Sette anni di lotta nelle patrie galere

Sette anni di lotta nelle patrie galere


 

La lotta di classe non si ferma davanti alle mura del carcere. Le lotte di questi anni han­no dimostrato che il carcere, al pari diqualsiasi altro luogo di sfruttamento, è un terreno del­la lotta di classe, di più: la lotta dei detenuti ha dimostrato una profonda verità, la scomparsa delle etichette, non più comuni o politici, ma sfruttati nel peggiore dei modi in lotta per libe­rarsi dallo sfruttamento. Con questo non si intende fare delle pure esemplificazioni, ma la verifica pratica ha di­mostrato che la stragrande maggioranza dei detenuti si è mossa e si muove su un terreno di classe; una stretta minoranza rimane lega­ta al cordone ombelicale dell’apparato re­pressivo, per piccoli privilegi e pratiche che poco hanno a che fare con gli esseri umani. Le lotte di questi quattro anni, in assenza di un movimento esterno che le facesse proprie e le omogeneizzasse dentro le piattaforme ge­nerali di tutti i lavoratori, non solo sono rifluite sul terreno del gradualismo riformista, ma la­sciate a se stesse, sono state oggetto dell’at­tacco armato dello stato. Non si è arrivati all’assassinio di Del Padrone alle Murate o alla strage di Alessandria senza la complicità delle sinistre, attente soprattutto a mischiare le carte dei colori politici dei de­tenuti, più che a smascherare le bestialità po­litiche dell’apparato giudiziario totalmente as­servito alla logica omicida del sistema, salvo poi ripensarci sopra a distanza di anni, quanto tutto è passato e può diventare opera illumi­nata la ricerca del vero affinchè ‘giustizia trionfi’.

Complicità riformiste e debolezza del movi­mento nella sua complessità, non solo non hanno prodotto quelle timide riforme che do­vevano essere la riforma dei codici e dell’ordi­namento carcerario, ma hanno sancito di fatto un enorme potere ai carcerieri ed un’educa­zione notevolmente più repressiva per i car­cerati presenti e futuri. Se le necessità del movimento sembrano indi­care il diritto alla vita anche dentro un carce­re, è fuori che bisogna combattere per la resti­tuzione dei detenuti ai loro posti di lotta, per una lotta di massa al potere dispotico dei ma­gistrati su cui il sistema fonda le decinedi mi­gliaia di anni di detenzione preventiva in atte­sa di giudizio, il sequestro e spesso la distru­zione fisica e psichica di numerosi compagni e non, che nessuno ripagherà mai delle sevi­zie subite.

I Nap nascono dove Lotta Continua ha fallito. Nascono rompendo col sindacalismo di Lotta Continua che aveva come unico scopo quello di agitare fortemente il problema, giocando anche sulle spalle di chi, in definitiva, ‘non aveva niente da perdere’, per poi consegnarlo nelle mani di Zagari o del PCI, che l’avrebbero contrattato con le altre forze parlamentari per farne una legge dello stato. Nascono con una logica altrettanto perdente. Quella che si pone come rifiuto del momento di massa delle proteste ‘fatte sui tetti che non hanno prodotto altro che piombo’, per indica­re come unica via quella che ‘tanto vale ri­schiare di rispondere piombo al piombo’. È una cattiva illusione quella di far credere ai proletari detenuti di poter rispondere muro-muro alla crudezza del sistema. Non è possibile credere, semplicemente, di poter scende­re in campo aperto contro il sistema: le sfide hanno forse del gesto esemplare, ma ci indù cono spesso a ripiegare su obiettivi totalmente secondari per non essere sconfitti, quando addirittura non mostrano il fianco all’avversario. Il terreno da percorrere, qui come altrove è ancora quello della ‘guerriglia’, la più sottile e silenziosa possibile, finché il movi­mento del proletariato carcerato e quello ‘a piede libero’, non si saranno saldati. Per i Nap, questo ‘dovere’ di continuare a tut­ti i costi la lotta per i carcerati, si trasfonde con una confusa ideologia della lotta armata. Questo passaggio dalla lotta politica tra le classi, alla lotta armata, viene concepito nella fase attuale (che quantomeno si caratterizza come iniziale fase di transizione) come speci­ficità tecnica, come strutture, apparati, poten­za di fuoco, sembra appunto che ‘il fucile do­mandi sulla politica’, quando invece questa possibilità è data solo dalla comprensione di buona parte del proletariato di porsi su questo terreno per maturare condizioni oggettive (at­tacco al diritto alla vita) e per coscienza rivo­luzionaria (necessità del potere proletario) Lavorare poi in funzione del solo terreno delle carceri, li porta quasi a mettere in secondo piano i soggetti dell’analisi marxista, quasi a dire che nell’operaio c’è forse meno odio per questa società che nel sottoproletario: è vero il contrario anche se il revisionismo e l’oppor­tunismo sono due grossi tarli che corrodono fa­cilmente e anche se è necessario organizzare il sottoproletariato in funzione antagonista al sistema e quindi come naturale alleato del proletariato.

Il carcere non è riconducibile immediatamen­te ad una fabbrica, su cui centrare operazioni politiche. Svolgere azioni definite di propa­ganda armata è dannoso; il proletariato dete­nuto necessita sempre meno di queste, e sempre più di concrete azioni tali da non ali­mentare gratuite speranze, ma che realizzino un effettivo consenso al di la del troppo facile ‘Liberiamo tutti’.

Non si può e non si deve lavorare in funzione dei detenuti riproponendogli, una volta fuori, dopo che si son liberati dentro del loro inter­classismo, le stesse funzioni di prima, anche se indirizzate a buon fine, o peggio, illudendoli di far parte di milizie votate alla morte in una guerra guerreggiata già scoppiata; si tratta di realizzare la struttura politica dove l’ex sotto­proletario detenuto, già ‘rivoluzionario’, è ca­pace di lavorare ‘politicamente’ in una situa­zione che fuori è certamente diversa, si tratta cioè di considerare il carcere come un aspetto della lotta di classe, non il solo né il principale.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», maggio-giungo 1975, n. 16

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