, tale che produrrà senz’altro la necessità di accentuare la verticalità repressiva del sistema. Questo sul piano interno. Ma è chiaro che sul piano internazionale i rapporti tra le situazioni di alcune aree decentrate, in cui i termini della crisi

sociale vengano accentuati (al massimo quali che siano gli espedienti politici usati), e le garanzie internazionali del comando che i capitalisti chiederanno per gestire queste situazioni, diventeranno anch’essi estremamente drammatici, soprattutto. In una situazione come quella italiana dove la linea immediatamente recessiva non è possibile, dove è necessario sviluppare una crisi sociale di divisione e di rottura dei livelli di classe, dove la mediazione e la partecipazione comunista per garantire questo compito transitorio.

Dal punto di vista dell’iniziativa soggettiva questa discrepanza (che non è oggettiva, determinata cioè dai livelli di capitale, ma soggettiva e politica, determinata cioè dalla qualità delle lotte operaie), va tenuto presente come luogo privilegiato d’attacco.

 

I problemi di fronte a noi

 

Giungiamo così ad alcune considerazioni che vengono immediatamente all’occhio sullo stato del movimento e sulle conseguenze che si danno a questo proposito.

Sono abbastanza convinto che sul piano del movimento ci troveremo di fronte ad un allargarsi della forbice tra un tentativo massiccio di classe di mantenere e di sviluppare la lotta sul salario, su quelli che sono i contenuti determinati della resistenza di classe, e quella che è la consapevolezza delle avanguardie della necessità di sviluppare un attacco contro gli strumenti più specifici che il capitale viene sviluppando oggi per la repressione e il blocco della crisi.

Credo che ci troveremo nei prossimi anni di fronte ad un ulteriore, pesantissima crisi dei livelli dell’autonomia data, in quanto essa rivela e non può che rivelare, la sua formidabile tenuta sul piano del rapporto della lotta tra le classi ma poca o nessuna capacità di assumere i livelli più alti della riorganizzazione statale del comando come obiettivo delle sue lotte.

Ed è questo allora il problema sul quale vorrei richiamare la vostra attenzione in inizio di dibattito.

Credo, riassumendo e concludendo, che l’intera dimensione della crisi sul livello mondiale stia accentuando quello che è disparità tra capacità operaia di mantenimento di certi livelli di forza e capacità capitalistica di repressione che sempre di più, sia pur in maniera ambigua, tenta vie recessive e che dentro lo sviluppo di questa via recessiva non può che rafforzare l’iniziativa del terrorismo statale, non può che rafforzare l’urgenza del dominio per linee verticali sulla società. Credo che di fronte a questo, i livelli dell’autonomia dimostrino una loro insufficienza radicale e che perciò il dibattito debba essere portato fin da ora e in maniera sistematica da un lato sulla necessità di costruire forme di lotta di massa adeguate all’attacco capitalistico che stiamo subendo, dall’altro attorno alla necessità dell’organizzazione d’attacco operaio sia contro l’accentuazione del terrorismo di stato sia contro le mediazioni internazionali del controllo capitalistico sulla situazione della lotta di classe in Italia.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 12 – ottobre 1974

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