Fuori i soldi per il resto sbrigatevela voi

NAPOLI: IL MOVIMENTO DEI DISOCCUPATI ORGANIZZATI

 

Fuori i soldi per il resto sbrigatevela voi


I disoccupati organizzati hanno scelto di nuovo la linea della lotta violenta nelle  strade.

Il 29 novembre saputo del­l’accordo truffa sul collocamen­to, i disoccupati hanno risposto con blocchi stradali per tre giorni in diversi punti del centro cittadino sino agli scontri in piazza Mazzini: gomme bru­ciate, pullman dirottati ed usati come barricate, sassi contro la celere che risponde sparando con pistole e raffiche di mitra. È dentro i fatti degli ultimi giorni che si vede il salto com­piuto dal movimento negli ulti­mi sei mesi. Dopo la fase della rabbia spontanea e di­sorganizzata, nella settimana rossa di lotta i disoccupati scel­gono il terreno della violenza organizzata come forma di lotta di massa.

Oggi, dunque, in concomitanza con lo scontro per i con­tratti nelle fabbriche a Napoli, il movimento dei Disoccupati Organizzati si prepara ad una resa dei conti con il padrone, lo stato. C’è chi si meravi­glia della realtà del movimento dei disoccupati: in realtà a Na­poli i cosiddetti emarginati sono impiegati in decine di attività produttive come il lavoro preca­rio nelle ditte (edili ed alimen­tari); il lavoro a domicilio, il la­voro, in piccole imprese inte­grate (scarpe ecc.), lavoro nero. Lavoro o no vogliamo campare; questo è il bisogno che c’è nella lotta dei disoccupati oggi: una vita decente senza subire il ri­catto del lavoro.

Non si tratta ora di esaltare un movimento, che, come in passato; dopo momenti duri di scontri è rifluito sul binario morto delle marce e delle tende per il lavora. La contraddizione fra chi vuole lavoro e chi prati­ca la lotta per il salario garanti­to è tuttora aperta nel movi­mento dei Disoccupanti Organizzati. Su questo siamo molto chiari: o l’uso della propria for­za si lega ad obbiettivi e forme di lotta che paghino o si rischia di parlare a nome di un movi­mento che va in un vicolo cieco.

Del resto la giunta di sinistra non garantisce livelli di occupa­zione, ma solo la «moralizzazio­ne della vita pubblica e tende ad eliminare quelle sacche di reddito garantito dalle clientele elettorali per non creare una nuova sacca di reddito impro­duttivo che aggraverebbe il già fallimentare bilancio dell’ammi­nistrazione provinciale e comu­nale. PCI e sindacato si sono inseriti sempre su questa debo­lezza del movimento per ripor­tarlo sui binari consueti delle lotte pacifiche e sempre perden­ti. L’esempio più chiaro sono i 700 strappati con la lotta da Vico 5 santi. Il PCI e Democra­zia Proletaria con una evidente manovra elettorale, in seguito agli scontri di piazza Dante, spingono i centri di potere lega­ti alia DC, ad accettare l’assunzione dei 700, fuori dai meccanismi clientelari. Riformisti vecchi e nuovi mirano a sostituirsi alla DC nel meccanismo di assegnazione dei posti, cioè nella ristrutturazione del mercato del lavoro. È di questi giorni la «grande vittoria» sbandierata dalla maggioranza del Consiglio dei delegati dei Disoccupati Organizzati sulla riforma del collocamento chf prevede un nuovo centro meccanografico ed una nuova graduatoria^enerale.

Di fronte ai proletari disoccupati che chiedono un salario che comunque garantisca loro una vita decente, Pci, sindacato e giunta di sinistra fanno questo discorso: «volete campare? Bene! però dovete piegarvi al ricatto di dover lavorare per vivere, di piegarvi ad un qualsiasi lavoro».

La vertenza Campania non è neppure un polverone. In realtà non c’è neppure un posto di lavoro da contrattare.

Stato, padroni e sindacato lo dicono chiaramente: se vogliamo investire capitale lo facciamo per espellere lavoro e non per aumentare imposti nelle fabbriche.

A parlare di miliardi sono rimasti soltanto i gruppi.

Oggi, per noi proletari di­soccupati si tratta di capovolge­re tutto questo: i padroni sono disposti a darci i soldi pur di fermare la nostra lotta; allora noi vogliamo lottare per soddi­sfare i nostri bisogni con forme di lotta vincenti e che paghino subito. Vogliamo imporre il no­stro Potere Proletario perché siamo un settore di massa del proletariato. Due sono le cose che ci permettono di imporre il nostro programma di potere.

L’uso della violenza: lo ab­biamo fatto in questi giorni: blocchi stradali mobili, gruppi organizzati di compagni ‘che hanno affrontato lo scontro con la polizia. Era stato già fatto il 29 settembre, quando dopo l’ennesimo bidone in prefettura furono spaccate le vetrine in via Roma piene di oggetti di lusso.

L’appropriazione: per noi im­porre il Potere Proletario signi­fica accettare la provocazione del padrone che ci mette da­vanti case di lusso sfitte, supermercati pieni di viveri a caro prezzo, che vorrebbe farci pa­gare a pre/zo aumentato luce acqua gas telefono, che mette in cassa integrazione e chiude le fabbriche mentre i disoccupati si organizzano.

A questo punto possiamo de­finire un programma di lotta per i prossimi mesi: sussidio garantito fino all’avviamento al lavoro: non pagamento di bol­lette (luce acqua ecc.), tasse, affitto, trasporti, autoriduzione dei prezzi dei generi di prima necessità; assistenza sanitaria gratuita.

In un programma operaio d’attacco va stabilito ogni rap­porto tra chi lotta in fabbrica e i disoccupati. Si tratta di opporsi fermamente in fabbrica e fuori alla mobilità, ai licenziamenti, ai trasferimenti: di praticare forme di lotte che vanno verso la riduzione drastica della gior­nata lavorativa. 35 ore pagate 40 significa per l’Italsider la 5a squadra, la possibilità anche minima di nuovi posti; si tratta di trovare nelle lotta di appro­priazione la capacità di organizzare operai e disoccupati sul territorio.

DISOCCUPATI DELLE LISTE ZERO UNO

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 20 dicembre 1975, n. 5

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