Rompiamo il ghetto del quartiere

Rompiamo il ghetto del quartiere

 

Questa proposta di lavoro nasce da due fondamentali esigenze: la costruzione, sulla base di un’analisi della nuo­va composizione di classe e dell’impatto che su questa hanno i meccanismi della crisi, di un pro­gramma di lavoro territoriale per la situazione metropolitana.

La diffusione e la stabilizza­zione dell’organizzazione autono­ma, nella costruzione di struttu­re territoriali di contropotere proletario.

Ben difficilmente nelle metro­poli il territorio si manifesta come quartiere operaio, omogeneo per composizione sociale e diret­tamente riconducibile all’espe­rienza di lotta delle fabbriche.

Nel quartiere, nella zona si in­crociano invece i meccanismi del­la disgregazione sociale e dell’allargamento di estrazione del plus­valore determinando un’ampia articolazione di figure sociali di­verse.

Gli operai della grande e me­dia fabbrica, portatori delle te­matiche del rifiuto del lavoro sa­lariato o e dell’egualitarismo e in­terpreti della lotta contro la ristrutturazione sono garanti della continuità di un ciclo di grandi lotte; sotto il peso dell’attacco alla loro omogeneità in fabbrica non si presentano però come fi­gura politica compatta capace di dirigere il salto di qualità della lotta nella crisi.

Gli operai delle piccole fab­briche, strato che più direttamen­te vede minacciato il salario, oscillano tra un disperato tenta­tivo di difesa del proprio posto di lavoro e una circolazione di lotta contro la cassa integrazione o i licenziamenti, ma anche con­tro l’aumento dello sfruttamen­to, contro gli straordinari, che è un importante terreno di coor­dinamento di forme di lotta e di obiettivi.

Ma attraverso queste stratificazioni produttive si sono sviluppati orizzontalmente nuovi aggre­gati sociali, con rivendicazioni a volte del tutto originali.

Innanzitutto le donne che si unificano direttamente rispetto alla specificità della loro repres­sione all’interno della generale regressività del sistema capitali­stico.

Non è più solo la richiesta del salario per la propria «indipen­denza» e «l’uguaglianza» con gli uomini, ma è l’imposizione di se stesse come soggetto sociale, omogeneo per i bisogni, che si fa soggetto politico in lotta per una liberazione che è sovvertimento dell’ordine sociale presente.

Poi il proletariato giovanile: i giovani diplomati, operai, disoc­cupati, studenti si presentano sulla scena come portatori di esigenze conseguenti, ma qualitati­vamente nuove rispetto a quelle emerse dalle lotte, dell’operaio-­massa.

È questo strato quello su cui la crisi ha inciso più crudelmen­te, ma è anche lo strato creato dalla crisi: dalla sua disgregazio­ne attuale sorgono possibilità di aggregazione che sono subito­ totalizzanti nelle richieste e porta­trici di richieste di potere.

IL  VOGLIAMO TUTTO del­la Fiat si trasforma in questi momenti nel PRENDIAMO TUTTO.

Non ci interessa descrivere la deficienza dei movimenti nomi­nati: conosciamo la tendenza di parte del movimento femminista a sostituire l’eversività rivoluzio­naria dei bisogni in battaglie ra­dicali per i diritti civili o peggio a trasformare il programma di li­berazione con uno di integrazione riformista.

Abbiamo visto anche la ribel­lione giovanile incanalata in fin­zioni ideologiche e controcultu­rali o sfociante in ribellismo anar­chicheggiante.

Ci preme invece partire dalla definizione della composizione sociale e politica nel territorio per articolare il programma su cui aggregare e riunificare i vari strati di classe.

Per questo riconosciamo alla crisi la sua terribile dote di riu­nificare i bisogni attaccando alla radice le condizioni di vita e su questo terreno intendiamo crea­re le nostre scadenze. La ricchez­za di obiettivi e di esigenze espres­se dagli strati emergenti non è immediatamente riconducibile a un programma unico di lotta: ar­ticoliamo intelligentemente il no­stro lavoro politico, ma definia­mo subito su quale terreno pri­vilegiato possiamo costruire orga­nizzazione e momenti di attacco contro il comando del capitale.

 

1. Il terreno salariale

I meccanismi inflazionistici della crisi e la dilatazione della disoccupazione ripropongono in prima linea gli obbiettivi salariali. Sul territorio il recupero del salario si sviluppa forzatamente in forme di riappropriazione. Il problema è come dare a questa carattere di imposizione continua dei bisogni proletari contro il ca­rovita e l’inflazione e farla uscire sia dalla semplice episodicità dell’esproprio per bande, sia dalla palude contrattualistica dell’autoriduzione.             

Il problema del salario si arti­cola a nostro parere su due fronti: il fronte del carovita, dei prezzi e il terreno della garanzia del reddito, dell’assistenza sociale. .

Sul primo versante ci sembra importante proporre forme di lotta che già si sono affermate in altre parti, come l’imposizione di prezzi politici attraverso pic­chetti, appropriazioni, rappresa­glie contro la grande distribuzio­ne.

È da riprendere, oggi che il terreno contrattualistico praticato dai gruppi si sta bruciando, la pratica dell’autoriduzione delle bollette, estendendone la realizza­zione con forme di lotta militan­ti.

Va esteso, e strappato dal mer­canteggiamento con la Giunta Rosa in cui lo ha precipitato Democrazia proletaria, il movimen­to di occupazione degli alloggi, gestendolo come appropriazione.

Infine, come nuova pratica di potere proletario, va organizzata la tassazione degli abbienti del quartiere. Bisogna farne una for­ma di controllo pubblico, con la indicazione delle persone da tassare, l’imposizione della tassa a favore dei senza reddito del quar­tiere, il suo ottenimento ad ogni modo.

Sul secondo terreno va aperta, appena il movimento sarà più esteso una vertenza con la regio­ne Lombardia per costringerla a fornire assistenza sociale e garan­zia di reddito a tutti i senza red­dito.

 

2. La militarizzazione del territorio  

Liberiamo i quartieri dagli sgherri armati. Oggi sempre più il controllo politico sulla metro­poli passa attraverso la militariz­zazione del territorio con polizia, carabinieri, vigili trasformati in vigilantes, vigilantes privati; con la criminalizzazione e la conse­guente repressione poliziesca del­le lotte proletarie.

Contro ciò è necessario artico­lare il programma di organizzazione militante delle nostre lotte con la decisione di difendere nel quartiere ogni compagno preso o caduto, per qualsiasi motivo, come militante comunista in lotta per il potere, e con la capacità di opporre a repressione rappresa­glia.

 

3. Le organizzazioni politiche

che nella metropoli si presentano come articolazioni dirette della delazione, dell’attacco antiope­raio della repressione, non devo­no avere sedi nei nostri quartieri.

 

4. La droga pesante

Gli spacciatori vanno elimina­ti. La droga pesante è diventata uno strumento di disintegrazione contro i giovani proletari; biso­gna difendersene come dai mitra della polizia e con gli stessi me­todi. Sedi di spaccio e spacciato­ri devono essere spazzati via.

 

5. Forme comunitarie di vita

La tensione a forme associati­ve di vita, alla festa come estrinsecazione della voglia di vivere e di trasformare i rapporti in volon­tà di riappropriarsi del proprio corpo e di tutte le sue possibilità di realizzazione, sono parte fon­damentale delle esigenze espres­se dal proletariato giovanile.

È importante fornire strumen­ti e spazi adeguati: occupare cen­tri del proletariato giovanile, do­ve sia possibile abitare, fare riu­nioni, fare feste.

Questi centri, nella nuova co­scienza della necessità di lottare per gli obiettivi prescelti e di co­struire contropotere adeguato a conquistarli e mantenerli, posso­no diventare basi di partenza per le iniziative di lotta, per l’orga­nizzazione proletaria nel quartie­re, per la controinformazione sui meccanismi di repressione.

Arriviamo dunque a parlare delle forme organizzative adegua­te.

Noi riteniamo che per sostene­re l’impatto della crisi, per non soccombere alla repressione, per uscire dall’esemplarità sia neces­sario come sedi e forme stabili dell’organizzazione autonoma in grado di gestire oggi il program­ma esposto. Per questo se il coor­dinamento territoriale da costrui­re deve essere una struttura pro­mozionale, attenzione massima deve essere posta sulla stabilizza­zione decentrata delle strutture dell’autonomia. Bisogna tornare alla periferia, aggredire soggetti­vamente sul terreno materiale gli strati di classe emergenti, orga­nizzarli e tornare a prendersi il centro della metropoli, massima rappresentazione del comando e del controllo capitalistico sulla città.

Il territorio metropolitano è da ripercorrere rompendo la ghettizzazione del quartiere.

Nelle zone dove siamo già pre­senti dobbiamo articolare il no­stro intervento per coinvolgere gli strati sociali che ci interessano direttamente, creare delle strutture di discussione, organizzazione, aggregazione e lotta co­me i collettivi e i comitati terri­toriali. Ma all”’interno” di questi occorre costruire nuclei di mili­tanti rivoluzionari in grado di so­stenere il peso dell’intervento po­litico-militante e di centralizzarsi sulle strutture metropolitane. Il lavoro dei collettivi può essere articolato in commissioni sui te­mi principali emersi: caro vita, salario, forme comunitarie e ge­stione dei centri-controinforma­zione militante.

All’interno delle zone vanno rinnovati gli strumenti di inter­vento: importante ci sembra al­largare il concetto di ronda ope­raia che finora è stato legato al centro crumiraggio e alla circola­zione delle lotte per le piccole fabbriche. La ronda deve diven­tare uno strumento permanente di esplicitazione del potere delle masse. Dal picchettaggio ai su­permercati, alle appropriazioni, dalla propaganda alla informazione pubblica, all’individuazione e tassazione dei proprietari alla di­fesa delle autoriduzioni, al pic­chettaggio e alla pulizia delle fab­briche, dobbiamo costruire una continuità attraverso la ronda, momento soggettivo di aggrega­zione e di lotta.

IL COORDINAMENTO METROPOLITANO PUÒ RAPPRESENTARE UNA STRUT­TURA APERTA IN CUI RAC­COGLIERE LE ISTANZE GIÀ ORGANIZZATE E DA CUI PROMUOVERE NUOVE REALTÀ. Per questo ci pare particolarmente importante che sfugga alla logica degli intergruppi e diventi effettivo strumento di lavoro. Nell’immediato quindi proponiamo di costituirlo con le forze che sono d’accordo in li­nea di massima con il program­ma esposto, salvo ulteriori arricchimenti e che si impegnino a co­struire nelle situazioni in cui so­no presenti, centri del proleta­riato giovanile e collettivi terri­toriali.

 

da «Rosso Giornale dentro il movimento» – anno III – n. 8 nuova serie – 24 aprile 197

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