La riforma universitaria

La riforma universitaria

 

 

 

La « riforma » per l’Università approvata dal Consi­glio dei Ministri il 9 marzo ’73, è formata da una tren­tina di articoli, alcuni dei quali rappresentano « prov­vedimenti urgenti » e come tali avranno la precedenza nella discussione alle Camere. Riportiamo qui molto sinteticamente i punti principali, segnalando con aste­risco i provvedimenti urgenti:

 

Atenei:

 

formazione  di  nuove  sedi  universitarie  localizzate
soprattutto nelle regioni sfornite;

 

sdoppiamento delle università con più di 40.000 iscrìt­ti; (*)

formazione degli organi preposti in una rìgida di­pendenza verticistica: il Consiglio di Università per l’or­ganizzazione didattico-amministrativa, al quale parteci­pano anche gli Enti locali, il Consiglio di Dipartimento per l’organizzazione dell’attività di ricerca e il Consiglio di Laurea per l’organizzazione dell’attività didattica (più il Consiglio Nazionale Universitario, con funzione con­sultiva).

 

Docenti:

 

stratificazione dei docenti in due figure principali, gli ordinati e gli associati (*) accanto ai quali sono tut­tavia previsti i docenti a contratto, i borsisti e gli assi­stenti;

3.600 cattedre di ordinari da istituire nel prossimo biennio e 1.000 nuovi posti di associato;

riduzione del cosiddetto « tempo pieno » alla presenza nell’università « non meno di tre giorni » alla setti­mana;  con obbligo di residenza nel luogo della sede
universitaria (!!);

delega al Consiglio di Dipartimento di permettere ai docenti di ruolo l’esercizio di attività applicative, di consulenza e professionale.

 

Studenti:

 

creazione di tre livelli di « qualificazione accademi­ca » e cioè il Diploma dopo tre anni, la Laurea dopo quattro anni e il Dottorato di Ricerca con successivi
quattro anni di attività di ricerca nei dipartimenti, nei quali si entra previo concorso;

formazione dei Corsi di Laurea comprendenti alcune materie « caratterizzanti » imposte dal Ministero della Pubblica Istruzione, in numero non superiore ad un terzo del totale delle materie del corso (praticamente quelle che finora si sono chiamate « fondamentali »);

divisione dell’anno accademico in due semestri e la istituzione di un semestre orientativo per gli iscrìtti al primo anno, i quali dopo un colloquio con i docenti in cui « chiarire le proprie attitudini » potranno eventual­mente cambiare corso di laurea senza per questo per­dere l’anno;

mantenimento del piano di studi attraverso il quale lo studente programmerà la propria formazione univer­sitaria a condizione che inserisca nel proprio piano di
studi le materie « caratterizzanti » il corso che intende seguire;

ripartizione dei fondi per il « diritto allo studio » tendente ad incentivare l’afflusso degli studenti verso i tipi di corso di laurea ai quali corrispondono le maggiori possibilità occupazionali, secondo una stima ri­chiesta annualmente al CNEL (!) (verranno imposti « controlli severi » affinchè ne usufruiscano effettiva­mente gli studenti « capaci » e bisognosi).

Malgrado questo lungo elenco, le « innovazioni », nel senso di risposte alle esigenze espresse dalla crisi del­l’istituzione universitaria, sono molto poche e semmai vanno nel senso inverso, di restrizione e di abbandono di alcuni punti già compresi nelle precedenti proposte di riforma.

Nei confronti dei docenti, dall’idea del « docente uni­co » che doveva eliminare la stratificazione e gerarchia tra coloro che in sostanza svolgono la stessa mansione all’interno dell’università, si è passati al concetto di « ruolo unico » che suddivide di nuovo gli insegnanti in livelli nettamente distinti, incentivando le spinte cor­porative e carrieristiche e lasciando i nuclei di potere nelle stesse mani di coloro che oggi sono i « baroni » accademici e che dovrebbero diventare professori ordi­nali. Ad essi verrà affidata la gestione dei dipartimenti, che rappresenteranno la struttura più importante a li­vello di potere scientifico, dai quali uscirà la forza la­voro intellettuale altamente qualificata e selezionata, ri­spondente alle esigenze di ristrutturazione dello svilup­po produttivo; in essi si svolgerà essenzialmente attivi­tà di ricerca scientifica, che verrà sovvenzionata dalle industrie e dai gruppi finanziari e quindi sarà subordi­nata alle necessità produttive e alle esigenze di profitto dei monopoli.

Nei confronti degli studenti, di fatto si cerca di crea­re una spaccatura all’interno dei quattro anni di corso inserendovi un diploma al terzo anno di cui non si rie­sce a capire la funzione, soprattutto dal punto di vista delle possibilità di trovare un’occupazione, visto che questo approdo al posto di lavoro è sempre più difficile anche per laureati. Non si capisce quale effettiva di­versa qualificazione possano dare questi due titoli ed inoltre non vengono esplicitati la strutturazione dei cor­si, i tempi e i modi di funzionamento di queste « tappe della carriera universitaria ». L’unica funzione è quella di dividere politicamente la gran massa degli studenti, attraverso fittizie stratificazioni senza nessun contenuto reale, che tendono a dare spazio a spinte corporative tra gli studenti, proprio come si cerca di fare in fabbrica, creando formali divisioni tra i lavoratori con le quali­fiche, che non rispecchiano sostanziali differenze tra le capacità professionali e le mansioni lavorative svolte, dei diversi operai.

La reale spaccatura dal punto di vista dell’utilizzo del titolo di studio e di futuro occupazionale non sta fra laureati e diplomati ma fra questi due e la nuova figura di superqualificato che uscirà dai dipartimenti dopo ben otto anni complessivi di università (di cui uno all’estero) e per i quali verranno stanziati soltanto 2.000 borse di studio per tutti i laureati a livello nazio­nale (!!); si può ben immaginare l’impossibilità asso­luta per la stragrande maggioranza degli studenti di accedere a questo livello della struttura universitaria, che è peraltro l’unico effettivamente qualificante nei confronti del mercato del lavoro, e quindi la funzione esclusivamente e pesantemente selettiva delle strutture

dipartimentali. La differenza tra i corsi di laurea e i dipartimenti non è solo quantitativa, cioè rispetto al numero dei partecipanti; è anche qualitativa, poiché mentre l’attività didattica dei corsi di laurea sarà quella tradizionale, divisa in materie, senza legami diretti con la realtà sociale (con esami, voti ecc.), l’attività nei di­partimenti sarà interdisciplinare e di ricerca (probabil­mente mediante lavoro di gruppo) e preparerà così a-deguatamente i futuri quadri della tecnocrazia.

Da quanto si è detto risulta chiaro che questa rifor­ma è forse più furba di quello che sembra; infatti ri­sponde a tre importanti esigenze del capitale: formare una massa di forza lavoro generica ed una minoranza di forza lavoro qualificata ad altissimi livelli e control­lare la disoccupazione. Questo perché un’importante funzione della scuola di massa è quella di produrre molta gente preparata ad un certo generico livello, ri­spondendo così all’esigenza della produzione di una forza lavoro adattabile, intercambiabile, polivalente; il fatto di avere una grande quantità di forza lavoro con queste caratteristiche crea concorrenza al suo interno e permette alle industrie di abbassarne il prezzo (ad esempio: un ragioniere trent’anni fa era raro e ben pagato).

L’università come sacca di disoccupazione si svilup­perà ulteriormente in quanto conviene al padrone te­nere a scuola quanta più gente possibile, che altrimenti farebbe troppa pressione sul mercato del lavoro; deve però controllarla e tenerla disunita, sia a livello fisico (vedi lo sdoppiamento delle sedi troppo numerose), sia ideologicamente, favorendo la corporativizzazione e dan­do l’illusione al singoli individui di poter percorrere, dandosi un po’ da fare in varie maniere, tutta la scalata fino ai vertici più alti del Dottorato di Ricerca.

Il prolungarsi della carriera scolastica, il fatto che i giovani dovranno passare più tempo a scuola, e tutti noi sappiamo quanto ci costa, garantirà un lavoro sicu­ro e corrispondente al titolo di studio? Forse il signor Scalfaro ci vuole dare questa illusione, ma noi non lo crediamo perché la contraddizione principale della scuo­la borghese, tra la massa di conoscenze in essa accu­mulate e la sua utilizzazione precaria o inesistente nel processo lavorativo parcellizzato e alienante, non si ri­solve facendo studiare di più e meglio (come propone anche il P.C.I.), ma cambiando radicalmente l’organiz­zazione del lavoro e quindi l’organizzazione dello studio, ricomponendo la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, distruggendo la scuola del capitale.

 

 

 

           da  «Rosso. Quindicinale politico-culturale del Gruppo Gramsci», 7 maggio 1973, n. 4

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