La pace sociale non passa a Mirafiori, alla Stura, alla Materferro

La pace sociale non passa a Mirafiori, alla Stura, alla Materferro

 

I fatti che hanno caratterizzato le ultime lotte a Mirafiori, alla Stura, alla Materferro si commentano da soli. Ciò che è importante è che questa esplosione di violenza di massa a Mirafiori e di iniziativa operaia nelle altre situazioni non sono la semplice esplosione di rabbia operaia a cui, se vogliamo, si è abituati a Mirafiori. Sono la risultante di mesi di lotte interne di gruppi operai su categorie, ambiente, contro la mobilità (ricordiamo ultime le lotte degli autotrasportatori e dei carrellisti) ecc., di mesi di critica da parte operaia contro il sindacato e contro il Pci. Dietro questi fatti ci sta l’ampliarsi tra strati sempre più numerosi di operai, di comportamenti ”illegali” di rifiuto del lavoro, dell’aumento dello sfruttamento; comportamenti che spesso si sono espressi e si esprimono ancora a livello individuale e che negli ultimi cortei hanno trovato la forza di esprimersi collettivamente, rompendo, anche se solo parzialmente, il controllo della ”nuova polizia” di fabbrica. Ma se da un lato abbiamo avuto la dimensione di cosa significa lo sprigionarsi dell’iniziativa operaia, del fatto che la fabbrica diventi terreno dell’azione autonoma operaia, e abbiamo avuto la dimensione di come l’azione di ”criminalizzare la lotta operaia in fabbrica” diventa sempre più un problema centrale per le multinazionali (nell’ultima settimana la Fiat ha licenziato per rappresaglia 4 operai alla Materferro; a 18 operai è giunta ingiunzione giudiziaria per il blocco delle merci a Lingotto; per i fatti di Mirafiori la Fiat ha fatto esposto alla Magistratura, mentre per colpire l’assenteismo organizzato alla Materferro ha fatto esposto alla Procura e all’Ordine dei medici) ci rendiamo anche conto che occorre oggi ricostruire in fabbrica una rete operaia organizzata che sappia dare sviluppo e sappia far crescere la lotta. Infatti la capacità di divisione e di quello che gli operai definiscono pompieraggio da parte del Pci, del Cdf e della lega, si basa sul fatto che in questo momento non esiste a Mirafiori un reale livello di organizzazione autonoma operaia in grado di essere riferimento chiaro di massa.

Non basta verificare la possibilità data di costruzione di un progetto e dell’area di autonomia operaia in fabbrica, oggi, occorre riuscire a misurarsi col fatto che la forza operaia che si è espressa sollecita e richiede la capacità di costruzione reale di programma e di organizzazione. La componente operaia che ha avuto un ruolo di punta nelle assemblee contestando, se pur contraddittoriamente, i contenuti della piattaforma sindacale e la conduzione stessa delle lotte non riesce di fatto a sconfiggere di per sé l’azione organizzata della ”nuova polizia” di fabbrica. Su di essa ed in generale sugli operai operano infatti non solo picisti e sindacalisti ma gli stessi opportunisti di Ao e Pdup tentando costantemente di deviare e dividere la crescita dell’iniziativa operaia. È  stata la critica portata avanti in questi mesi sul fatto che la non partecipazione agli scioperi sindacali era espressione di qualunquismo, è l’attacco alla ”violenza” come espressione estranea al movimento operaio e tutto il ciarpame del genere, è lo spauracchio dell’autonomia operaia e di ogni comportamento anticapitalistico come contrario agli interessi generali di classe. E tutto ciò ha in strati minoritari di operai, che dalla ristrutturazione ricavano privilegi in soldi e in posti occupati nell’organizzazione del lavoro un veicolo materiale in fabbrica che si oppone di fatto all’esprimersi dell’iniziativa operaia autonoma. Occorre quindi la capacità di porsi in dialettica e di fare agire di fatto la dialettica tra l’eesprimersi della forza operaia e la capacità di saper costruire i livelli di organizzazione e di sviluppo dell’azione di massa. In questo paghiamo in parte il fatto che nella giusta attenzione posta a Torino per comprendere il problema del decentramento, della fabbrica diffusa, della lotta degli altri strati proletari abbiamo però abbandonato in parte l’azione e l’intervento diretto nella grande fabbrica. Di fatto abbiamo dato spazio alle stupide illazioni sul fatto che la fabbrica stava diventando un terreno dell’iniziativa picista e del collaborazionismo sindacale, cadendo nel gioco di contrapporre gli operai industriali ai cosiddetti strati ”emergenti”. Mentre è ovvio il legame e la dialettica tra grande fabbrica e sociale, e non si tratta di serrare in termini unilaterali verso la grande fabbrica come intervento unico e al di sopra di tutto, ma si tratta di ricomprendere come essa debba divenire terreno dell’iniziativa operaia. Il problema che nei prossimi mesi abbiamo di fronte è quello di una ripresa conseguente del lavoro di

critica e di controinformazione in fabbrica, di battaglia politica aperta contro il programma di Agnelli in connessione con gli enti regionali e comunali, di politica e di battaglia contro le proposte collaborazioniste dei sindacati e Cdf, e la capacità di saper essere all’interno della lotta operaia referente e strumento per la costruzione e lo sviluppo reale di contropotere, di attacco al comando multinazionale, perché si riesca realmente a determinare nella fabbrica un corretto rapporto tra sviluppo e crescita della lotta di massa, della violenza di massa, come arma, per l’affermazione dei propri bisogni contro la ristrutturazione multinazionale e crescita di nuovi livelli di organizzazione autonoma e di iniziativa militante. La ripresa stessa dell’inchiesta operaia per conoscere il complesso processo di riorganizzazione e di ristratificazione operaia dentro la grande fabbrica, il rapporto tra Mirafiori e il processo di decentramento, di organizzazione del lavoro nero e precario diviene elemento necessario per l’individuazione dei nodi che l’iniziativa operaia deve colpire e scardinare. Non è l’unilateralizzazione delle azioni di attacco al comando e l’esemplarità di azioni che vanno a colpire la produzione che, in sé, risolvono il problema della crescita della lotta e dell’attacco al sistema di produzione capitalistico, né lo risolve oggi la capacità di fare i messaggi registrati davanti alle portinerie di Mirafiori, bensì l’impegno di saper mantenere e costruire un corretto rapporto tra avanguardie militanti e movimenti di massa, di saper operare perché la fabbrica diventi terreno di un’iniziativa operaia capace di sconfiggere a tutti i livelli l’attacco delle multinazionali, i progetti del Pci e degli opportunisti.

 

Cronache di lotta alla Fiat

 

Venerdì 10 giugno.

A Mirafiori i cortei spazzano le officine. Mentre gli operai delle Presse percorrono lo stabilimento, dalle Meccaniche in C.so Settembrini e cacciano fuori capi e impiegati dalla Palazzina degli uffici alla porta 19, un corteo di 2.000 operai dalle Meccaniche percorre i reparti delle Carrozzerie. Per i capi rintanati nei vari uffici sono dolori, non mancano per loro cazzotti e calci in culo, mentre vetri, scaffali, documenti saltano per aria. Anche le scocche non vengono risparmiate mentre il corteo si dirige con decisione alla Palazzina centrale alla porta 5 e le sue file si ingrossano congiungendosi al corteo degli operai della Carrozzeria. I delegati e gli operatori della lega Fiom hanno la faccia segnata dalla preoccupazione, corrono su e giù indaffarati tentando di ricondurre sotto il loro controllo il corteo, ma vengono ricacciati al grido di ”basta coi pompieri”. Si arriva al cancello che dal vialetto interno porta alla Palazzina; il fatto che sia chiuso non costituisce un problema: è il primo ostacolo che la rabbia operaia fa saltare. L’ingresso centrale della Palazzina è chiuso con la cancellata, la testa del corteo afferra le sbarre e comincia a far leva per scardinarla, bastano pochi minuti e anche questo ostacolo viene rimosso mentre con martelli e spranghe di ferro viene distrutta la prima vetrata. Un grido unanime di vittoria e di rabbia; siamo dentro la palazzina, tutto quello che è distruttibile vien fatto a pezzi. Dietro le colonne del primo piano capi e guardiani osservano spaventati il corteo, martelli e bastoni vengono lanciati contro di loro. Per questa volta si salvano, a malincuore ci rendiamo conto di non avere gli strumenti adatti per scardinare le porte blindate interne che isolano il pianoterra dagli uffici. Di questo ne approfittano i delegati che tentano di fare un’assemblea, ma gli operai scazzati li mandano a fare in culo e rientriamo nelle varie officine. Mentre si defluisce nei vari gruppi di operai si ragiona sul fatto che la prossima volta bisogna procurarsi dei piccoli palanchini per forzare le porte blindate; se riuscivamo a scardinare le porte i delegati non sarebbero riusciti a fare la loro azione di pompieraggio e il corteo avrebbe spazzato gli uffici centrali. Le facce di quelli del Cdf sono nere dalla rabbia, era da un pezzo che non si avevano cortei del genere e hanno avuto un’idea per un momento di cosa può succedere se si libera l’iniziativa operaia. La Fiat reagisce con un comunicato stampa in cui denuncia ”gli atti di violenza fatti da 300 operai staccatisi dal corteo”; come sempre cerca di imputare la responsabilità a minoranze operaie e rimprovera all’Flm di ”non denunciare ed isolare queste frange estremiste”, e dall’altra parte fa un esposto alla Magistratura. La «Gazzetta del Popolo» esce con un articolo in prima pagina sullo scoppio di violenza a Mirafiori che avrebbe fatto 10 milioni di danni. Tra gli operai il ”morale” è alto!!!

 

Lunedì 13 giugno.

È il primo turno che decide di scendere in sciopero, iniziano alle Meccaniche quelli della Sala-prova, poi si blocca la Finizione e i Basamenti, alla fine bloccano le cinque linee di montaggio. I compagni chiamano ai cancelli i quattro operai licenziati per rappresaglia alla Materferro. Praticamente dalle 8.00 tutto il primo turno è in sciopero. Il sindacato cerca di riprendere il controllo, ma nell’assemblea è costretto a incassare le critiche degli operai sia sul contenuto della piattaforma sia sul modo in cui è stata con dotta la lotta. All’ingresso del secondo turno il picchetto davanti ai cancelli comunica le decisioni prese alla mattina e chiama gli operai a continuare lo sciopero. Ci sono anche i licenziati della Materferro. Immediatamente i delegati si precipitano in officina per convincere gli operai a non scioperare. Ma come conseguenza del blocco al primo turno per la prima ora la Sala-prova viene messa in libertà, mentre le linee rimangono ferme mezz’ora. La decisione è di sciopero. Il Cdf convoca l’assemblea solo per gli operai della Sala-prova e dà sfoggio dell’arte acquisita per dividere gli operai, come sempre tenta di mettere casino tra Sala-prova e linee di montaggio ma questa volta gli va male; non si riattacca e alle 17.00 anche le linee sono ferme. Nuova assemblea nell’atrio della porta 18. Questa volta il Cdf propone di fare due ore di sciopero, è il casino: urla e proteste contro i pompieri mentre alcuni operai iniziano a scandire ”Materferro, Materferro” ”facciamo assemblee con i licenziati”. L’iniziativa è nostra, si telefona alla Materferro, e mentre i sindacalisti cercano di gestire in qualche modo l’assemblea riusciamo a far venire i licenziati davanti al cancello. Viene fatto un piccolo corteo per farli entrare, riusciamo così a fare l’assemblea con i licenziati. Anche oggi i pompieri registrano la sconfitta.

 

Martedì 14 giugno

Manifestazione a corso Marconi davanti agli uffici centrali Fiat, la partecipazione non è molto elevata ma combattiva e alla fine del comizio gli operai della Materferro insieme agli operai di Mirafiori si dirigono in corteo da corso Marconi alle Carrozzerie e al grido di ”gli operai licenziati in fabbrica con noi” portano i licenziati dentro Mirafiori. Nel pomeriggio si sono riformati invece cortei interni, ancora una volta l’iniziativa operaia ha avuto il sopravvento, anche se solo parziale, rispetto al Cdf. Dalle Meccaniche il corteo è uscito dirigendosi verso la porta 10 delle Carrozzerie, lo staff degli operatori della lega Fiom cerca di trattenerli dicendo che è programmato il concentramento dei cortei dalle Meccaniche, Presse e Carrozzeria per andare alla Materferro, ma questa manovra non è servita a fermarci. Dopo mezz’ora la testa del corteo è alle Presse con cancello della porta 10 chiuso dai guardioni con le catene e alle proteste dei sindacalisti la risposta operaia è: ”quelli delle Carrozzerie li andiamo ad incontrare noi”. Sfondato il cancello il corteo ha potuto continuare la sua marcia ed incontrarsi con le Carrozzerie. Mentre il corteo si ingrossava deciso a dirigersi alla Materferro, questa volta ci si sono messi i delegati delle Carrozzerie a fare i pompieri con la pretesa di fare assemblea per decidere come proseguire lo sciopero nei giorni successivi. In questo modo, con l’apparente contraddittorietà tra le proposte della lega Fiom di andare alla Materferro e quelle del Cdf della Carrozzeria di fare assemblea si è avuta nella realtà la dimensione della paura dei sindacati di vedersi sfuggire ancora una volta il controllo. Il risultato per loro è stato abbastanza controproducente, si è infatti avuta la conferma della non volontà politica dei sindacalisti di favorire nella lotta l’unità degli operai contro la stessa repressione Fiat. La decisione è di riprendere il corteo all’interno di Mirafiori.

Ci siamo diretti attraverso le Meccaniche agli stabilimenti delle Presse. Questa volta eravamo circa 5.000 a spazzare le officine. Il bilancio alla fine è stato di 4 capi mandati al Cto (Traumatologico), la completa distruzione della sede Cisnal e del Sida e un vetro della sede Flm.

Pare che alla lega Fiom sia giunta una protesta per la piega poco democratica delle lotte!

Dopo questi episodi il Cdf e il sindacato si sono mobilitati per far passare come radicalizzazione dello scontro un’ora al giorno di sciopero articolato, cercando così di evitare che si ripropagassero i cortei dei giorni scorsi. Ma tra gli operai è sempre più opinione di massa che la strada da intraprendere per colpire la Fiat è quella della lotta violenta.

Nell’ultima settimana, mentre alla Fiat-Stura è in piedi il blocco totale dei cancelli, a Mirafiori il sindacato è riuscito a far rientrare almeno in parte la lotta, ma è una calma tutta apparente.

La stessa partecipazione allo sciopero e alla manifestazione con Trentin su occupazione e investimenti è abbastanza disertata dagli operai. Ma allo sciopero di due ore di giovedì 23, la decisione operaia riprende terreno, questa volta il corteo alle Meccaniche si dirige nella palazzina alla porta 19, spazzando letteralmente tutti i piani, sbattendo fuori capi ed impiegati e facendo saltare scrivanie, scaffali e documenti.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno V – n. 19-20 – giugno 1977

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