Un salto qualitativo dell’autonomia operaia

Alfa Romeo

Un salto qualitativo dell’autonomia operaia

 

La vertenza dell’Alfa Romeo è chiusa! Come ogni lotta ci ha insegnato molto di più in unità e coscienza di classe.

Capire una lotta, comprendere i legami con la vita di tutti i giorni, essere in grado di vedere come lo scontro su degli obiettivi sindacali, inserito in un momento economico (la crisi) diventa poi di fatto uno scontro di potere tra operai e padroni, avere la capacità di costruire sui nuovi livelli di coscienza e di lotta espressi dall’organizzazione operaia, tutto questo per noi è politica: politica dell’autonomia operaia.

Per i padroni fare politica vuol dire scontrarsi con gli operai in tutti i paesi del mondo, trovare il modo migliore di coinvolgerli nei loro programmi di sviluppo sociale, di contenere la spinta delle lotte operaie, di reprimerle la dove è possibile, di spezzarle là dove gli operai sono talmente forti da poter soppiantare la borghesia dal suo piedistallo.

Politica dell’autonomia operaia è dunque scontro diretto con i padroni per il potere di decidere cosa produrre, come lavorare, come vivere. E i padroni allo scontro diretto sono già preparati con le loro strutture statali: esercito, giustizia borghese, prigioni, polizia e burocrazia statale.

Ma vi è anche la politica del riformisti, cioè di quei partiti popolari o addirittura a forte componente operaia la cui linea fondamentale consiste nell’evitare lo scontro diretto tra operai e padroni modificando le strutture statali in senso meno reazionario e togliendo agli obiettivi operai ogni elemento di contrasto.

Nella lotta che abbiamo portato avanti in questi mesi tutto questo c’è dentro.

 

Gli obiettivi operai e la piattaforma sindacale

 

Al momento della elaborazione della piattaforma vi erano tre posizioni all’interno della fabbrica:

a) chi diceva che non bisognava chiedere aumenti salariali, (perché altrimenti aumentavano i prezzi), che bisognava puntare soprattutto sugli obiettivi sociali da portare avanti in sede di partiti di governo e di opposizione. Era la linea del PCI e della parte del sindacato ad esso più strettamente collegata;

b) chi diceva che bisognava chiedere aumenti salariali, ma in quantità limitata, in modo che il padrone ci desse tutto quello che chiedevamo. Inoltre bisognava puntare sugli obiettivi sociali che dovevano essere caricati sul bilancio aziendale e sugli investimenti al sud. Si poneva l’obiettivo del salario garantito e quello ”padronale” del ”6 per 6”. Era la linea sindacale che voleva la lotta, senza incidere troppo sugli interessi dei padroni (sopratutto la FIM portava avanti questa posizione);

c) la terza posizione, comune alla maggioranza degli operai, era quella che oscillando tra la possibilità di evitare la lotta e la necessità di realizzare obiettivi concreti sui piano salariale e sociale, voleva ottenere aumenti salariali proporzionali all’aumento del costo della vita, di porre il problema dell’inquadramento unico introducendo gli scatti automatici, modificare sostanzialmente l’ambiente di lavoro; voleva trasporti gratis, investimenti al sud senza cedimenti.

Fu imposta la seconda linea (Carniti dovette parlare un’ora prima di strappare un applauso!).

 

La prima fase della lotta

 

La lotta inizia con un corteo interno al Centro Direzionale. La presenza operaia è massiccia e pure forte, anche se inutile, è il servizio d’ordine della FLM per impedire che gli impiegati crumiri e i dirigenti siano buttati fuori dagli operai. La presenza operaia è notevole ogni volta che c’è un obiettivo di lotta significativo; fiacca nelle altre occasioni. La linea del PCI continua a seminare disfattismo dicendo che gli operai non vogliono lottare. Forte è la pressione sugli operai per manifestazioni di pura propaganda sull’opinione pubblica per evitare in ogni modo momenti di scontro. Nonostante tutto ciò, continui cortei interni spazzano crumiri, impiegati e quando la ”vigilanza” dei riformisti è meno forte, anche qualche dirigente. Lo scontro politico tra chi ha paura della lotta e chi vuole, è continuo.

 

Il quadro politico

 

Il quadro politico che fa da cornice all’inizio della lotta è quello del blocco ”fasullo” dei prezzi del primo nuovo governo di centro-sinistra, dell’opposizione diversa del PCI e dell’appoggio delle organizzazioni sindacali a quel governo. Tutto questo grava come una cappa di piombo sulla classe operaia al punto che uno dei più fedeli militanti del PCI, in sede di Federazione milanese, si rivolta contro la linea ufficiate che non vuole che la lotta parta prima del gennaio 1974, dicendo ai funzionari di andare loro in fabbrica a frenare gli operai. La conferenza di produzione tra PCI-PSI-DC è il prodotto di questo clima. La cosiddetta crisi energetica, la ventilata crisi dell’automobile creano un clima di incertezza e di paura tra gli operai. La crisi del governo Rumor, lo scandalo dei petrolieri, la scoperta dei complotti fascisti, la decisione della DC di andare al Referendum, ribaltano a favore della classe operaia il quadro politico che prima padroni e governo avevano curato artificiosamente. Il PCI e il sindacato cambiano tatticamente atteggiamento nei confronti del governo: si arriva allo sciopero generale di 4 ore: per i problemi sociali e per i prezzi politici dei beni di prima necessità. All’interno del potere democristiano vi è il siluramento di Luraghi alla direzione dell’Alfa e la sua sostituzione con un funzionario fedele. I padroni si allarmano per l’obiettivo del salario garantito contenuto nella piattaforma Alfa.

 

Emerge la linea politica dell’autonomia operaia

 

Il giorno della rottura delle trattative il governo decide un ulteriore aumento dei prezzi e lo stato maggiore del sindacato è tutto a Roma al tavolo delle trattative. È il momento buono e la classe operaia supera ogni esitazione: guidata dalla avanguardie rivoluzionarie occupa l’autostrada dei laghi facendo due giorni di sciopero totale. L’entusiasmo è alle stelle e la partecipazione è altissima. Altissimo è anche il panico dei sindacalisti e dei riformisti che cercano di riportare la lotta su binari più ”civili”. La manovra non passa anche se quella forte spinta non riesce ad imprimere una svolta alla lotta.

La sinistra di fabbrica si coalizza attorno alla parola d’ordine: rivalutazione degli obiettivi e scioperi a scacchiera con il blocco delle merci. Il consiglio di fabbrica è spaccato ed arriva quasi alla votazione di questi obiettivi.

L’esplosione della forza operaia non avviene solo all’Alfa. Dalla Fiat all’Alfa Sud, da Genova a Palermo è tutto un fiorire di iniziative autonome della classe operaia.

In contrapposizione a questo comportamento operaio vi è la rigidezza della struttura sindacale che blocca lo scontro e cerca di deviarlo su iniziative di dibattito tra partiti con l’assemblea aperta. Sono due linee politiche diverse all’interno della classe operaia che si fronteggiano: la prima, non egemone, emerge solo nei momenti favorevoli, la seconda incombe sempre come una rete che tiene legata la forza operaia e le impedisce di misurarsi con i padroni.

La seconda rottura di trattative vede un quadro diverso della situazione. I padroni fanno quadrato attorno all’Intersind per impedire che passi il salario garantito: il «Corriere della Sera» dedica persino un articolo di fondo alla questione.

La volontà delle masse si era già espressa in precedenza; ora il fatto nuovo è rappresentato dall’atteggiamento del sindacato: tiene nascosta la rottura per 4 giorni e poi si organizza a gestire la risposta operaia. Capovolge tutti i suoi principi organizzativi (le decisioni dal vertice alla base) passando dalla convocazione di assemblee decisionali su obiettivi immediati di lotta alla accettazioni in C.d.F. della linea di lotta dura con sciopero a scacchiera e blocco delle merci di giorno e di notte. L’esecutivo del CdF, prima chiuso rigidamente, si apre al contributo anche dei compagni rivoluzionari.

Due elementi fondamentali hanno contribuito a questo clamoroso cambiamento: da una parte la sfida di Petrilli che ha mostrato come l’intransigenza delle Partecipazioni Statali nei confronti delle richieste operaie si saldi al disegno politico di Fanfani che col Referendum tenta di spostare a destra l’asse politico e ricattare sempre più pesantemente la classe operaia e le sue organizzazioni storiche; dall’altra la grande forza che la classe operaia ha espresso ”in proprio”, cioè anche al di fuori della direzione sindacale e che ha spaventato non poco i sindacalisti. Tutto ciò ha costretto il sindacato a cavalcare la tigre. Ma anche in questa fase le due linee politiche di cui dicevamo prima, quella dell’autonomia operaia e quella del riformismo sindacale, si combattono.

Il corteo al Centro Direzionale si trasforma in una pulizia completa dei crumiri e dirigenti, compreso il presidente Guani che viene circondato da un migliaio di operai e assillato di domande e da frasi come «sfruttatore», «agente di Fanfani», ecc. Il servizio d’ordine sindacale questa volta non c’è, anche se è il sindacalista a ”disimpegnare” Guani. La raccolta dei soldi per la manifestazione di Roma (poi annullata) si trasforma in incasso del pedaggio destinato alle autostrade IRI. Il blocco delle portiere è subito attuato dagli operai come blocco totale sia in entrata che in uscita delle merci. Il discorso del prezzi politici di prima necessità viene trasformato dalle discussioni degli operai (ed anche dall’episodio ristretto del la spesa per il picchetto gratis al supermercato) in un principio di attuazione della diminuzione dei prezzi. Così l’obiettivo della casa viene vissuto da decine di famiglie dell’Alfa all’interno della lotta per l’occupazione delle case di via C. Marx e del Gallaratese. La proposta sindacale dell’occupazione della fabbrica durante la Pasqua viene ridicolizzata dagli operai che, se organizzati bene, l’avrebbero attuata fino alla conquista degli obiettivi. Il blocco delle merci, che già qualcuno cominciava a dire che era solo simbolico, è stato invece un grande momento di organizzazione e di mobilitazione. Ogni reparto, a rotazione, doveva garantire il picchetto di notte. E poche sono state le volte in cui vi erano meno di cento operai. La difesa da eventuali attacchi fascisti era garantita. Lo sciopero a scacchiera che continuava a permettere la piena produzione nelle ore di lavoro, fu trasformato in uno sciopero in cui con due ore di sciopero, la produzione invece di sei ore, era di 4,2 e in certi casi anche di un’ora al giorno. Anche l’Assemblea aperta non è andata secondo le aspettative riformiste. Il ministro della sanità Vittorino Colombo non ha potuto parlare perché subissato di fischi e accompagnato alla porta da un corteo di operai (altro che compromesso storico).

 

Il ruolo delle avanguardie rivoluzionarie

 

All’interno della atmosfera di lotta tendente ad accettare lo scontro duro con i padroni qual è stato il ruolo specifico degli opeai rivoluzionari?

L’esplosione di lotta è stato il frutto dell’iniziativa delle avanguardie autonome che hanno saputo esprimere con la proposta di obiettivi adeguati, la volontà delle masse.

Sono stati i compagni dell’Assemblea Autonoma, del Collettivo Politico Operaio e di Lotta Continua a meglio realizzare la direzione politica che gli operai si aspettavano in quel momento. Ma quando si trattava di esercitare in modo organizzato e continuo questa direzione politica si è visto che la capacità di riempire gli stessi spazi politico-organizzativi lasciati aperti dal sindacato, non era più la stessa. La capacità di inserirsi a livello organizzativo nella direzione della lotta, con la definizione della scacchiera incisiva sulla produzione, con l’organizzazione a livello di massa del picchetto notturno vedeva l’Assemblea Autonoma e il CPO in testa alla sinistra di fabbrica. Quando però il momento diventò cruciale, in seguito alla 3ª rottura delle trattative, la direzione politica che gli operai si aspettavano non vi fu. L’ipotesi della occupazione di fabbrica fu trasformata dal sindacato in un obiettivo ad effetto pubblicitario, quale la Pasqua in fabbrica. Nessuna delle componenti della sinistra di fabbrica seppe rappresentare la direzione politica per un livello di scontro così alto.

 

Gli obiettivi raggiunti

 

Gli obiettivi che secondo noi erano prioritari in questa lotta erano: salario garantito, salario, trasporti gratuiti.

Il salario garantito che sindacato e partiti di sinistra sbandierano come vittoria è garantito solo a parole. Noi non siamo stupidi come tanti che, siccome lo sono, dicono che la nostra critica è perché la garanzia del salario è solo al 90°/o. Non è la quantità in sé per sé, anche se 150.000 ore per 20.000 lavoratori e visti i tempi che corrono nel settore auto (vedi Fiat) non sono la luna; è la motivazione politica, i motivi per i quali si potrà attingere da questo monte ore che sono una sconfitta di principio. È specificato nell’accordo che il salario garantito ottenuto subentrerà «ogni qual volta che la direzione aziendale sarà costretta a sospendere per motivi tecnico-organlzzativi».

Questo vuol dire che se sciopera la verniciatura e sospendono l’abbigliamento, siccome la sospensione è dovuta a motivi di lotta e non tecnico-organizzativi all’abbigliamento non spetterà il salario garantito. E la direzione ha principalmente usato negli ultimi anni la sospensione proprio per impedire le lotte di reparto e mettere gli operai gli uni contro gli altri.

Sul salario abbiamo avuto praticamente tutto quanto si era richiesto a… novembre dell’anno scorso. Visti i livelli di lotta bisognava rivalutare gli obiettivi salariali. Senz’altro se avessimo chiesto di più avremo superato le 21.000 mensili. Si tratta ora dì avere la capacità di vedere come avere più soldi (ad esempio dall’applicazione dell’inquadramento unico impostandolo in modo da poter raggiungere tutti i livelli più alti che sono anche quelli che hanno il salario più alto).

Obiettivi sociali: abbiamo ora 600-700 milioni per realizzare case e trasporti, però manca a livello dei problemi territoriali un qualsiasi organismo in grado di dire come spendere questi soldi, ma soprattutto in grado di coordinare le fabbriche e le scuole per esempio sul problema dei trasporti, per impostare forme di lotta adeguate e tali da farci avere anche gli obiettivi sociali, minimamente in grado di gestire la lotta dell’occupazione delle case che settanta famiglie di operai dell’Alfa stanno conducendo.

 

Perché è una vittoria

 

Per gli operai questa lotta rappresenta una vittoria perché per la prima volta in quattro anni di lotte dure, vi è una vicinanza tra obiettivi richiesti e risultato. Nelle lotte passate, lo scarto era molto più grande. L’altro elemento positivo è rappresentato dalle ore di sciopero spese. Anche qui per la prima volta in quattro anni non abbiamo superato le 200 ore dì sciopero, ma sono state sufficienti 100, usate in modo ”diverso”. Per gli operai rivoluzionari è stata una grossa vittoria politica l’essere riusciti a far riprendere in mano a tutti gli operai, la capacità di gestire in prima persona la propria lotta. Anche se la battaglia sugli obiettivi era stata persa, rimane fermo questo punto che dal lontano 1969, sembrava definitivamente perduto.

 

Prospettive

 

Il livello di scontro si alza sempre di più e la capacità di lotta espressa dalla classe operaia deve trovare rispondenza nelle avanguardia rivoluzionarie. L’esempio della mancata occupazione di fabbrica e la sconfitta nella battaglia sugli obiettivi, devono farci riflettere. Sempre di più la classe operaia, nella sua espressione politica dell’autonomia, esprime delle esigenze ad un livello di lotta, che necessitano una capacità organizzativa complessiva.

Capacità organizzativa a livello di reparto per riuscire ad affermare gli obiettivi operai dell’egualitarismo, della lotta per la salute, del salario garantito, della lotta ai ritmi, alla repressione padronale, dell’antifascismo militante. Ogni operaio diventa sempre più cosciente che di fronte all’attacco sempre più frontale dei padroni, diventa problematico difendere i propri interessi con il metodo degli «accordi» e dei «compromessi». Si chiudono sempre più gli spazi istituzionali risposta dura alla sfida dei padroni. Ma questo ci porta al di fuori degli strumenti tradizionali, dei governi favorevoli alla classe operaia, di nuove maggioranze, di votare bene, ecc. per metterci su quello della lotta fino alle estreme conseguenze. Occorre quindi superare la delega per affrontare in prima persona il destino della classe operaia e della società intera. Occorre una capacità organizzativa a livello dì fabbrica capace di rappresentare la direzione politica dell’autonomia operaia in lotta contro i padroni e contro la linea riformista. È necessario anche un minimo di coordinamento nazionale che permetta il confronto delle esperienze particolari e la elaborazione di una linea politica strategica che scaturisca dallo sviluppo concreto della lotta di classe.

 

Assemblea Autonoma

Collettivo Politico Operaio

Alfa Romeo

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 10 – maggio 1974

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