Queste case non basta occuparle

BOLOGNA CITTA’ A MISURA D’UOMO: MA QUALE?

Queste case non basta occuparle


La nuova fase dell’autoriduzione a Bologna segna il passaggio della gestio­ne dell’intervento nei quartieri dalle forze istituzionali (Pdup), che se la sono squagliata non appena la lotta si è fatta dura, alle forze autonome. Ma c’è un limite organico in questa forma di lotta, fin quando non si rie­sce a farla crescere ed a collo­carla in un processo di appro­priazione.

Questo problema si sta po­nendo: le migliaia di studenti che arrivano a Bologna e non trovano casa, che sono respinti dalle istituzioni universitarie, sono scese in lotta per primi.

Tre case sono state occupate nelle ultime settimane dagli studenti fuori sede.

Ma il discorso si sta esten­dendo; molti altri arrivano; la casa non ce l’hanno; su questo la discussione s’è aperta nel movimento; ma occorre far cre­scere nuove possibilità; non si tratta più semplicemente di occu­pare le case per i fuorisede, si tratta di costruire spazi che oltre ad ospitare i giovani che non han­no la casa, possano funzionare come punti di riferimento per quei giovani proletari, studenti medi, che nel quartiere non tro­vano che la miseria della parteci­pazione democratica al riformi­smo, e poi l’isolamento e lo squal­lore della famiglia.

Bologna è una città a misura d’uomo per gli intellettuali ed i burocrati che abitano nel centro storico, o nei quartieri residen­ziali, ma non per i giovani del lavoro saltuario, per le donne del lavoro a domicilio, per gli studenti costretti nell’isolamento dei quartieri dormitorio.

I compagni che organizzano l’autoriduzione di questo se ne sono resi conto. Il quartiere è vuoto, i giovani non ci stanno; quando non sono in fabbrica, o a scuola, o nel laboratorio casa­lingo (dove la famiglia funziona come strumento di controllo sul lavoro dei figli e delle donne) gravitano verso il centro, dove ci sono i servizi, ma dove la possibilità di riconoscersi come classe, come strato socialmente e politicamente omogeneo, è ri­dotta a nulla.

Trasformare il quartiere da dormitorio a luogo di organiz­zazione e collettivizzazione è’ dunque un obiettivo su cui muoversi.

Questa è un’indicazione che cresce nei collettivi studente­schi, fra gli studenti per i quali la scuola può funzionare come luogo di raccolta e di riconosci­mento, ma è sempre meno ter­reno reale di scontro. Del resto, però, che fanno, se non vanno a scuola?

E che fanno gli operai giova­ni della fabbrica diffusa nel ter­ritorio, delle mille piccole offi­cine?

La realtà materiale dei biso­gni proletari, la sessualità, i rapporti con gli altri non trova­no nessun luogo in cui possano venir messi in discussione, trasformati.

È su questo che ci si può muovere; ma su questo si va al­lo scontro non solo con le auto­rità scolastiche (che hanno fatto chiudere il cinema Rialto, dove ogni mattina centinaia di stu­denti andavano per trovarsi insieme e non andare a scuola). Non solo con i padroni delle ca­se, ma con lo stesso PCI, rap­presentante del padrone sociale, difensore delle caratteristiche non metropolitane di Bologna dei «valori» e della sanità mora­le di una «popolazione laborio­sa» perché la struttura territoria­le, familiare, istituzionale co­stringe all’isolamento e quindi al lavoro.

E infatti, lo abbiamo visto al­la Beverara, il quartiere in cui un gruppo di compagni dispo­neva di un posto dove si poteva stare insieme, parlare, fare i cazzi propri.

Il PCI è arrivato, ed ha detto che lì si fumava (embè?…), e che ci stavano gli estremisti. Per cui li ha sfrattati, ed ora non si sa se ci va a fare un cen­tro civico per farci parlare gli assessori o qualcosa del genere. Comunque, un posto dove si fumeranno solo le Nazionali.

Che su questo isolamento possano cominciare a prospera­re – come accade a San Donato, quartiere di forte immigrazione – gli spacciatori di eroina, que­sto al PCI non importa. Non si sa forse che, se non si è buoni lavoratori, leali col padrone so­ciale, si è drogati e delinquenti?

Ma se si comincia a prendere ed a mettere in discussione in un luogo che il movimento si conquista il tempo, il corpo, l’autonomia di cui il capitale ci ha espropriato, allora il vecchio ricatto: o produttività o autodi­struzione, o responsabilità de­mocratica o emarginazione, sal­terebbe anche nella città della collaborazione e del riformismo.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 12 novembre 1975, n. 3

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S. Vittore: la pena e’ sempre massima

DOCUMENTO DEI DETENUTI RIVOLUZIONARI

S. Vittore: la pena e’ sempre massima


Quando un giudice condanna alla carcerazione preventi­va, in attesa di un lontanissimo processo, o alla car­cerazione penale si mette in di­chiarata contraddizione coi valori della sua stessa società borghese e col sistema di diritto che la regge. Il giudice, per il solo fatto di condannare al carcere, infrange numerose leggi basilari dell’ordinamento in­ternazionale e interno. Per la sua legge, dovrebbe condannare alla «rieducazione». In realtà, sapendo cos’è il carcere e costringendovi dentro i detenuti, è responsabile di sequestri, lesioni, sfruttamento, omicidi tentati e riusciti, sevizie ecc.. il tutto in concorso con altri, continuato, aggravato da motivi abbietti.

Ma qual’è allora la respon­sabilità dei democratici, dei compagni, che delegano ogni re­sistenza a questo tipo di sistema criminoso ad un tecnico (l’avvo­cato) che può contrastarlo solo dall’interno, accettandone ed assumendone le regole? Che ri­nunciano da anni alla denuncia e alla lotta e ci consigliano di aspettare con pazienza che l’avvocato giochi la sua con­trattazione, di considerare la detenzione come una parentesi nella nostra vita politica, solo una lunga attesa di uscire. Ma usciremo noi; il carcere resta. La sofferenza che infligge a chi en­tra, resta. Chi risarcisce di que­sta ferita noi, i compagni che devono restarci una vita, le mi­gliaia di proletari?

Ai giudici fuorilegge che cer­cano di assassinarci colla galera, al sistema carcerario che ci op­prime, ai compagni che ci rac­comandano di stare calmi e di morire politicamente, a tutto questo rispondiamo no!

i proletari?

Ogni giorno di galera è un giorno di lotta. Noi la bandiera rossa la vogliamo tenere alta dappertutto, e più alta dove è più arrogante il nemico. Se non vedete le rivolte, pensate anche alla famosa, cara, vecchia talpa che continua a scavare anche sotto i muri più spessi.

Forse chi non c’è venuto non ha capito bene cos’è il carcere, cos’è S. Vittore nel cuore della metropoli del capitale. Vi avranno detto che c’è la televisione»in cella. Strano, era la pri­ma cosa che sentivamo dire an­che noi prima di entrare. Poi abbiamo visto le celle di pu­nizione.

Durante la stagione delle grosse rivolte si era conquistato uno spazio di potere, un abboz­zo di organizzazione parasindacale. Allo sciopero dei la­voranti, della fame, ai tetti, alle lettere di denuncia sostenute dall’opinione pubblica, da Lotta Continua, perfino da certi orga­ni di stampa, l’istituzione era costretta a rispondere sulla stra­da del piccolo riformismo.

I detenuti chiedevano, per esempio, l’amnistia, la riforma dei codici, la riduzione della carcerazione preventiva, l’abo­lizione della recidiva; la direzio­ne concedeva la forchetta, il ta­volino, la televisione, il cesso. Il riformismo, strumento di di­visione dei proletari. è soprat­tutto efficace qui, dove la lotta quotidiana per la sopravvivenza, la mancanza delle cose più utili ed elementari, rendono estre­mamente importante ogni mini­ma conquista sul piano del te­nore di vita.

Congiuntamente la direzione otteneva un altro risultato: raf­forzava la tendenza a rinchiu­dersi in isolamento o in piccoli gruppi. Tanti vantaggi reali hanno una doppia faccia. Le celle aperte durante l’aria invi­tano a rientrare; c’è la televisio­ne (dunque non la sala comune dove radunarsi per guardarla), i fumetti porno, la radiolina, il mangianastri. Anche andare al gabinetto poteva essere un’occa­sione d’incontro per i detenuti, ci rifiutiamo d’immaginare nella direzione un bagliore di umani­tà. Si è eliminata ogni possibili­tà di incontro fra i detenuti dei vari raggi. Perfino alla messa si assiste (quei pochi che vogliono) dietro le sbarre dei rispettivi raggi. Il sadismo si è manifesta­to anche nella costruzione delle bocche di lupo (giuridicamente vietate) che, opprimendo il dete­nuto con la visione di un solo rettangolino di ciclo, costitui­scono uno strumento di tortura psicologica di cui è stata ac­certata la nocività. Inutili, ridi­cole sul piano della sicurezza, impediscono però di vedere e comunicare coi raggi adiacenti.

I detenuti per motivi politici subiscono   poi   un   isolamento particolare. Di regola sono con­finati nel raggio dei lavoranti, in modo da ostacolare la possibilità di amalgama cogli altri detenu­ti.

Il primo compito politico che i proletari carcerati si impongono è  di  smascherare  la  futilità e l’uso di certe apparenti conqui­ste e di sviluppare forme di soli­darietà e di comunicazione fra tutti.    Ma   il   carcere   è   fon­damentalmente    un’«istituzione della violenza» e come tale ha reagito  alle rivolte, soprattutto quando   l’appoggio   esterno   ai detenuti si è spento, quando la denuncia non ha fatto più noti­zia, quando Lotta Continua non se l’è  sentita di resistere sullo stesso   piano   di   violenza   che veniva  imposto.  Tralasciamo  i racconti,   noti   ed   allucinanti, delle    immediate    conseguenze delle rivolte. Diciamo solo che quell’impennata   bestiale   è   ri­masta la norma.

Oggi gli strumenti della re­pressione quotidiana si possono riassumere sostanzialmente in:

1) i trasferimenti; 2) le celle di punizione; 3) il manicomio; 4) le raffiche di mitra.

L’insopportabilità del sistema carcerario è di tutti, ovviamente, per cui la rivolta generica è im­plicita in ognuno. Si esprime però in modi diversi. Ci sono traditori che cercano di rimedia­re piccolissimi privilegi ven­dendosi al nemico, altri che cer­cano forme di adattamento assorbendo l’ideologia della repressione (ho sbagliato, è giu­sto che paghi) o rinchiudendosi in solitudine; altri, nell’im­possibilità di scagliarsi contro il nemico che li soffoca, deviano l’aggressività su se stessi o sugli altri detenuti, con litigi e risse per motivi spesso inconsistenti.

Ricordiamo però che l’autolesio­nismo (tagli, ingestione di chio­di, lamette, detersivi, ecc.) che è all’ordine del giorno in ogni car­cere, ha anche un drammatico significato di autodifesa e rende evidente la disumanità del siste­ma: a tanto si deve arrivare per richiamare l’attenzione, per cambiare qualcosa di una con­dizione insopportabile. Ricor­diamo anche che la minaccia di grave autolesionismo (la lametta in bocca, per esempio) è l’unica forma di difesa dai pestaggi. Ma spesso il pestaggio avviene co­munque, e il detenuto deve solo decidere se vuole aggiungervi le lesioni orali e interne.

Altri mezzi per rendere più sopportabile la detenzione sono il vino e la droga.

Accanto a queste forme in­dividuali di resistenza, i proleta­ri più capaci e politicamente co­scienti cercano di ricostruire trame di solidarietà, di co­municazioni interne e con l’esterno, di denuncia. E poi, anche senza rivolte di massa, ci sono spesso proteste sui tetti, rifiuto di rientrare in cella, tentativi di evasione.

Abbiamo sostanzialmente de­lineato una quantità di ipotesi di comportamento contrastanti con l’ordine dell’istituzione. La maggioranza sono ipotesi non politiche, ma sempre di reazione al sistema carcerario. Il detenu­to, quindi, non è mai colpevole, è la brutalità del carcere che lo spinge ad atti apparentemente irresponsabili. Evidentemente l’istituzione fa il ragionamento opposto e punisce ogni trasgressione al suo ordine con la stessa violenza. Questo vogliamo sottolineare:

a) il carcere non fa distinzione fra comportamenti politici e non;

b) non c’è proporzione fra vio­lazione dell’ordine e pena, la pena è sempre massima.

Signori giudici e compagni, queste cose non succedono in Cile, ma a Milano, nel cuore della civiltà del capitale e della maturità operaia. Basta un niente per essere trasferiti, abbandonare gli amici, perdere ogni rapporto coi parenti, per­dere il pacco e i colloqui, fare un viaggio che non stiamo a descrivere. Quando in aprile è stata seminata ad arte la voce (assolutamente infondata) della rivolta, la direzione ne ha ap­profittato per fare centinaia di trasferimenti, spesso preceduti da pestaggi indiscriminati; ap­parentemente senza motivo, in realtà per instaurare un clima di tensione e spezzare anche solo i legami di amicizia.

Abbiamo letto con sorpresa che nel ’70 erano state allonta­nate dalle celle di punizione le squadre di picchiatori. Nel 75 sono più attive che mai.

Alle celle si va anche per una mancanza lievissima. Sono bu­chi senza luce, coi topi, col bu­gliolo che le infetta, senza acqua. Il detenuto è privato di tutto, non può leggere, non può lavare il recipiente dove mangia, non può fumare, ha un’ora d’aria in una gabbia di pochi me­tri, ha il letto di legno e coperte luride. I pestaggi sono quotidia­ni. Una squadra di sbirri sadici e frustrati irrompe nella cella (quando non comincia già accompagnando il detenuto giù per le scale), gli butta una co­perta sulla testa e si sfoga nel massacro. Spesso la vittima è te­nuta poi a lungo in isolamento, perché non possa mostrare le lesioni riportate. I nomi delle guardie picchiatori sono noti, tutta la gerarchla del carcere ne è perfettamente informata, con­senziente, mandante. I pochi che hanno avuto il coraggio di denunciarlo sono stati trasferiti o subiscono gravi ricatti. In altri casi di resistenza, ad assoluta discrezionalità del potere car­cerario, il detenuto è messo in manicomio. Siamo certi che tutti sanno cosa significa.

Quando abbiamo scritto delle raffiche di mitra, pensavamo ai carceri italiani in generale, all’abitudine ormai affermata di sparare sui detenuti che pro­testano sui tetti. Non pensavamo a San Vittore in particolare. Po­chi giorni fa hanno sparato an­che qui. Il carcerato che si stava arrampicando sui tetti, pur non colpito, è precipitato riportando gravi fratture.

Che risultato si propone l’isti­tuzione con un uso così intenso della violenza? Evidentemente la paura del nemico è altrettanto intensa. I suoi interessi nello sfruttamento del lavoro dei detenuti, nella vendita a prezzi di monopolio, nel clientelismo, sono altissimi e minacciati dalla ribellione ad una situazione disperata e contrastante con tutti i valori apparenti della società borghese.

Incapace, per vari motivi, di una soluzione di ricambio, il po­tere ripiega sul piccolo rifor­mismo e sulla grande violenza. Non aspetta a colpire i punti alti di una resistenza formata, ma tende a isolare tra loro e schiac­ciare i detenuti subito, alla base, forsennatamente.

Il giudice che condanna sa tutto questo, è complice. Non rispetta la legge, perché non de­cide la custodia e la rieducazio­ne, ma lo sfruttamento, le sevi­zie, un periodo di vita di cui non sono prevedibili né l’esito né la scadenza. Certo è l’odio totale, inestinguibile, organizzabile e organizzato.

Compagni, il carcere non contrasta con la crudeltà del capitale, ma con la forza attuale del proletariato. Le organizza­zioni operaie si diano carico di questo problema. Quanto a noi, non deleghiamo certo i rimedi agli avvocati. Non abbiamo paura a ricostruire la nostra so­lidarietà di detenuti, ad opporci con la nostra violenza, ade­guatamente organizzata, alla brutalità del sistema.

Movimento rivoluzionario dei detenuti S. Vittore Milano

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 18 ottobre 1975, n. 2

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La multinazionale Fiat si ristruttura

IL CONTROLLO SUL CICLO

La multinazionale Fiat si ristruttura


È noto il libro di Levinson nel quale viene elencato il prodotto nazionale lordo di quasi tutti i paesi del mondo e il prodotto lordo delle maggiori multinazio­nali: General Motors, Standard Oil, Ford Motor, ecc. In questo elenco la FIAT è al 95mo posto prima della Firestone. Si pensi ad esempio che il prodotto lordo della Irlanda è di 3,4 milioni di dollari e quello della FIAT di 2,3 milioni di dollari.

La FIAT quindi come multi­nazionale può essere gratificata di tutti i giudizi che si danno su questi colossi: ingerenza nei paesi nei quali operano, specu­lazioni sulle valute e sulle mate­rie prime, evasioni fiscali, ten­denza a manopolizzare i settori chiave dell’economia, corruzione di personalità locali. Troviamo stabilimenti di montaggio FIAT in tutti i paesi del mondo: com­presi i più fascisti. In Cile è in programma la costruzione di uno stabilimento.

Giovanni Agnelli su Espan­sione del novembre scorso a proposito degli stabilimenti nei paesi dell’Est scriveva: «La FIAT fornisce, con i suoi uomini migliori e con la sua esperienza, assistenza, progetti e piani di la­voro». Nel 1973 in Jugoslavia ve­nivano fabbricate circa 95.000 autovetture, in Polonia 75.000 ed è in progetto un gigantesco stabilimento in Slesia che pro­durrà 150.000 automobili l’an­no. Lo stabilimento di Togliattigrad ha 51.045 operai, dei quali 28 mila alla produzione.

La dipendenza tecnologica di queste industrie dalla FIAT è indiscutibile, come pure l’orga­nizzazione del lavoro. La FIAT non ha bisogno di attuare in questi paesi i suoi progetti di ristrutturazione e repressivi per­ché la classe operaia è comple­tamente controllata dagli appa­rati del partito e la pace sociale è assicurata.

Il caso della FIAT-SEAT in Spagna può essere esemplificati­vo di come si muovono queste multinazionali e di come utiliz­zano la crisi economica. La FIAT esercita sulla SEAT un controllo determinante. Le esportazioni della SEAT si sono interrotte bruscamente quando Agnelli ha cominciato ad avere delle difficoltà. Nello stesso tempo le industrie spagnole di quel settore aumentavano le esportazioni. Da una parte con la scusa della crisi la SEAT vor­rebbe ridurre la produzione, dall’altra vorrebbe l’aumento dei ritmi di produzione perché gli stessi lavoratori producano più automobili. In pratica gli obiettivi della FIAT-SEAT sa­rebbero: 1. ristrutturare gli or­ganici licenziando gli operai più anziani e più combattivi; 2. fre­nare le rivendicazioni salariali.

La tendenza comunque è del­lo spostamento della produzione automobilistica dalle aree eco­nomicamente avanzate (dove vi è un alto tasso di produzione e un alto tasso di saturazione) ad aree dove l’automobile non veni­va prodotta, dove i salari sono più bassi e il mercato in espan­sione. Oggi i mercati nuovi sono costituiti dall’America Latina (Brasile, Argentina). Ma negli anni che seguiranno si vedranno sorgere mercati nei paesi arabi, in Asia e Africa.

Questa tendenza produrrà una crisi in quei paesi dove la produzione di auto era più svi­luppata: una contraddizione fra Torino e Barcellona. Da parte di Agnelli che ha voluto ottenere un controllo formale sulla SEAT di Barcellona vi era il progetto di ridistribuire la produzione nell’area FIAT a danno di Tori­no ed a favore di Barcellona.

La previsione FIAT era che nell’anno ’80 la produzione al­l’estero avrebbe equilibrato la produzione italiana e questo non è solo una questione di mercati, ma una questione politica più profonda. La crisi mondiale del­le materie prime ha solo accele­rato questo processo. A gennaio la FIAT ha aperto uno stabili­mento in Brasile che produce 200.000 automobili: pratica­mente il potenziale FIAT all’e­stero è uguale non acora al potenziale, ma alla produzione i-taliana.

La FIAT tende, dunque, in quanto produttrice di automobi­li, a dislocarsi fuori dall’Italia. L’Italia funziona da retroterra: per esempio tutta una serie di macchine utensili che lavorano in Argentina e Brasile vengono costruite in Italia.

Ma comunque la tendenza più importante e che deve inte­ressare i compagni e di cui ci occuperemo anche nel prossimo numero è quella del trasformarsi da società industriale a società finanziaria. La diversificazione FIAT di cui parlano 4 suoi diri­genti consiste in sostanza nello spostamento di grandi capitali a livello finanziario che interven­gono dappertutto nel mondo.

Tutte le caratteristiche che si discrivono delle multinazionali: ad esempio lo stato nello stato, sono caratteristiche che sono permesse dall’intervento delle fi­nanziarie e quindi dall’enorme potere di controllo su differenti settori dell’economia nazionale.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 18 ottobre 1975, n. 2

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Intervista con un operaio Alfa

IL CONTROLLO SULLA FABBRICA

 

Intervista con un operaio Alfa


 

La disobbedienza all’Alfa ha raggiunto  livelli  molto  al­ti, ma permangono differen­ze legate al tipo di lavorazione. La proposta di inchiesta operaia vuoi portare in luce tutti i tipi di situa­zione legate alla tematica del co­mando.

La nostra è una società gerar­chica, tutto è organizzato in ba­se a gerarchle; la divisione del lavoro, la divisione del potere, la distribuzione della ricchezza. Nella società sappiamo chi co­manda o meglio pensiamo e cer­chiamo di saperlo. Ma nella fabbrica chi è che realmente, concretamente comanda, qual’è L’organizzazione del comando dentro l’azienda, cos’è cambiato dal 1968 ad oggi? Con chi l’avanguardia e l’operaio di ba­se, della catena, viene a diretto contatto e chi c’è gerar­chicamente sopra di lui?

Chi lo costringe a stare otto­dieci ore al suo posto di lavoro senza muoversi per più di dieci­venti minuti? Chi è che controlla e reprime il compagno, non del PCI, ma quello che propone una strategia di lotta differente?

Il controllo e comando sull’operaio dentro l’azienda ha tre momenti: 1. controllo della produzione e disciplina sul lavo­ro; 2. controllo di un com­portamento «prepolitico»: mani­festazioni di scontentezza, as­senteismo, dissenso aperto; 3. controllo del comportamento politico: partecipazione a scio­peri, comportamento e parteci­pazione ai cortei interni, discus­sioni nel reparto e altre mani­festazioni politiche generali.

Per conoscere qual’è la situa­zione nelle aziende su questi aspetti non abbiamo alcuna documentazione né pubblicazio­ne. Esistono molti studi, più o meno validi, sull’organizzazione del lavoro: taylorismo, neo-taylorismo, rotazioni delle man­sioni, job evaluation, ecc. Ma questi studi – fatti anche dal sin­dacato – con l’apparente scopo di alleviare il lavoro operaio, o addirittura ridurre l’alienazio­ne, in pratica servono a far sì che l’operaio abbia condizioni migliori per produrre di più. Non partono dalla logica delle necessità individuali, sociali e politiche dell’operaio, ma dalla logica della produzione.

Mancando una qualsiasi base di analisi, di inchiesta operaia sull’argomento dell’organizza­zione del comando dentro l’azienda ci proponiamo di ini­ziare questo lavorò. Proprio per la caratteristica dell’uscita quin­dicinale del giornale ciò e possi­bile.

L’inchiesta dovrebbe avere tre indirizzi: 1. quello della co­noscenza degli organismi (nuovi) proposti dalla direzione del per­sonale (es. Alfa e Alemagna, quest’ultima con la commissione antiassentesemo); 2. il ruolo del delegato del PCI a livello di controllo politico e del com­portamento (come ad esempio alla Siemens). 3. un momento d’inchiesta più diretta, meno razionalizzata a livello politico, sull’operaio (giovane) che vor­rebbe esprimere comportamenti e ideologie differenti e si sente represso a priori.

Negli anni ’60 fino al ’69-70, il controllo e il comando sull’operaio avvenivano attra­verso le guardie e i capi reparto, in altre situazioni invece attra­verso le assistenti sociali, socio­logi, psicologi. Nella direzione del personale erano previsti una serie di personaggi (diretta espressione della direzione), che controllavano e reprimevano direttamente l’operaio. Le guar­die giravano per i reparti, i capi davano multe, se l’operaio stac­cava prima del tempo trovava la guardia nello spogliatoio che lo spiava. Ora non è più così, ma nonostante la diminuzione (ap­parente) del controllo, l’operaio non si muove dal suo posto di lavoro (o si muove sempre poco) non stacca prima del tempo, po­liticamente non può esprimere comportamenti e idee «troppo rivoluzionari». Nel reparto le due figure che sono allo stesso livello gerarchico sono il capo e il delegato. Ma come avviene questo controllo? Individual­mente come lo subisce? Quali strumenti di risposta collettiva si devono dare?

Riproduciamo qui di seguito ciò che ci ha detto un compagno dell’Alfa di Arese sulla situazio­ne da lui vissuta nel suo lavoro alla catena.

«Per spiegarti qual’è la mia opinione sull’argomento ti rac­conterò l’esperienza del control­lo che subisco quotidianamente. Alcuni giorni fa ad esempio c’è stato lo sciopero di un’ora con corteo interno (che dura un’ora e mezza). Al mio rientro ho tro­vato un gran casino… il lavoro era andato avanti. Ho cercato di spiegare che il corteo era durato di più, ma nessuno voleva capi­re, tutti dicevano che far politica non era compito mio ma del delegato. Quindi vedi che una delle funzioni del delegato è quella di impedire che l’operaio si occupi di politica.

Per dirti un altro aspetto che il delegato assolve: ho una sca­tola con un solvente che sta per staccarsi, sono già alcune volte che lo faccio presente al capo, se il solvente si rovescia è nocivo. Il capo dovrebbe metterlo a posto e non lo fa. A questo punto io vado dal caporesponsabile o dal delegato. E poi il delegato va dal capo.

Chi diventa delegato ha naturalmente uno stretto rap­porto con il capo reparto: i no­stri due delegati (PCI) fanno spesso i corridoi insieme al capo. Spesso parlano insieme. Il delegato non è una forza effetti­va, si serve della forza passiva e non di mobilitazione degli ope­rai di linea. Il capo e il delegato si mettono sempre d’accordo.

Ti parlo della mia esperienza, in altre situazioni può essere diverso, ma da noi il delegato meno si occupa di politica me­glio è. Deve solo eseguire gli ordini del PCI.

A questo proposito la presen­za del partito dentro la fabbrica è molto pesante. Ormai utilizza l’arma della calunnia. Anche nel linguaggio, basti pensare che per definire una persona in ter­mini spregiativi, una specie di teppista, si dice «è un rivoluzio­nario» .

Anche il momento elettorale è completamente sputtanato.

Vi è una tendenza ad eleggere il delegato precedente. Oppure viene eletto per amicizie o co­noscenze, oppure (caso più fre­quente) gli attivisti del partito sparsi per tutta la linea passano la parola e si vota chi vogliono loro. Inoltre vi è una grossa differenza fra le elezioni dei delegati del 69-70 e le attuali. Ora ci sono delle forze (PCI, CISL, CGIL) che vogliono spartirsi i delegati.

I delegati del nostro reparto non solo impediscono che si svi­luppi una discussione autono­ma, dei momenti politici spon­tanei, ma a loro stessi non in­teressa la politica, sono dei sem­plici funzionari. A tutto questo aggiungi poi il fatto di situazioni in cui chiaramente l’orga­nizzazione sindacale si scopre, com’è successo nel famoso epi­sodio di Lettieri e Breschi nell’ufficio di Cortesi durante un corteo interno. Ma il fatto non è tanto che avrebbero dovuto es­sere con noi o in piazza Duomo alla manifestazione, ma che quando ci hanno sentiti arrivare si sono nascosti nei cessi e abbiamo dovuto scoprirli noi se no non uscivano.

Per concludere io non mi pos­so muovere dal poste di lavoro, mi è difficile discutere, e, ad esempio non potrei mai essere eletto delegato. Quindi la gerarchia del comando – come la chiami tu – anche se meno visi­bile di una volta, senza guardie che girano per i reparti è al­trettanto repressiva e in più crea una maggiore confusione nella coscienza operaia».

Questa intervista dovrebbe servire soprattutto come pro­posta di un metodo di lavoro su quest’aspetto della condizione operaia dentro la fabbrica.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 18 ottobre 1975, n. 2

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Sette anni di lotta nelle patrie galere

Sette anni di lotta nelle patrie galere


 

La lotta di classe non si ferma davanti alle mura del carcere. Le lotte di questi anni han­no dimostrato che il carcere, al pari diqualsiasi altro luogo di sfruttamento, è un terreno del­la lotta di classe, di più: la lotta dei detenuti ha dimostrato una profonda verità, la scomparsa delle etichette, non più comuni o politici, ma sfruttati nel peggiore dei modi in lotta per libe­rarsi dallo sfruttamento. Con questo non si intende fare delle pure esemplificazioni, ma la verifica pratica ha di­mostrato che la stragrande maggioranza dei detenuti si è mossa e si muove su un terreno di classe; una stretta minoranza rimane lega­ta al cordone ombelicale dell’apparato re­pressivo, per piccoli privilegi e pratiche che poco hanno a che fare con gli esseri umani. Le lotte di questi quattro anni, in assenza di un movimento esterno che le facesse proprie e le omogeneizzasse dentro le piattaforme ge­nerali di tutti i lavoratori, non solo sono rifluite sul terreno del gradualismo riformista, ma la­sciate a se stesse, sono state oggetto dell’at­tacco armato dello stato. Non si è arrivati all’assassinio di Del Padrone alle Murate o alla strage di Alessandria senza la complicità delle sinistre, attente soprattutto a mischiare le carte dei colori politici dei de­tenuti, più che a smascherare le bestialità po­litiche dell’apparato giudiziario totalmente as­servito alla logica omicida del sistema, salvo poi ripensarci sopra a distanza di anni, quanto tutto è passato e può diventare opera illumi­nata la ricerca del vero affinchè ‘giustizia trionfi’.

Complicità riformiste e debolezza del movi­mento nella sua complessità, non solo non hanno prodotto quelle timide riforme che do­vevano essere la riforma dei codici e dell’ordi­namento carcerario, ma hanno sancito di fatto un enorme potere ai carcerieri ed un’educa­zione notevolmente più repressiva per i car­cerati presenti e futuri. Se le necessità del movimento sembrano indi­care il diritto alla vita anche dentro un carce­re, è fuori che bisogna combattere per la resti­tuzione dei detenuti ai loro posti di lotta, per una lotta di massa al potere dispotico dei ma­gistrati su cui il sistema fonda le decinedi mi­gliaia di anni di detenzione preventiva in atte­sa di giudizio, il sequestro e spesso la distru­zione fisica e psichica di numerosi compagni e non, che nessuno ripagherà mai delle sevi­zie subite.

I Nap nascono dove Lotta Continua ha fallito. Nascono rompendo col sindacalismo di Lotta Continua che aveva come unico scopo quello di agitare fortemente il problema, giocando anche sulle spalle di chi, in definitiva, ‘non aveva niente da perdere’, per poi consegnarlo nelle mani di Zagari o del PCI, che l’avrebbero contrattato con le altre forze parlamentari per farne una legge dello stato. Nascono con una logica altrettanto perdente. Quella che si pone come rifiuto del momento di massa delle proteste ‘fatte sui tetti che non hanno prodotto altro che piombo’, per indica­re come unica via quella che ‘tanto vale ri­schiare di rispondere piombo al piombo’. È una cattiva illusione quella di far credere ai proletari detenuti di poter rispondere muro-muro alla crudezza del sistema. Non è possibile credere, semplicemente, di poter scende­re in campo aperto contro il sistema: le sfide hanno forse del gesto esemplare, ma ci indù cono spesso a ripiegare su obiettivi totalmente secondari per non essere sconfitti, quando addirittura non mostrano il fianco all’avversario. Il terreno da percorrere, qui come altrove è ancora quello della ‘guerriglia’, la più sottile e silenziosa possibile, finché il movi­mento del proletariato carcerato e quello ‘a piede libero’, non si saranno saldati. Per i Nap, questo ‘dovere’ di continuare a tut­ti i costi la lotta per i carcerati, si trasfonde con una confusa ideologia della lotta armata. Questo passaggio dalla lotta politica tra le classi, alla lotta armata, viene concepito nella fase attuale (che quantomeno si caratterizza come iniziale fase di transizione) come speci­ficità tecnica, come strutture, apparati, poten­za di fuoco, sembra appunto che ‘il fucile do­mandi sulla politica’, quando invece questa possibilità è data solo dalla comprensione di buona parte del proletariato di porsi su questo terreno per maturare condizioni oggettive (at­tacco al diritto alla vita) e per coscienza rivo­luzionaria (necessità del potere proletario) Lavorare poi in funzione del solo terreno delle carceri, li porta quasi a mettere in secondo piano i soggetti dell’analisi marxista, quasi a dire che nell’operaio c’è forse meno odio per questa società che nel sottoproletario: è vero il contrario anche se il revisionismo e l’oppor­tunismo sono due grossi tarli che corrodono fa­cilmente e anche se è necessario organizzare il sottoproletariato in funzione antagonista al sistema e quindi come naturale alleato del proletariato.

Il carcere non è riconducibile immediatamen­te ad una fabbrica, su cui centrare operazioni politiche. Svolgere azioni definite di propa­ganda armata è dannoso; il proletariato dete­nuto necessita sempre meno di queste, e sempre più di concrete azioni tali da non ali­mentare gratuite speranze, ma che realizzino un effettivo consenso al di la del troppo facile ‘Liberiamo tutti’.

Non si può e non si deve lavorare in funzione dei detenuti riproponendogli, una volta fuori, dopo che si son liberati dentro del loro inter­classismo, le stesse funzioni di prima, anche se indirizzate a buon fine, o peggio, illudendoli di far parte di milizie votate alla morte in una guerra guerreggiata già scoppiata; si tratta di realizzare la struttura politica dove l’ex sotto­proletario detenuto, già ‘rivoluzionario’, è ca­pace di lavorare ‘politicamente’ in una situa­zione che fuori è certamente diversa, si tratta cioè di considerare il carcere come un aspetto della lotta di classe, non il solo né il principale.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», maggio-giungo 1975, n. 16

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Movimento e carceri

Movimento e carceri

 

Che il movimento delle carceri non sia espressione isolata di un ribellismo indivi­duale, ma movimento di lotta derivante da una situazione di scontro generale di clas­se, lo dimostra il fatto che il suo inizio in forma embrionalmente organizzata e co­munque con proteste e rivolte non sporadiche, si situa nel 1969. Se le prime proteste, con rivolte spontanee, riguardavano essenzialmente problemi e esi­genze primarie, come il troppo caldo d’esta­te, il cibo cattivo ecc.; ad ogni nuova som­mossa nelle carceri si sono andati confi­gurando obiettivi politici generali e un di­scorso politico di più ampio respiro. Il momivento delle carceri ha seguito insomma l’evoluzione del movimento di classe, con i ritardi e le deformazioni ovvie in una si­tuazione di massimo isolamento, controllo e repressione, in cui l’organizzazione è co­sa estremamente difficile. Questo, se pur favorito dal passaggio delle carceri di molti militanti della sinistra ri­voluzionaria, non può essere semplicemen­te attribuito a ciò, ma alle contraddizioni di classe che coinvolgono sempre maggiori strati di proletariato, in forma di coscienza di lotta, in forma di coscienza comunista. Nel luglio 1972 i detenuti di Regina Coeli, danno esplicitamente volto di classe alla loro rivolta, esponendo un lenzuolo con la famosa scritta: « Quelli che faranno giu­stizia saranno gli operai, con noi forse l’avrete vinta, con loro no! L’unica vera vittoria ci può venire dalla classe operaia, dalla sua liberazione ». Nel 1973-74 il movimento delle carceri si è esteso, coinvolgendo numerosissime case di pena: Forti, Perugia, S. Gimignano, Rebib­bia, Peserò, Genova, Torino, Cagliari, Asti, Napoli, Milano, Novara, Siracusa, Nuovo, Spoleto, Firenze, Prosinone, Palermo, L’Aquila, e ancora molti altri. Gli obiettivi sono nel­la generalità dei casi: l’abolizione della car­cerazione preventiva, l’abolizione della « re­cidiva », l’abolizione del concetto di « pericolosità sociale », riforma del regolamento carcerario, abolizione delle leggi del codice fascista, miglioramenti nel trattamento car­cerario, rapporti eterosessuali. Non deve ingannare l’aspetto, come dire… « riformista » di queste richieste. Nulla è più lontano di una mentalità riformista del contenuto di queste lotte, condotte da chi direttamente ha scelto lo scontro con lo Stato e le sue leggi, sia pure spesso in­dividualmente. In realtà le condizioni be­stiali in cui sono tenuti i carcerati, la pre­senza di una regolamentazione fascista, ben articolata con l’ordine civile borghese, sono motivi sufficienti per capire l’urgenza di una riforma del codice carcerario e l’abolizione di alcuni istituti fascisti. D’altra parte, men­tre la consapevolezza che la lotta nelle car­ceri è lotta antiistituzionale viene pagata dai rivoltosi con i duri pestaggi da parte delle guardie carcerarie, delle pesanti condanne (fino a 6 anni), e degli assassinii perpe­trati dai poliziotti, il riformismo mostra la sua vera faccia di gendarme di ogni spinta rivoluzionaria e viene approvato, col beneplacito del P.C.I, e sotto un ministro socia­lista, il raddoppio della carcerazione preven­tiva. Zagari l’ha chiamata « un’anticipazione delle riforme ». E’ in questo clima che ma­tura in molti compagni delle carceri, la con­sapevolezza della necessità di costruire or­ganizzazione capace di scontrarsi con i livelli di repressione armati dello stato, or­ganizzazione dentro e fuori le carceri. Que­sta consapevolezza segue a un livello di crisi in cui tutte le contraddizioni si sono fatte più violente, in cui lo scontro tra classe e stato, si sta spostando su livelli più alti. E’ da questo punto di vista che noi dobbiamo vedere e criticare gli epi­sodi legati all’esperienza dei NAP: gli atti dimostrativi con altoparlante ed esplosivo davanti alle carceri e la rapina a Firenze, in cui due compagni sono stati deliberata­mente assassinati dalla polizia. Noi pensiamo che questi compagni (e che siano compagni comunisti, non ci piove, Giuseppe Romeo era ben conosciuto nel quartiere Forcella di Napoli, e Luca Mantini era un compagno noto in tutto il movimento a Firenze), siano partiti da un giusto punto di vista: che lo scontro nelle carceri è scontro antiistituzionale e che è necessario costruire livelli di organizzazione armata contro lo Stato armato del Capitale. Dove sta il loro errore, e la critica è ri­volta per la crescita del movimento, non certo per coprirsi le spalle da un passato un po’ troppo « rivoluzionario », come è caso di Lotta Continua; è la valutazione dei livelli dati di movimento e dell’obiettivo. Il movimento sta crescendo, è vero, a li­vello dì massa e di avanguardia, verso una situazione di diffusione e innalzamento del­lo scontro, ma oggi non permette di gestire ancora ogni azione armata come terreno privilegiato di lotta politica e di unificazione. Così l’azione propagandistica dei NAP, se ha trovato del consenso all’interno dele carceri, si è certo scontrata con l’isola­mento all’esterno.

Analogamente noi non ci scandalizziamo e strappiamo i capelli perché alcuni compa­gni tentano un esproprio: è questa una for­ma di finanziamento che le organizzazioni clandestine comuniste hanno praticato fin dal partito bolscevico. Ma non possiamo pen­sare che l’esproprio sia elemento centrale di un programma politico e obiettivo di lotta anticapitalistica. Certo i compagni han­no pagato troppo caro questo errore e noi non dimenticheremo certo chi sono gli as­sassini.

Ma noi oggi pensiamo che il movimento dei carcerati abbia una vastità di prospet­tive assai più ampia di quella indicata. Il terreno di insubordinazione sociale dì mas­sa che si sta sviluppando in Italia è fer­tile di possibilità organizzative. Dentro ad esso, come sua componente, di un movi­mento operaio che si è socializzato, il mo­vimento delle carceri può assumere una sua configurazione specifica e i compagni che escono dalle carceri possono farsene interpreti e collegarlo a tutte le altre istan­ze di massa che emergono. Già esempi di lotte nelle carceri che sono immediatamente congiungibili alle lotte operaie, perché del­lo stesso segno, sono quelle contro il la­voro sottopagato nelle carceri. Esempi di scioperi vi sono stati a Spoleto, Alessandria, Orvieto, S. Vittore. Scioperi contro un la­voro pagato 500 lire al giorno, fino a un massimo di 20.000 al mese, e che spesso va a sostenere la produzione di fabbriche, che da ciò traggono un’arma di ricatto ver­so i propri operai. Ad Alessandria per esem­pio i carcerati lavorano per la Girardengo e a S. Vittore per l’AGFA, LUX e TICINO. A questo terreno da oggettiva, unità con le lotte per il salario della classe operaia vano saldati tutti i contenuti politici emersi nelle lotte di cinque anni nelle carceri. Co­me scrivono i compagni del Collettivo car­ceri di Firenze « Ai compagni detenuti non mancano la volontà e la capacità autonoma di lotta e di organizzazione; ma allo stato attuale è assolutamente necessario il col­legamento concreto con le avanguardie de­gli operai, dei disoccupati, dei proletari dei quartieri che ugualmente subiscono nel pro­prio processo di vita e di organizzazione la violenza dello Stato e la coercizione del si­stema ».

L’estendersi delle lotte di autoriduzione ap­propriazione, insubordinazione di ogni tipo, la possibilità di aggregarle intorno a forme stabili di organizzazione e, a partire dal movimento, di innalzare e generalizzare le forme di lotta, sono una proposta pratica per dare continuità all’intervento politico di tutti i compagni e terreno di collega­mento concreto.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», dicembre 1974, n. 13

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Territorio: nuova dimensione dell’autonomia operaia

Marghera

Territorio: nuova dimensione dell’autonomia operaia

 

Agosto ’74: si completa il quadro dell’iniziativa capitalista sul terreno della crisi.

La «liberalizzazione» del blocco dei prezzi scatena la corsa all’esproprio del salario operaio e spiana la strada ai grossi calibri delle tariffe pubbliche, della grande distribuzione, dei servizi di trasporto. Gli organi dello Stato si fanno carico, ancora una volta, dei tempi e dei modi di esecuzione della manovra inflazionistica.

Il ricorso massiccio alla cassa integrazione in fabbrica è accompagnato dall’attacco dei livelli occupazionali nel settore manifatturiero, a partire dai settori più deboli della struttura operaia: edile, tessile elettromeccanico e chimico della fabbrica diffusa.

Questo processo di espropriazione della composizione politica di classe mira a colpire, attraverso una serie di operazioni di alleggerimento (Lancia, Autobianchi, ecc…), il cuore della struttura di classe: l’operaio metalmeccanico del ciclo dell’auto.

La ristrutturazione delle forze produttive in fabbrica arriva a coinvolgere l’intera struttura del mercato della forza-lavoro: c’è il bisogno di spaccare in due strati sociali antagonisti la struttura del salario operaio. Da una parte il reddito garantito di chi rimane in fabbrica, dall’altra il reddito precario dei sottoccupati, dei lavoratori a domicilio, dei proletari sempre in cerca di nuovo lavoro, dei disoccupati cronici.

È la fine dell’esercito salariale di riserva. Ancora una volta il centro-sud diventa il banco di prova di questa sperimentazione antioperaia.

Settembre ‘74: il quadro dell’ingovernabilità proletaria si arricchisce di nuove figure politiche e di nuove torme di lotta.

Napoli, Caserta e Roma: il filo rosso dell’insubordinazione proletaria unisce disoccupati che assediano il comune con gli operai posti in cassa integrazione che occupano le stazioni ferroviarie, con le donne proletarie che organizzano la distribuzione gratuita del latte nei quartieri, con i proletari che praticano l’autoriduzione dei fitti e delle tariffe nei quartieri e nelle borgate.

Da Forcelle a S. Basilio l’insubordinazione proletaria si qualifica come iniziativa politica per il comunismo: il terreno di lotta per l’appropriazione come terreno strategico di attacco alla crisi.

La provocazione di Stato scatta a S. Basilio: al reddito «garantito» la riforma della casa, ai «poveri» la disperazione e l’insubordinazione inconsulta. Ma è proprio l’iniziativa militare e politica dei proletari di S. Basilio a capovolgere i termini della provocazione: ai proletari il rifiuto dei costi della crisi, al capitale il «compromesso storico».

Dai punti più deboli della struttura di classe ai punti di forza: Torino, Milano allargano il fronte della pressione operaia sul terreno dell’appropriazione. Sindacato e Partito formulano parole di scongiuro: «disobbedienza civile» e «nuova trattativa sugli aumenti delle tariffe pubbliche» con il governo, ma nel frattempo si allarga la forbice che li chiude da un lato dentro la prospettiva di un nuovo sindacato giallo, dall’altro un nuovo livello dell’autonomia operaia.

Ottobre ’74 – Al Petrolchimico di Porto Marghera si forma un «comitato per l’autoriduzione» delle bollette dell’ENEL, che si fa carico di collegare la propria iniziativa con quella analoga sul territorio che in alcune situazioni operaie di quartiere sta nascendo attorno agli organismi autonomi nati dagli «scioperi della spesa» di fine luglio.

Alla luce di questi fatti il territorio va visto non solo come «area di ricomposizione» dell’autonomia operaia ma come un nodo centrale dello scontro di classe in atto.

È infatti sul territorio che riformismo operaio e socialdemocrazia del lavoro mirano ad una sconfitta del movimento operaio, attraverso una sistematica distruzione delle condizioni materiali di resistenza e controffensiva proletaria. Mentre il Sindacato contrappone in fabbrica la nuova professionalità del lavoro al rifiuto del lavoro, il Partito deve costruire i suoi «Soviet» nel territorio: sviluppo di cooperative di consumo «autogestite» dai lavoratori nel settore della grande distribuzione, consigli e comitati di quartiere e di zona come organi della «nuova svolta democratica».

Tra un ricatto di «golpe» ed una crisi di governo si rafforza la «socialdemocrazia di stato» usata contro le concentrazioni operaie delle metropoli: distruzione della struttura di classe cresciuta dentro il ciclo dell’auto, smobilitazione delle concentrazioni operaie del ciclo chimico e dislocazione degli impianti nelle regioni «rosse».

È questa una tendenza internazionale del capitale.

È la tendenza del nuovo modello di sviluppo, che vede la gestione della crisi passare attraverso un rovesciamento dei rapporti di forza che l’hanno generata: la «crisi energetica» e l’inflazione vengono giocati sia contro i movimenti di resistenza armata della «periferia» imperialista sia contro il rifiuto del lavoro degli operai metropolitani; l’attacco frontale contro la forza-lavoro in quanto produttrice di valore viene condotta in termini di svalorizzazione del fattore lavoro all’interno del processo produttivo, non solo con una radicale modificazione della sua composizione organica (diminuzione del fattore lavoro nei settori strategici) ma con una svalorizzazione del lavoro come salario reale, come forza produttiva.

Con questa operazione politica di scorporo della composizione di classe il capitale tende di contrapporre il territorio i comportamenti politici dei proletari «emarginati» dal processo produttivo ed inseriti in un mercato di lavoro precario con quelli della classe operaia della nuova professionalità di fabbrica.

In questo quadro generale si saldano i due termini della «collaborazione» di classe; il capitale ricorre al movimento operaio riformista per ricostruire l’assetto istituzionale entro cui la produzione di merci ritrovi la proprietà di forma generale dei rapporti sociali.

Ma è anche sul territorio che l’autonomia operaia sta sperimentando, all’interno di un comportamento che si va massificando attorno ad alcune figure sociali di classe, la sua capacità di direzione politica e organizzativa sull’intera rete sociale del contrattacco proletario.

 

Assemblea Autonoma di Porto Marghera

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 11 – ottobre 1974

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La pace sociale non passa a Mirafiori, alla Stura, alla Materferro

La pace sociale non passa a Mirafiori, alla Stura, alla Materferro

 

I fatti che hanno caratterizzato le ultime lotte a Mirafiori, alla Stura, alla Materferro si commentano da soli. Ciò che è importante è che questa esplosione di violenza di massa a Mirafiori e di iniziativa operaia nelle altre situazioni non sono la semplice esplosione di rabbia operaia a cui, se vogliamo, si è abituati a Mirafiori. Sono la risultante di mesi di lotte interne di gruppi operai su categorie, ambiente, contro la mobilità (ricordiamo ultime le lotte degli autotrasportatori e dei carrellisti) ecc., di mesi di critica da parte operaia contro il sindacato e contro il Pci. Dietro questi fatti ci sta l’ampliarsi tra strati sempre più numerosi di operai, di comportamenti ”illegali” di rifiuto del lavoro, dell’aumento dello sfruttamento; comportamenti che spesso si sono espressi e si esprimono ancora a livello individuale e che negli ultimi cortei hanno trovato la forza di esprimersi collettivamente, rompendo, anche se solo parzialmente, il controllo della ”nuova polizia” di fabbrica. Ma se da un lato abbiamo avuto la dimensione di cosa significa lo sprigionarsi dell’iniziativa operaia, del fatto che la fabbrica diventi terreno dell’azione autonoma operaia, e abbiamo avuto la dimensione di come l’azione di ”criminalizzare la lotta operaia in fabbrica” diventa sempre più un problema centrale per le multinazionali (nell’ultima settimana la Fiat ha licenziato per rappresaglia 4 operai alla Materferro; a 18 operai è giunta ingiunzione giudiziaria per il blocco delle merci a Lingotto; per i fatti di Mirafiori la Fiat ha fatto esposto alla Magistratura, mentre per colpire l’assenteismo organizzato alla Materferro ha fatto esposto alla Procura e all’Ordine dei medici) ci rendiamo anche conto che occorre oggi ricostruire in fabbrica una rete operaia organizzata che sappia dare sviluppo e sappia far crescere la lotta. Infatti la capacità di divisione e di quello che gli operai definiscono pompieraggio da parte del Pci, del Cdf e della lega, si basa sul fatto che in questo momento non esiste a Mirafiori un reale livello di organizzazione autonoma operaia in grado di essere riferimento chiaro di massa.

Non basta verificare la possibilità data di costruzione di un progetto e dell’area di autonomia operaia in fabbrica, oggi, occorre riuscire a misurarsi col fatto che la forza operaia che si è espressa sollecita e richiede la capacità di costruzione reale di programma e di organizzazione. La componente operaia che ha avuto un ruolo di punta nelle assemblee contestando, se pur contraddittoriamente, i contenuti della piattaforma sindacale e la conduzione stessa delle lotte non riesce di fatto a sconfiggere di per sé l’azione organizzata della ”nuova polizia” di fabbrica. Su di essa ed in generale sugli operai operano infatti non solo picisti e sindacalisti ma gli stessi opportunisti di Ao e Pdup tentando costantemente di deviare e dividere la crescita dell’iniziativa operaia. È  stata la critica portata avanti in questi mesi sul fatto che la non partecipazione agli scioperi sindacali era espressione di qualunquismo, è l’attacco alla ”violenza” come espressione estranea al movimento operaio e tutto il ciarpame del genere, è lo spauracchio dell’autonomia operaia e di ogni comportamento anticapitalistico come contrario agli interessi generali di classe. E tutto ciò ha in strati minoritari di operai, che dalla ristrutturazione ricavano privilegi in soldi e in posti occupati nell’organizzazione del lavoro un veicolo materiale in fabbrica che si oppone di fatto all’esprimersi dell’iniziativa operaia autonoma. Occorre quindi la capacità di porsi in dialettica e di fare agire di fatto la dialettica tra l’eesprimersi della forza operaia e la capacità di saper costruire i livelli di organizzazione e di sviluppo dell’azione di massa. In questo paghiamo in parte il fatto che nella giusta attenzione posta a Torino per comprendere il problema del decentramento, della fabbrica diffusa, della lotta degli altri strati proletari abbiamo però abbandonato in parte l’azione e l’intervento diretto nella grande fabbrica. Di fatto abbiamo dato spazio alle stupide illazioni sul fatto che la fabbrica stava diventando un terreno dell’iniziativa picista e del collaborazionismo sindacale, cadendo nel gioco di contrapporre gli operai industriali ai cosiddetti strati ”emergenti”. Mentre è ovvio il legame e la dialettica tra grande fabbrica e sociale, e non si tratta di serrare in termini unilaterali verso la grande fabbrica come intervento unico e al di sopra di tutto, ma si tratta di ricomprendere come essa debba divenire terreno dell’iniziativa operaia. Il problema che nei prossimi mesi abbiamo di fronte è quello di una ripresa conseguente del lavoro di

critica e di controinformazione in fabbrica, di battaglia politica aperta contro il programma di Agnelli in connessione con gli enti regionali e comunali, di politica e di battaglia contro le proposte collaborazioniste dei sindacati e Cdf, e la capacità di saper essere all’interno della lotta operaia referente e strumento per la costruzione e lo sviluppo reale di contropotere, di attacco al comando multinazionale, perché si riesca realmente a determinare nella fabbrica un corretto rapporto tra sviluppo e crescita della lotta di massa, della violenza di massa, come arma, per l’affermazione dei propri bisogni contro la ristrutturazione multinazionale e crescita di nuovi livelli di organizzazione autonoma e di iniziativa militante. La ripresa stessa dell’inchiesta operaia per conoscere il complesso processo di riorganizzazione e di ristratificazione operaia dentro la grande fabbrica, il rapporto tra Mirafiori e il processo di decentramento, di organizzazione del lavoro nero e precario diviene elemento necessario per l’individuazione dei nodi che l’iniziativa operaia deve colpire e scardinare. Non è l’unilateralizzazione delle azioni di attacco al comando e l’esemplarità di azioni che vanno a colpire la produzione che, in sé, risolvono il problema della crescita della lotta e dell’attacco al sistema di produzione capitalistico, né lo risolve oggi la capacità di fare i messaggi registrati davanti alle portinerie di Mirafiori, bensì l’impegno di saper mantenere e costruire un corretto rapporto tra avanguardie militanti e movimenti di massa, di saper operare perché la fabbrica diventi terreno di un’iniziativa operaia capace di sconfiggere a tutti i livelli l’attacco delle multinazionali, i progetti del Pci e degli opportunisti.

 

Cronache di lotta alla Fiat

 

Venerdì 10 giugno.

A Mirafiori i cortei spazzano le officine. Mentre gli operai delle Presse percorrono lo stabilimento, dalle Meccaniche in C.so Settembrini e cacciano fuori capi e impiegati dalla Palazzina degli uffici alla porta 19, un corteo di 2.000 operai dalle Meccaniche percorre i reparti delle Carrozzerie. Per i capi rintanati nei vari uffici sono dolori, non mancano per loro cazzotti e calci in culo, mentre vetri, scaffali, documenti saltano per aria. Anche le scocche non vengono risparmiate mentre il corteo si dirige con decisione alla Palazzina centrale alla porta 5 e le sue file si ingrossano congiungendosi al corteo degli operai della Carrozzeria. I delegati e gli operatori della lega Fiom hanno la faccia segnata dalla preoccupazione, corrono su e giù indaffarati tentando di ricondurre sotto il loro controllo il corteo, ma vengono ricacciati al grido di ”basta coi pompieri”. Si arriva al cancello che dal vialetto interno porta alla Palazzina; il fatto che sia chiuso non costituisce un problema: è il primo ostacolo che la rabbia operaia fa saltare. L’ingresso centrale della Palazzina è chiuso con la cancellata, la testa del corteo afferra le sbarre e comincia a far leva per scardinarla, bastano pochi minuti e anche questo ostacolo viene rimosso mentre con martelli e spranghe di ferro viene distrutta la prima vetrata. Un grido unanime di vittoria e di rabbia; siamo dentro la palazzina, tutto quello che è distruttibile vien fatto a pezzi. Dietro le colonne del primo piano capi e guardiani osservano spaventati il corteo, martelli e bastoni vengono lanciati contro di loro. Per questa volta si salvano, a malincuore ci rendiamo conto di non avere gli strumenti adatti per scardinare le porte blindate interne che isolano il pianoterra dagli uffici. Di questo ne approfittano i delegati che tentano di fare un’assemblea, ma gli operai scazzati li mandano a fare in culo e rientriamo nelle varie officine. Mentre si defluisce nei vari gruppi di operai si ragiona sul fatto che la prossima volta bisogna procurarsi dei piccoli palanchini per forzare le porte blindate; se riuscivamo a scardinare le porte i delegati non sarebbero riusciti a fare la loro azione di pompieraggio e il corteo avrebbe spazzato gli uffici centrali. Le facce di quelli del Cdf sono nere dalla rabbia, era da un pezzo che non si avevano cortei del genere e hanno avuto un’idea per un momento di cosa può succedere se si libera l’iniziativa operaia. La Fiat reagisce con un comunicato stampa in cui denuncia ”gli atti di violenza fatti da 300 operai staccatisi dal corteo”; come sempre cerca di imputare la responsabilità a minoranze operaie e rimprovera all’Flm di ”non denunciare ed isolare queste frange estremiste”, e dall’altra parte fa un esposto alla Magistratura. La «Gazzetta del Popolo» esce con un articolo in prima pagina sullo scoppio di violenza a Mirafiori che avrebbe fatto 10 milioni di danni. Tra gli operai il ”morale” è alto!!!

 

Lunedì 13 giugno.

È il primo turno che decide di scendere in sciopero, iniziano alle Meccaniche quelli della Sala-prova, poi si blocca la Finizione e i Basamenti, alla fine bloccano le cinque linee di montaggio. I compagni chiamano ai cancelli i quattro operai licenziati per rappresaglia alla Materferro. Praticamente dalle 8.00 tutto il primo turno è in sciopero. Il sindacato cerca di riprendere il controllo, ma nell’assemblea è costretto a incassare le critiche degli operai sia sul contenuto della piattaforma sia sul modo in cui è stata con dotta la lotta. All’ingresso del secondo turno il picchetto davanti ai cancelli comunica le decisioni prese alla mattina e chiama gli operai a continuare lo sciopero. Ci sono anche i licenziati della Materferro. Immediatamente i delegati si precipitano in officina per convincere gli operai a non scioperare. Ma come conseguenza del blocco al primo turno per la prima ora la Sala-prova viene messa in libertà, mentre le linee rimangono ferme mezz’ora. La decisione è di sciopero. Il Cdf convoca l’assemblea solo per gli operai della Sala-prova e dà sfoggio dell’arte acquisita per dividere gli operai, come sempre tenta di mettere casino tra Sala-prova e linee di montaggio ma questa volta gli va male; non si riattacca e alle 17.00 anche le linee sono ferme. Nuova assemblea nell’atrio della porta 18. Questa volta il Cdf propone di fare due ore di sciopero, è il casino: urla e proteste contro i pompieri mentre alcuni operai iniziano a scandire ”Materferro, Materferro” ”facciamo assemblee con i licenziati”. L’iniziativa è nostra, si telefona alla Materferro, e mentre i sindacalisti cercano di gestire in qualche modo l’assemblea riusciamo a far venire i licenziati davanti al cancello. Viene fatto un piccolo corteo per farli entrare, riusciamo così a fare l’assemblea con i licenziati. Anche oggi i pompieri registrano la sconfitta.

 

Martedì 14 giugno

Manifestazione a corso Marconi davanti agli uffici centrali Fiat, la partecipazione non è molto elevata ma combattiva e alla fine del comizio gli operai della Materferro insieme agli operai di Mirafiori si dirigono in corteo da corso Marconi alle Carrozzerie e al grido di ”gli operai licenziati in fabbrica con noi” portano i licenziati dentro Mirafiori. Nel pomeriggio si sono riformati invece cortei interni, ancora una volta l’iniziativa operaia ha avuto il sopravvento, anche se solo parziale, rispetto al Cdf. Dalle Meccaniche il corteo è uscito dirigendosi verso la porta 10 delle Carrozzerie, lo staff degli operatori della lega Fiom cerca di trattenerli dicendo che è programmato il concentramento dei cortei dalle Meccaniche, Presse e Carrozzeria per andare alla Materferro, ma questa manovra non è servita a fermarci. Dopo mezz’ora la testa del corteo è alle Presse con cancello della porta 10 chiuso dai guardioni con le catene e alle proteste dei sindacalisti la risposta operaia è: ”quelli delle Carrozzerie li andiamo ad incontrare noi”. Sfondato il cancello il corteo ha potuto continuare la sua marcia ed incontrarsi con le Carrozzerie. Mentre il corteo si ingrossava deciso a dirigersi alla Materferro, questa volta ci si sono messi i delegati delle Carrozzerie a fare i pompieri con la pretesa di fare assemblea per decidere come proseguire lo sciopero nei giorni successivi. In questo modo, con l’apparente contraddittorietà tra le proposte della lega Fiom di andare alla Materferro e quelle del Cdf della Carrozzeria di fare assemblea si è avuta nella realtà la dimensione della paura dei sindacati di vedersi sfuggire ancora una volta il controllo. Il risultato per loro è stato abbastanza controproducente, si è infatti avuta la conferma della non volontà politica dei sindacalisti di favorire nella lotta l’unità degli operai contro la stessa repressione Fiat. La decisione è di riprendere il corteo all’interno di Mirafiori.

Ci siamo diretti attraverso le Meccaniche agli stabilimenti delle Presse. Questa volta eravamo circa 5.000 a spazzare le officine. Il bilancio alla fine è stato di 4 capi mandati al Cto (Traumatologico), la completa distruzione della sede Cisnal e del Sida e un vetro della sede Flm.

Pare che alla lega Fiom sia giunta una protesta per la piega poco democratica delle lotte!

Dopo questi episodi il Cdf e il sindacato si sono mobilitati per far passare come radicalizzazione dello scontro un’ora al giorno di sciopero articolato, cercando così di evitare che si ripropagassero i cortei dei giorni scorsi. Ma tra gli operai è sempre più opinione di massa che la strada da intraprendere per colpire la Fiat è quella della lotta violenta.

Nell’ultima settimana, mentre alla Fiat-Stura è in piedi il blocco totale dei cancelli, a Mirafiori il sindacato è riuscito a far rientrare almeno in parte la lotta, ma è una calma tutta apparente.

La stessa partecipazione allo sciopero e alla manifestazione con Trentin su occupazione e investimenti è abbastanza disertata dagli operai. Ma allo sciopero di due ore di giovedì 23, la decisione operaia riprende terreno, questa volta il corteo alle Meccaniche si dirige nella palazzina alla porta 19, spazzando letteralmente tutti i piani, sbattendo fuori capi ed impiegati e facendo saltare scrivanie, scaffali e documenti.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno V – n. 19-20 – giugno 1977

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Rompiamo il ghetto del quartiere

Rompiamo il ghetto del quartiere

 

Questa proposta di lavoro nasce da due fondamentali esigenze: la costruzione, sulla base di un’analisi della nuo­va composizione di classe e dell’impatto che su questa hanno i meccanismi della crisi, di un pro­gramma di lavoro territoriale per la situazione metropolitana.

La diffusione e la stabilizza­zione dell’organizzazione autono­ma, nella costruzione di struttu­re territoriali di contropotere proletario.

Ben difficilmente nelle metro­poli il territorio si manifesta come quartiere operaio, omogeneo per composizione sociale e diret­tamente riconducibile all’espe­rienza di lotta delle fabbriche.

Nel quartiere, nella zona si in­crociano invece i meccanismi del­la disgregazione sociale e dell’allargamento di estrazione del plus­valore determinando un’ampia articolazione di figure sociali di­verse.

Gli operai della grande e me­dia fabbrica, portatori delle te­matiche del rifiuto del lavoro sa­lariato o e dell’egualitarismo e in­terpreti della lotta contro la ristrutturazione sono garanti della continuità di un ciclo di grandi lotte; sotto il peso dell’attacco alla loro omogeneità in fabbrica non si presentano però come fi­gura politica compatta capace di dirigere il salto di qualità della lotta nella crisi.

Gli operai delle piccole fab­briche, strato che più direttamen­te vede minacciato il salario, oscillano tra un disperato tenta­tivo di difesa del proprio posto di lavoro e una circolazione di lotta contro la cassa integrazione o i licenziamenti, ma anche con­tro l’aumento dello sfruttamen­to, contro gli straordinari, che è un importante terreno di coor­dinamento di forme di lotta e di obiettivi.

Ma attraverso queste stratificazioni produttive si sono sviluppati orizzontalmente nuovi aggre­gati sociali, con rivendicazioni a volte del tutto originali.

Innanzitutto le donne che si unificano direttamente rispetto alla specificità della loro repres­sione all’interno della generale regressività del sistema capitali­stico.

Non è più solo la richiesta del salario per la propria «indipen­denza» e «l’uguaglianza» con gli uomini, ma è l’imposizione di se stesse come soggetto sociale, omogeneo per i bisogni, che si fa soggetto politico in lotta per una liberazione che è sovvertimento dell’ordine sociale presente.

Poi il proletariato giovanile: i giovani diplomati, operai, disoc­cupati, studenti si presentano sulla scena come portatori di esigenze conseguenti, ma qualitati­vamente nuove rispetto a quelle emerse dalle lotte, dell’operaio-­massa.

È questo strato quello su cui la crisi ha inciso più crudelmen­te, ma è anche lo strato creato dalla crisi: dalla sua disgregazio­ne attuale sorgono possibilità di aggregazione che sono subito­ totalizzanti nelle richieste e porta­trici di richieste di potere.

IL  VOGLIAMO TUTTO del­la Fiat si trasforma in questi momenti nel PRENDIAMO TUTTO.

Non ci interessa descrivere la deficienza dei movimenti nomi­nati: conosciamo la tendenza di parte del movimento femminista a sostituire l’eversività rivoluzio­naria dei bisogni in battaglie ra­dicali per i diritti civili o peggio a trasformare il programma di li­berazione con uno di integrazione riformista.

Abbiamo visto anche la ribel­lione giovanile incanalata in fin­zioni ideologiche e controcultu­rali o sfociante in ribellismo anar­chicheggiante.

Ci preme invece partire dalla definizione della composizione sociale e politica nel territorio per articolare il programma su cui aggregare e riunificare i vari strati di classe.

Per questo riconosciamo alla crisi la sua terribile dote di riu­nificare i bisogni attaccando alla radice le condizioni di vita e su questo terreno intendiamo crea­re le nostre scadenze. La ricchez­za di obiettivi e di esigenze espres­se dagli strati emergenti non è immediatamente riconducibile a un programma unico di lotta: ar­ticoliamo intelligentemente il no­stro lavoro politico, ma definia­mo subito su quale terreno pri­vilegiato possiamo costruire orga­nizzazione e momenti di attacco contro il comando del capitale.

 

1. Il terreno salariale

I meccanismi inflazionistici della crisi e la dilatazione della disoccupazione ripropongono in prima linea gli obbiettivi salariali. Sul territorio il recupero del salario si sviluppa forzatamente in forme di riappropriazione. Il problema è come dare a questa carattere di imposizione continua dei bisogni proletari contro il ca­rovita e l’inflazione e farla uscire sia dalla semplice episodicità dell’esproprio per bande, sia dalla palude contrattualistica dell’autoriduzione.             

Il problema del salario si arti­cola a nostro parere su due fronti: il fronte del carovita, dei prezzi e il terreno della garanzia del reddito, dell’assistenza sociale. .

Sul primo versante ci sembra importante proporre forme di lotta che già si sono affermate in altre parti, come l’imposizione di prezzi politici attraverso pic­chetti, appropriazioni, rappresa­glie contro la grande distribuzio­ne.

È da riprendere, oggi che il terreno contrattualistico praticato dai gruppi si sta bruciando, la pratica dell’autoriduzione delle bollette, estendendone la realizza­zione con forme di lotta militan­ti.

Va esteso, e strappato dal mer­canteggiamento con la Giunta Rosa in cui lo ha precipitato Democrazia proletaria, il movimen­to di occupazione degli alloggi, gestendolo come appropriazione.

Infine, come nuova pratica di potere proletario, va organizzata la tassazione degli abbienti del quartiere. Bisogna farne una for­ma di controllo pubblico, con la indicazione delle persone da tassare, l’imposizione della tassa a favore dei senza reddito del quar­tiere, il suo ottenimento ad ogni modo.

Sul secondo terreno va aperta, appena il movimento sarà più esteso una vertenza con la regio­ne Lombardia per costringerla a fornire assistenza sociale e garan­zia di reddito a tutti i senza red­dito.

 

2. La militarizzazione del territorio  

Liberiamo i quartieri dagli sgherri armati. Oggi sempre più il controllo politico sulla metro­poli passa attraverso la militariz­zazione del territorio con polizia, carabinieri, vigili trasformati in vigilantes, vigilantes privati; con la criminalizzazione e la conse­guente repressione poliziesca del­le lotte proletarie.

Contro ciò è necessario artico­lare il programma di organizzazione militante delle nostre lotte con la decisione di difendere nel quartiere ogni compagno preso o caduto, per qualsiasi motivo, come militante comunista in lotta per il potere, e con la capacità di opporre a repressione rappresa­glia.

 

3. Le organizzazioni politiche

che nella metropoli si presentano come articolazioni dirette della delazione, dell’attacco antiope­raio della repressione, non devo­no avere sedi nei nostri quartieri.

 

4. La droga pesante

Gli spacciatori vanno elimina­ti. La droga pesante è diventata uno strumento di disintegrazione contro i giovani proletari; biso­gna difendersene come dai mitra della polizia e con gli stessi me­todi. Sedi di spaccio e spacciato­ri devono essere spazzati via.

 

5. Forme comunitarie di vita

La tensione a forme associati­ve di vita, alla festa come estrinsecazione della voglia di vivere e di trasformare i rapporti in volon­tà di riappropriarsi del proprio corpo e di tutte le sue possibilità di realizzazione, sono parte fon­damentale delle esigenze espres­se dal proletariato giovanile.

È importante fornire strumen­ti e spazi adeguati: occupare cen­tri del proletariato giovanile, do­ve sia possibile abitare, fare riu­nioni, fare feste.

Questi centri, nella nuova co­scienza della necessità di lottare per gli obiettivi prescelti e di co­struire contropotere adeguato a conquistarli e mantenerli, posso­no diventare basi di partenza per le iniziative di lotta, per l’orga­nizzazione proletaria nel quartie­re, per la controinformazione sui meccanismi di repressione.

Arriviamo dunque a parlare delle forme organizzative adegua­te.

Noi riteniamo che per sostene­re l’impatto della crisi, per non soccombere alla repressione, per uscire dall’esemplarità sia neces­sario come sedi e forme stabili dell’organizzazione autonoma in grado di gestire oggi il program­ma esposto. Per questo se il coor­dinamento territoriale da costrui­re deve essere una struttura pro­mozionale, attenzione massima deve essere posta sulla stabilizza­zione decentrata delle strutture dell’autonomia. Bisogna tornare alla periferia, aggredire soggetti­vamente sul terreno materiale gli strati di classe emergenti, orga­nizzarli e tornare a prendersi il centro della metropoli, massima rappresentazione del comando e del controllo capitalistico sulla città.

Il territorio metropolitano è da ripercorrere rompendo la ghettizzazione del quartiere.

Nelle zone dove siamo già pre­senti dobbiamo articolare il no­stro intervento per coinvolgere gli strati sociali che ci interessano direttamente, creare delle strutture di discussione, organizzazione, aggregazione e lotta co­me i collettivi e i comitati terri­toriali. Ma all”’interno” di questi occorre costruire nuclei di mili­tanti rivoluzionari in grado di so­stenere il peso dell’intervento po­litico-militante e di centralizzarsi sulle strutture metropolitane. Il lavoro dei collettivi può essere articolato in commissioni sui te­mi principali emersi: caro vita, salario, forme comunitarie e ge­stione dei centri-controinforma­zione militante.

All’interno delle zone vanno rinnovati gli strumenti di inter­vento: importante ci sembra al­largare il concetto di ronda ope­raia che finora è stato legato al centro crumiraggio e alla circola­zione delle lotte per le piccole fabbriche. La ronda deve diven­tare uno strumento permanente di esplicitazione del potere delle masse. Dal picchettaggio ai su­permercati, alle appropriazioni, dalla propaganda alla informazione pubblica, all’individuazione e tassazione dei proprietari alla di­fesa delle autoriduzioni, al pic­chettaggio e alla pulizia delle fab­briche, dobbiamo costruire una continuità attraverso la ronda, momento soggettivo di aggrega­zione e di lotta.

IL COORDINAMENTO METROPOLITANO PUÒ RAPPRESENTARE UNA STRUT­TURA APERTA IN CUI RAC­COGLIERE LE ISTANZE GIÀ ORGANIZZATE E DA CUI PROMUOVERE NUOVE REALTÀ. Per questo ci pare particolarmente importante che sfugga alla logica degli intergruppi e diventi effettivo strumento di lavoro. Nell’immediato quindi proponiamo di costituirlo con le forze che sono d’accordo in li­nea di massima con il program­ma esposto, salvo ulteriori arricchimenti e che si impegnino a co­struire nelle situazioni in cui so­no presenti, centri del proleta­riato giovanile e collettivi terri­toriali.

 

da «Rosso Giornale dentro il movimento» – anno III – n. 8 nuova serie – 24 aprile 197

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La riforma universitaria

La riforma universitaria

 

 

 

La « riforma » per l’Università approvata dal Consi­glio dei Ministri il 9 marzo ’73, è formata da una tren­tina di articoli, alcuni dei quali rappresentano « prov­vedimenti urgenti » e come tali avranno la precedenza nella discussione alle Camere. Riportiamo qui molto sinteticamente i punti principali, segnalando con aste­risco i provvedimenti urgenti:

 

Atenei:

 

formazione  di  nuove  sedi  universitarie  localizzate
soprattutto nelle regioni sfornite;

 

sdoppiamento delle università con più di 40.000 iscrìt­ti; (*)

formazione degli organi preposti in una rìgida di­pendenza verticistica: il Consiglio di Università per l’or­ganizzazione didattico-amministrativa, al quale parteci­pano anche gli Enti locali, il Consiglio di Dipartimento per l’organizzazione dell’attività di ricerca e il Consiglio di Laurea per l’organizzazione dell’attività didattica (più il Consiglio Nazionale Universitario, con funzione con­sultiva).

 

Docenti:

 

stratificazione dei docenti in due figure principali, gli ordinati e gli associati (*) accanto ai quali sono tut­tavia previsti i docenti a contratto, i borsisti e gli assi­stenti;

3.600 cattedre di ordinari da istituire nel prossimo biennio e 1.000 nuovi posti di associato;

riduzione del cosiddetto « tempo pieno » alla presenza nell’università « non meno di tre giorni » alla setti­mana;  con obbligo di residenza nel luogo della sede
universitaria (!!);

delega al Consiglio di Dipartimento di permettere ai docenti di ruolo l’esercizio di attività applicative, di consulenza e professionale.

 

Studenti:

 

creazione di tre livelli di « qualificazione accademi­ca » e cioè il Diploma dopo tre anni, la Laurea dopo quattro anni e il Dottorato di Ricerca con successivi
quattro anni di attività di ricerca nei dipartimenti, nei quali si entra previo concorso;

formazione dei Corsi di Laurea comprendenti alcune materie « caratterizzanti » imposte dal Ministero della Pubblica Istruzione, in numero non superiore ad un terzo del totale delle materie del corso (praticamente quelle che finora si sono chiamate « fondamentali »);

divisione dell’anno accademico in due semestri e la istituzione di un semestre orientativo per gli iscrìtti al primo anno, i quali dopo un colloquio con i docenti in cui « chiarire le proprie attitudini » potranno eventual­mente cambiare corso di laurea senza per questo per­dere l’anno;

mantenimento del piano di studi attraverso il quale lo studente programmerà la propria formazione univer­sitaria a condizione che inserisca nel proprio piano di
studi le materie « caratterizzanti » il corso che intende seguire;

ripartizione dei fondi per il « diritto allo studio » tendente ad incentivare l’afflusso degli studenti verso i tipi di corso di laurea ai quali corrispondono le maggiori possibilità occupazionali, secondo una stima ri­chiesta annualmente al CNEL (!) (verranno imposti « controlli severi » affinchè ne usufruiscano effettiva­mente gli studenti « capaci » e bisognosi).

Malgrado questo lungo elenco, le « innovazioni », nel senso di risposte alle esigenze espresse dalla crisi del­l’istituzione universitaria, sono molto poche e semmai vanno nel senso inverso, di restrizione e di abbandono di alcuni punti già compresi nelle precedenti proposte di riforma.

Nei confronti dei docenti, dall’idea del « docente uni­co » che doveva eliminare la stratificazione e gerarchia tra coloro che in sostanza svolgono la stessa mansione all’interno dell’università, si è passati al concetto di « ruolo unico » che suddivide di nuovo gli insegnanti in livelli nettamente distinti, incentivando le spinte cor­porative e carrieristiche e lasciando i nuclei di potere nelle stesse mani di coloro che oggi sono i « baroni » accademici e che dovrebbero diventare professori ordi­nali. Ad essi verrà affidata la gestione dei dipartimenti, che rappresenteranno la struttura più importante a li­vello di potere scientifico, dai quali uscirà la forza la­voro intellettuale altamente qualificata e selezionata, ri­spondente alle esigenze di ristrutturazione dello svilup­po produttivo; in essi si svolgerà essenzialmente attivi­tà di ricerca scientifica, che verrà sovvenzionata dalle industrie e dai gruppi finanziari e quindi sarà subordi­nata alle necessità produttive e alle esigenze di profitto dei monopoli.

Nei confronti degli studenti, di fatto si cerca di crea­re una spaccatura all’interno dei quattro anni di corso inserendovi un diploma al terzo anno di cui non si rie­sce a capire la funzione, soprattutto dal punto di vista delle possibilità di trovare un’occupazione, visto che questo approdo al posto di lavoro è sempre più difficile anche per laureati. Non si capisce quale effettiva di­versa qualificazione possano dare questi due titoli ed inoltre non vengono esplicitati la strutturazione dei cor­si, i tempi e i modi di funzionamento di queste « tappe della carriera universitaria ». L’unica funzione è quella di dividere politicamente la gran massa degli studenti, attraverso fittizie stratificazioni senza nessun contenuto reale, che tendono a dare spazio a spinte corporative tra gli studenti, proprio come si cerca di fare in fabbrica, creando formali divisioni tra i lavoratori con le quali­fiche, che non rispecchiano sostanziali differenze tra le capacità professionali e le mansioni lavorative svolte, dei diversi operai.

La reale spaccatura dal punto di vista dell’utilizzo del titolo di studio e di futuro occupazionale non sta fra laureati e diplomati ma fra questi due e la nuova figura di superqualificato che uscirà dai dipartimenti dopo ben otto anni complessivi di università (di cui uno all’estero) e per i quali verranno stanziati soltanto 2.000 borse di studio per tutti i laureati a livello nazio­nale (!!); si può ben immaginare l’impossibilità asso­luta per la stragrande maggioranza degli studenti di accedere a questo livello della struttura universitaria, che è peraltro l’unico effettivamente qualificante nei confronti del mercato del lavoro, e quindi la funzione esclusivamente e pesantemente selettiva delle strutture

dipartimentali. La differenza tra i corsi di laurea e i dipartimenti non è solo quantitativa, cioè rispetto al numero dei partecipanti; è anche qualitativa, poiché mentre l’attività didattica dei corsi di laurea sarà quella tradizionale, divisa in materie, senza legami diretti con la realtà sociale (con esami, voti ecc.), l’attività nei di­partimenti sarà interdisciplinare e di ricerca (probabil­mente mediante lavoro di gruppo) e preparerà così a-deguatamente i futuri quadri della tecnocrazia.

Da quanto si è detto risulta chiaro che questa rifor­ma è forse più furba di quello che sembra; infatti ri­sponde a tre importanti esigenze del capitale: formare una massa di forza lavoro generica ed una minoranza di forza lavoro qualificata ad altissimi livelli e control­lare la disoccupazione. Questo perché un’importante funzione della scuola di massa è quella di produrre molta gente preparata ad un certo generico livello, ri­spondendo così all’esigenza della produzione di una forza lavoro adattabile, intercambiabile, polivalente; il fatto di avere una grande quantità di forza lavoro con queste caratteristiche crea concorrenza al suo interno e permette alle industrie di abbassarne il prezzo (ad esempio: un ragioniere trent’anni fa era raro e ben pagato).

L’università come sacca di disoccupazione si svilup­perà ulteriormente in quanto conviene al padrone te­nere a scuola quanta più gente possibile, che altrimenti farebbe troppa pressione sul mercato del lavoro; deve però controllarla e tenerla disunita, sia a livello fisico (vedi lo sdoppiamento delle sedi troppo numerose), sia ideologicamente, favorendo la corporativizzazione e dan­do l’illusione al singoli individui di poter percorrere, dandosi un po’ da fare in varie maniere, tutta la scalata fino ai vertici più alti del Dottorato di Ricerca.

Il prolungarsi della carriera scolastica, il fatto che i giovani dovranno passare più tempo a scuola, e tutti noi sappiamo quanto ci costa, garantirà un lavoro sicu­ro e corrispondente al titolo di studio? Forse il signor Scalfaro ci vuole dare questa illusione, ma noi non lo crediamo perché la contraddizione principale della scuo­la borghese, tra la massa di conoscenze in essa accu­mulate e la sua utilizzazione precaria o inesistente nel processo lavorativo parcellizzato e alienante, non si ri­solve facendo studiare di più e meglio (come propone anche il P.C.I.), ma cambiando radicalmente l’organiz­zazione del lavoro e quindi l’organizzazione dello studio, ricomponendo la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, distruggendo la scuola del capitale.

 

 

 

           da  «Rosso. Quindicinale politico-culturale del Gruppo Gramsci», 7 maggio 1973, n. 4

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