Movimento e carceri

Movimento e carceri

 

Che il movimento delle carceri non sia espressione isolata di un ribellismo indivi­duale, ma movimento di lotta derivante da una situazione di scontro generale di clas­se, lo dimostra il fatto che il suo inizio in forma embrionalmente organizzata e co­munque con proteste e rivolte non sporadiche, si situa nel 1969. Se le prime proteste, con rivolte spontanee, riguardavano essenzialmente problemi e esi­genze primarie, come il troppo caldo d’esta­te, il cibo cattivo ecc.; ad ogni nuova som­mossa nelle carceri si sono andati confi­gurando obiettivi politici generali e un di­scorso politico di più ampio respiro. Il momivento delle carceri ha seguito insomma l’evoluzione del movimento di classe, con i ritardi e le deformazioni ovvie in una si­tuazione di massimo isolamento, controllo e repressione, in cui l’organizzazione è co­sa estremamente difficile. Questo, se pur favorito dal passaggio delle carceri di molti militanti della sinistra ri­voluzionaria, non può essere semplicemen­te attribuito a ciò, ma alle contraddizioni di classe che coinvolgono sempre maggiori strati di proletariato, in forma di coscienza di lotta, in forma di coscienza comunista. Nel luglio 1972 i detenuti di Regina Coeli, danno esplicitamente volto di classe alla loro rivolta, esponendo un lenzuolo con la famosa scritta: « Quelli che faranno giu­stizia saranno gli operai, con noi forse l’avrete vinta, con loro no! L’unica vera vittoria ci può venire dalla classe operaia, dalla sua liberazione ». Nel 1973-74 il movimento delle carceri si è esteso, coinvolgendo numerosissime case di pena: Forti, Perugia, S. Gimignano, Rebib­bia, Peserò, Genova, Torino, Cagliari, Asti, Napoli, Milano, Novara, Siracusa, Nuovo, Spoleto, Firenze, Prosinone, Palermo, L’Aquila, e ancora molti altri. Gli obiettivi sono nel­la generalità dei casi: l’abolizione della car­cerazione preventiva, l’abolizione della « re­cidiva », l’abolizione del concetto di « pericolosità sociale », riforma del regolamento carcerario, abolizione delle leggi del codice fascista, miglioramenti nel trattamento car­cerario, rapporti eterosessuali. Non deve ingannare l’aspetto, come dire… « riformista » di queste richieste. Nulla è più lontano di una mentalità riformista del contenuto di queste lotte, condotte da chi direttamente ha scelto lo scontro con lo Stato e le sue leggi, sia pure spesso in­dividualmente. In realtà le condizioni be­stiali in cui sono tenuti i carcerati, la pre­senza di una regolamentazione fascista, ben articolata con l’ordine civile borghese, sono motivi sufficienti per capire l’urgenza di una riforma del codice carcerario e l’abolizione di alcuni istituti fascisti. D’altra parte, men­tre la consapevolezza che la lotta nelle car­ceri è lotta antiistituzionale viene pagata dai rivoltosi con i duri pestaggi da parte delle guardie carcerarie, delle pesanti condanne (fino a 6 anni), e degli assassinii perpe­trati dai poliziotti, il riformismo mostra la sua vera faccia di gendarme di ogni spinta rivoluzionaria e viene approvato, col beneplacito del P.C.I, e sotto un ministro socia­lista, il raddoppio della carcerazione preven­tiva. Zagari l’ha chiamata « un’anticipazione delle riforme ». E’ in questo clima che ma­tura in molti compagni delle carceri, la con­sapevolezza della necessità di costruire or­ganizzazione capace di scontrarsi con i livelli di repressione armati dello stato, or­ganizzazione dentro e fuori le carceri. Que­sta consapevolezza segue a un livello di crisi in cui tutte le contraddizioni si sono fatte più violente, in cui lo scontro tra classe e stato, si sta spostando su livelli più alti. E’ da questo punto di vista che noi dobbiamo vedere e criticare gli epi­sodi legati all’esperienza dei NAP: gli atti dimostrativi con altoparlante ed esplosivo davanti alle carceri e la rapina a Firenze, in cui due compagni sono stati deliberata­mente assassinati dalla polizia. Noi pensiamo che questi compagni (e che siano compagni comunisti, non ci piove, Giuseppe Romeo era ben conosciuto nel quartiere Forcella di Napoli, e Luca Mantini era un compagno noto in tutto il movimento a Firenze), siano partiti da un giusto punto di vista: che lo scontro nelle carceri è scontro antiistituzionale e che è necessario costruire livelli di organizzazione armata contro lo Stato armato del Capitale. Dove sta il loro errore, e la critica è ri­volta per la crescita del movimento, non certo per coprirsi le spalle da un passato un po’ troppo « rivoluzionario », come è caso di Lotta Continua; è la valutazione dei livelli dati di movimento e dell’obiettivo. Il movimento sta crescendo, è vero, a li­vello dì massa e di avanguardia, verso una situazione di diffusione e innalzamento del­lo scontro, ma oggi non permette di gestire ancora ogni azione armata come terreno privilegiato di lotta politica e di unificazione. Così l’azione propagandistica dei NAP, se ha trovato del consenso all’interno dele carceri, si è certo scontrata con l’isola­mento all’esterno.

Analogamente noi non ci scandalizziamo e strappiamo i capelli perché alcuni compa­gni tentano un esproprio: è questa una for­ma di finanziamento che le organizzazioni clandestine comuniste hanno praticato fin dal partito bolscevico. Ma non possiamo pen­sare che l’esproprio sia elemento centrale di un programma politico e obiettivo di lotta anticapitalistica. Certo i compagni han­no pagato troppo caro questo errore e noi non dimenticheremo certo chi sono gli as­sassini.

Ma noi oggi pensiamo che il movimento dei carcerati abbia una vastità di prospet­tive assai più ampia di quella indicata. Il terreno di insubordinazione sociale dì mas­sa che si sta sviluppando in Italia è fer­tile di possibilità organizzative. Dentro ad esso, come sua componente, di un movi­mento operaio che si è socializzato, il mo­vimento delle carceri può assumere una sua configurazione specifica e i compagni che escono dalle carceri possono farsene interpreti e collegarlo a tutte le altre istan­ze di massa che emergono. Già esempi di lotte nelle carceri che sono immediatamente congiungibili alle lotte operaie, perché del­lo stesso segno, sono quelle contro il la­voro sottopagato nelle carceri. Esempi di scioperi vi sono stati a Spoleto, Alessandria, Orvieto, S. Vittore. Scioperi contro un la­voro pagato 500 lire al giorno, fino a un massimo di 20.000 al mese, e che spesso va a sostenere la produzione di fabbriche, che da ciò traggono un’arma di ricatto ver­so i propri operai. Ad Alessandria per esem­pio i carcerati lavorano per la Girardengo e a S. Vittore per l’AGFA, LUX e TICINO. A questo terreno da oggettiva, unità con le lotte per il salario della classe operaia vano saldati tutti i contenuti politici emersi nelle lotte di cinque anni nelle carceri. Co­me scrivono i compagni del Collettivo car­ceri di Firenze « Ai compagni detenuti non mancano la volontà e la capacità autonoma di lotta e di organizzazione; ma allo stato attuale è assolutamente necessario il col­legamento concreto con le avanguardie de­gli operai, dei disoccupati, dei proletari dei quartieri che ugualmente subiscono nel pro­prio processo di vita e di organizzazione la violenza dello Stato e la coercizione del si­stema ».

L’estendersi delle lotte di autoriduzione ap­propriazione, insubordinazione di ogni tipo, la possibilità di aggregarle intorno a forme stabili di organizzazione e, a partire dal movimento, di innalzare e generalizzare le forme di lotta, sono una proposta pratica per dare continuità all’intervento politico di tutti i compagni e terreno di collega­mento concreto.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», dicembre 1974, n. 13

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