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Antologia della rivista "Rosso" (1973 - 1979)

Crisi: cosa prepara il cervello capitalisticoApr. 9, 2008

Crisi: cosa prepara il cervello capitalistico

 

Per cominciare è da dire che, rispetto al tipo di previsioni che eravamo venuti facendo l’anno scorso all’inizio di questa nuova esperienza di movimento, esse sono risultate sostanzialmente corrette anche se, come sempre, la realtà è infinitamente più ricca della teoria. E innanzitutto direi che il primo elemento che è apparso in maniera del tutto chiara è la non specificità della crisi italiana. Infatti la crisi italiana è risultata in quest’ultimo anno essere sempre di più un aspetto, una faccia della crisi generale che investe il modo di produrre capitalistico in questa fase storica.

 

La dimensione della crisi

 

Se stiamo semplicemente ai dati materiali della crisi ci accorgiamo che questi semmai sono più favorevoli, per quanto riguarda la situazione italiana rispetto a quanto avviene in tutti gli altri paesi capitalisticamente avanzati. Ciò riguarda sia la dimensione del prodotto nazionale lordo sia i dati relativi all’inflazione e quelli della bilancia dei pagamenti e quindi all’interconnessione internazionale del mercato capitalistico.

Va quindi sottolineata la dipendenza sempre più pesante dell’andamento della crisi italiana dall’insieme dei rapporti di classe che costituiscono sviluppo e crisi capitalistica sul livello internazionale. Le ragioni della crisi vanno dunque riportate e sempre meglio identificate sul livello internazionale, che diventa quello decisivo. Ciò è sempre stato vero, nello sviluppo capitalistico una volta che si sia usciti dall’accumulazione primitiva: ma lo specifico della nostra epoca consiste nel salto di qualità nell’interdipendenza e nella dipendenza dell’economia capitalistica italiana dal mercato mondiale. Vale a dire che tutte le coordinate esterne sono diventate interne, che non si fa più politica economica in Italia se non le si tiene presenti in maniera fondamentale.

Ora, l’interconnessione tra le economie capitalistiche si è sviluppata a partire dagli anni ’60 in maniera sempre più stringente dentro quella che è la tipica dialettica dello sviluppo capitalistico. Si è verificato cioè non solo un tentativo di ristrutturazione e di perfezionamento delle strutture produttive interne dei singoli paesi, bensì prima di tutto in questa fase un tentativo di pianificazione del mercato mondiale a partire dai punti più alti dello sviluppo tale da offrire una possibilità di controllo e risposta sempre più efficaci contro la circolazione internazionale delle lotte di classe operaia. Come sempre anche in questo caso, è evidentemente l’altezza delle lotte di classe operaia che determina un perfezionamento della struttura capitalistica tale da fissare una continuità del controllo. Ma la continuità delle lotte ha avuto una costanza e un’efficacia, che nel momento stesso in cui veniva formalmente perfezionandosi il meccanismo di controllo, di nuovo esso ha vissuto una situazione di precarietà e di crisi.

Quindi ci troviamo di fronte a una incentivazione continua del rapporto, di controllo a partire dall’area capitalistica avanzata e contemporaneamente a un approfondimento degli antagonismi che si rispecchiano in tutta la loro complessità sull’intera area che il processo capitalistico ha tentato esso stesso di unificare.

Fermiamoci comunque sul primo aspetto. Oggi la consapevolezza capitalistica della necessità di un controllo integrato, comincia sempre di più a svilupparsi in forme che tentano di ritrovare una interna coerenza. È in proposito molto chiaro quanto sta avvenendo sul piano europeo dove dopo una lunga fase polemica tra USA e CEE, viene affermandosi – in questi ultimi mesi – un tentativo di determinazione e di riordinamento dell’intervento, di unificazione del progetto capitalistico di controllo. Questo processo si rileva in una serie di dati materiali estremamente precisi; in particolare si può osservare quanto sia proceduto il coordinamento delle politiche monetarie e in generale di tutte le misure politiche conseguenti alla crisi del petrolio. Da questo punto di vista l’Italia viene riassorbita dentro un livello di controllo diretto monetario, che riguarda, attraverso le condizioni di prestiti e crediti, tutte le altre componenti capitalistiche dello sviluppo; i recenti accordi con la Germania hanno significato essenzialmente un reinserimento politico dell’Italia dentro questi livelli. Si ricomincia anche a parlare di una ricollocazione dell’Italia all’interno del serpente monetario, cioè di una fascia fissa di variazioni negli andamenti della moneta.

Ora tutti questi dati servono semplicemente a sottolineare che l’Italia non è il Cile, che l’Italia è un paese capitalisticamente sviluppato totalmente compreso dentro una capacità di controllo capitalistico che si riferisce ai più alti livelli di classe, che di fronte alle lotte italiane si propone immediatamente il problema della lotta di classe dell’operaio multinazionale.

Ma se questo è il punto di vista capitalistico, tanto più deve essere il nostro.

Siamo al centro di un ciclo di lotta internazionale, sull’intera area dei paesi capitalistici avanzati, e dobbiamo quindi evitare qualsiasi illusione di vivere in un’isola, di confrontarci con l’anello più debole della catena, illusioni queste che purtroppo la propaganda neorevisionista tenta sistematicamente di introdurre all’interno del movimento.

Si diceva: la crisi è condotta a questi apici dall’intensità della lotta operaia, o se volete, molto più materialmente dall’incontenibile processo di crescita salariale, quindi marxianamente dalla nuova irreversibile capacità operaia di soddisfare nuovi bisogni. Il capitale si era abituato a far corrispondere la sua capacità di controllo a un meccanismo riformistico incessante: in fondo la caratteristica fondamentale del neocapitalismo e di tutto quello che era stata la ristrutturazione dello stato dell’economia capitalistica dopo la seconda guerra imperialista era stata indubbiamente la capacità di riassorbire la pressione operaia dentro uno schema riformista che riproduceva il controllo nel momento stesso in cui soddisfaceva alcuni nuovi bisogni fondamentali emergenti attraverso le lotte della classe operaia.

In realtà la crisi scoppia quando questo meccanismo e questa coincidenza tra meccanismi di riproduzione del dominio capitalistico e riformismo cominciano a non funzionare più. Elemento centrale della crisi è senza dubbio l’aumento del prezzo del petrolio, ma solo in quanto esso rivela ed incentiva l’aumento dei prezzi di tutte le materie prime: rivela cioè la prima affermazione vincente di un processo di lotte ormai incontrollabili nei paesi del terzo mondo, in tutte quelle aree che accerchiavano l’Europa.

Da questo punto di vista non sarà mai sufficientemente esaltato il ruolo fondamentale giocato dalla rivoluzione cinese e di tutto che quello essa trascina con sé all’interno dei paesi del terzo mondo. Il capitale a questo punto non può rispondere che con meccanismi riformistici, tentando di legittimare il ruolo di nuove borghesie nazionali capitalistiche: anche a costo di riceverne contraccolpi fortissimi, come appunto dall’aumento dei prezzi di tutte le materie prime, fondamentale condizione per l’apertura di processi di sviluppo dei paesi del terzo mondo. È tutto questo che blocca uno dei meccanismi fondamentali che appunto permettevano la coincidenza della riproduzione dei meccanismi di sfruttamento e di un certo riformismo da parte dello stato pianificato contemporaneo. Lo blocca perché praticamente toglie la possibilità di trasferire l’aumento dei costi della forza lavoro all’aumento dei costi dei prodotti, impedisce cioè quella manovra monopolistica classica che permetteva appunto il riformismo e che era quella di ristabilire un equilibrio tra l’aumento del costo dei prodotti e l’aumento del costo della forza lavoro. L’altro fatto che è assolutamente sostanziale è il livello, come prima si ricordava, delle lotte operaie nella loro quantità e nella loro qualità. Nella loro quantità: come nuovi bisogni che si richiede di soddisfare dal punto di vista del salario cioè della quantità di beni (di reddito) che deve essere distribuita verso la classe operaia e verso i settori del proletariato ad essa collegati; dall’altra parte in termini qualitativi: vale a dire che proprio questi nuovi bisogni cominciano a rompere l’immenso peso di consuetudini repressive, e soprattutto di quella consuetudine diuturna al lavoro capitalistico che proprio l’affermazione di questi nuovi bisogni e il loro soddisfacimento, attacca e rompe. Il lavoro comincia a diventare odioso in quanto non corrisponde più a un bisogno di sviluppo dei singoli strati operai.

 

La crisi degli strumenti di controllo

 

Il cumularsi degli effetti delle lotte dei proletari del terzo mondo e delle lotte operaie metropolitane, nella loro quantità e qualità, non determina solo la crisi dei più classici meccanismi economici del monopolismo. Esso determina anche la crisi dei meccanismi politici del neocapitalismo. In tutti i paesi capitalistici avanzati si assiste al disfacimento delle politiche di controllo, sia che esse si valessero di strumenti monetari e fiscali, sia che giocassero sulla ristrutturazione tecnologica, sia che si affidassero al gioco politico istituzionale (politica dei redditi).

Si è parlato in proposito di crisi della «forma denaro», e può ben essere vero nel senso cioè che ciò è andato in crisi è il rapporto generale fra misura dello sfruttamento e capacità capitalistica di controllo delle quantità di beni da distribuire all’interno del ciclo riproduttivo del capitale.

Ma vediamo le cose ad una ad una. Praticamente in tutti i paesi capitalistici i vecchi strumenti monetari risultano quasi completamente inefficaci alla restaurazione della crisi ed anche a una reazione sulla crisi; gli strumenti fiscali di interventi sul reddito risultano anch’essi totalmente incapaci di incidere in maniera sostanziale nella distribuzione dei redditi e nella manovra di controllo complessiva.

Questi sono elementi estremamente importanti e che comportano la crisi della struttura statale. Qui non si tratta più di ritardi o deformazioni o cose del genere: in realtà è la stessa dinamica delle classi, l’emergere di interessi radicalmente contrastanti rispetto all’interesse generale, che si consolida in tale maniera da rendere assolutamente impossibile un uso comunque definitivo di questo tipo di strumento d’intervento e di riassetto.

D’altra parte enormi difficoltà trova anche l’altro sistema classico di intervento del capitalismo sulla crisi, cioè l’intervento ristrutturante. Tra noi, secondo me, parliamo troppo di ristrutturazione. Tutte le volte che interviene una modificazione qualsiasi all’interno del processo produttivo, qualcuno dice «ristrutturazione».

Ma, questo è nient’altro che la mobilità caratteristica dell’organizzazione capitalistica della produzione. Non possiamo eguagliare la ristrutturazione a quella che è semplicemente la manovra di controllo e alla continuità della innovazione capitalistica. La ristrutturazione è qualcosa di più: è un nuovo modo di controllare la classe attraverso un salto tecnologico, un’innovazione tecnologica effettiva che abbia una reale capacità moltiplicativa di controllo all’interno dell’intero tessuto di classe. L’esempio classico di innovazione è l’inserimento della linea di montaggio che modifica, scompone, ogni elemento di precedente organizzazione di classe, attraverso l’imposizione di una base materiale tecnica estremamente elevata. Oggi invece il processo di ristrutturazione non provoca nessuna seria modificazione dello sviluppo. Si è fatto un gran discorrere sulla chimica, sulla ristrutturazione che avrebbe comportato la chimica sul piano generale, ma dobbiamo dire che, a tre o quattro anni di distanza dall’inizio di queste discussioni, ben poco si è realizzato, se non appunto in termini di modellistica estremamente astratta ed ideologica. Si è parlato poi a dismisura del tipo di ristrutturazione che poteva intervenire attraverso i processi di automatizzazione spinta, tali da determinare salti qualitativi nel modo stesso di condurre la produzione. Anche su questo terreno ci troviamo alla fine di fronte a qualche esempio estremamente interessante ma tutt’altro che capace di rappresentare una tendenza inarrestabile con conseguenza di modifica strutturale dei coni portamenti di classe operaia.

Quindi ristrutturazione sì, ma appunto dentro livelli che non sono comunque decisivi in relazione al potenziale tecnico e al potenziale capitalistico oggi in riferimento della crisi.

Da ultimo è in crisi il sistema del consenso e dei meccanismi allestiti alla sua restaurazione. Non è questo il luogo per ripercorrere descrittivamente le figure dalla crisi della politica dei redditi lungo gli anni ’60-’70. Ciò che interessa sottolineare è che questa crisi non tocca solo i rapporti fra le due classi di lotta ma coinvolge e implica i «cittadini»; la finzione democratica stessa, si riproduce attraverso tutte le variegate articolazioni della società del capitale. La socialdemocrazia come politica emblematica della soluzione dei contrasti di classe, attraverso il consenso dinamico della società, ha raggiunto da questo punto di vista, il più alto livello di inverosimiglianza.

Dunque da un lato ci troviamo di fronte a questo approfondimento della crisi e a questa sua riproduzione generale attraverso i rapporti tra mondo sviluppato e nuove ondate di lotta dei paesi del sottosviluppo, dall’altra a una crisi interna e alla incapacità capitalistica nella situazione attuale di risolvere con gli strumenti tradizionali.

 

Cosa prepara il cervello capitalistico?

 

Vediamo allora – ovviamente semplificando – quali sono i due tentativi fondamentali che sono stati messi in atto dentro la fase attuale dal punto di vista del cervello capitalistico complessivo per la soluzione della crisi. C’è stato da un lato un discorso che è emerso durante il periodo nixoniano, soprattutto attraverso l’iniziativa kissingeriana, e che è stato ripreso dai ceti capitalistici degli altri paesi: era un discorso che vedeva dentro la riorganizzazione nel mercato mondiale la possibilità di assetto transitorio e di blocco momentaneo della crisi. Praticamente si diceva: il tentativo di integrazione (di consolidamento integrato) della aree marginali, l’area del petrolio essenzialmente, e la possibilità di trasferire questi sovraprofitti dei petrolieri in riciclaggio verso i paesi di alto sviluppo, avrebbero probabilmente permesso una ripresa di margini di riformismo e di intervento all’interno dei singoli paesi.

È questa un’ipotesi che vedeva il mantenimento degli equilibri attuali nella crisi all’interno di una possibilità d’allargamento del mercato capitalistico e di consolidamento delle aree marginali, di riorganizzazione interna del mercato capitalistico per sotto-sistemi, dove la nazione forte, la Germania (nella fattispecie per l’Europa); consolidava i suoi rapporti con gli stati che gli stavano intorno dal punto di vista finanziario, da un punto di vista produttivo, ecc. Questo tipo di ipotesi è marciata abbastanza a lungo ed è una ipotesi dentro la quale si è collocato fino in fondo il discorso del compromesso storico in Italia.

Il compromesso storico in Italia avrebbe avuto da questo punto di vista alcuni vantaggi, quali l’inserimento di alcune forze fondamentali al controllo della classe operaia nell’apparato di governo, dall’altra parte avrebbe avuto il vantaggio – in questa situazione – di essere garantito su livelli internazionale integrati, subcomandati, e di riuscire quindi a darsi senza pericoli troppo pesanti all’interno di un’area regionale controllata, per condizioni finanziarie, militari, ecc. a tutti i livelli, in ogni momento.

È fuor dubbio che questa tesi sia marciata, abbastanza lungamente fino a coinvolgere in dichiarazioni estremamente precise anche tutta una serie di rappresentanti del ceto politico ed economico italiano.

C’è però un’altra linea che sta venendo fuori sempre più pesantemente ed è una linea che appunto il rinnovamento della leadership americana (ed anche francese e tedesca) sta riproponendo sul piano europeo e mondiale. È una linea che non vuole la possibilità in tempi brevi di una soluzione transitoria di questo passaggio critico nei termini prima prospettati; vede invece la necessità di un intervento recessivo sul livello mondiale, estremamente pesante, entro termini brevi. È se si vuole la linea emersa in maniera decisamente unanime dentro il dialogo degli economisti della casa bianca, immediatamente ripresa dentro tutti i livelli del controllo finanziario del mondo capitalistico avanzato. Al suo emergere sono subito seguite una serie di misure a carattere deflattivo, con qualche tentativo di accentuazione della crisi in termini ideologici e panici.

Ora è necessario fare attenzione: l’ipotesi deflattiva e recessionistica ha sempre fatto parte dell’armamentario congiunturale del capitale, ma anch’essa ha in questo caso fatto un salto avanti, perché è chiaro che se i rapporti di classe sono così tesi quanto dicevamo, l’uso di una politica deflattiva e recessionistica non è facile, supera i limiti tradizionali del rischio calcolato, si addentra in una sfida pensate con le forze di classe, comporta una ripresa di rischio, un affidamento all’uso della forza anche sul piano internazionale. Ed è quanto stiamo vedendo nell’ultimo periodo, in seguito al nuovo corso diplomatico di Ford-Kissinger. Quello che ora vorrei chiarire è che ci muoviamo su un piano di ipotesi. Tutta la nostra discussione deve su questa ipotesi provarsi, perché è chiaro che il passaggio della ipotesi recessiva (in termini duri) significa la strozzatura fondamentale di ogni iniziativa riformistica, significa quindi intensificazione dei livelli di lotta di classe, e da parte capitalistica di tutte le misure repressive e di attacco.

Probabilmente all’interno del ceto capitalistico l’esistenza di questi due punti di vista troverà una serie di meccanismi fluidificanti e alcuni accomodamenti: ma questo non significa che con tutta probabilità la seconda linea, quella direttamente recessiva, non sia destinata ad imporsi. Tuttavia, nelle more della decisione e nei tempi dell’aggravarsi della crisi, soprattutto nei paesi dove più alti sono i livelli di lotta di classe operaia e più ristretti i margini di decisione capitalistica. è dato attendersi per un certo periodo un aggrovigliarsi delle due tendenze. Questa considerazione vale soprattutto per l’Italia. Qui l’articolazione delle due tendenze, quella riformistica e quella senz’altro recessionista, si darà in maniera nuova rispetto al passato. Come è già stato ricordato da molti compagni, in una situazione per più versi molto contraddittoria, il tentativo capitalistico sarà quello di aggravare la crisi sociale più che la crisi produttiva; si assisterà a tentativi di introdurre nuove divisioni all’interno del proletariato; insomma l’approfondimento della crisi generale passerà attraverso una fase di crisi sociale, un consolidamento delle scissioni interne al corpo di classe, prima di incidere in termini meramente recessivi. Dobbiamo quindi tenere d’occhio soprattutto il rapporto fra crisi economica e manovra di divisione di classe: questo sembra il terreno privilegiato della manovra padronale. In questo senso i padroni italiani hanno bisogno dei comunisti: non come forza di governo ma come reale, effettiva forza di opposizione democratica. Essi debbono mediare quelle divisioni critiche che il capitale è costretto ad imporre. Essi debbono di nuovo rappresentare la specificità subordinata della situazione italiana.

Questo può essere dunque il tipo di mediazione che il modello di sviluppo e di crisi capitalistica trova oggi da noi nel tentativo di ristabilire propri equilibri rispetto alla necessità deflattiva imposta nel medio periodo dal livello internazionale del capitale. Se è vero questo, ne vengono tuttavia alcune conseguenze estremamente pesanti all’interno e complementari all’iniziativa di mediazione. Da un lato infatti, questa scissione capitalistica del sociale, questa diffusione della crisi sul terreno sociale, questa rottura del rapporto sociale di produzione (così come era stato reinventato dall’unità delle lotte), dall’altro un’accettazione degli strumenti del terrorismo di stato, della capacità dello Stato come rappresentante collettivo del capitale di penetrare sistematicamente ogni livello sociale nel tentativo appunto di differenziarlo e di romperlo continuamente.

Se dunque da un lato abbiamo visto la tematica del compromesso storico rientri in gioco, vicina a questo, compagni, c’è ben altro: c’è un tentativo di trasposizione sistematico e continuo della crisi economica in crisi sociale, tale che produrrà senz’altro la necessità di accentuare la verticalità repressiva del sistema. Questo sul piano interno. Ma è chiaro che sul piano internazionale i rapporti tra le situazioni di alcune aree decentrate, in cui i termini della crisi

sociale vengano accentuati (al massimo quali che siano gli espedienti politici usati), e le garanzie internazionali del comando che i capitalisti chiederanno per gestire queste situazioni, diventeranno anch’essi estremamente drammatici, soprattutto. In una situazione come quella italiana dove la linea immediatamente recessiva non è possibile, dove è necessario sviluppare una crisi sociale di divisione e di rottura dei livelli di classe, dove la mediazione e la partecipazione comunista per garantire questo compito transitorio.

Dal punto di vista dell’iniziativa soggettiva questa discrepanza (che non è oggettiva, determinata cioè dai livelli di capitale, ma soggettiva e politica, determinata cioè dalla qualità delle lotte operaie), va tenuto presente come luogo privilegiato d’attacco.

 

I problemi di fronte a noi

 

Giungiamo così ad alcune considerazioni che vengono immediatamente all’occhio sullo stato del movimento e sulle conseguenze che si danno a questo proposito.

Sono abbastanza convinto che sul piano del movimento ci troveremo di fronte ad un allargarsi della forbice tra un tentativo massiccio di classe di mantenere e di sviluppare la lotta sul salario, su quelli che sono i contenuti determinati della resistenza di classe, e quella che è la consapevolezza delle avanguardie della necessità di sviluppare un attacco contro gli strumenti più specifici che il capitale viene sviluppando oggi per la repressione e il blocco della crisi.

Credo che ci troveremo nei prossimi anni di fronte ad un ulteriore, pesantissima crisi dei livelli dell’autonomia data, in quanto essa rivela e non può che rivelare, la sua formidabile tenuta sul piano del rapporto della lotta tra le classi ma poca o nessuna capacità di assumere i livelli più alti della riorganizzazione statale del comando come obiettivo delle sue lotte.

Ed è questo allora il problema sul quale vorrei richiamare la vostra attenzione in inizio di dibattito.

Credo, riassumendo e concludendo, che l’intera dimensione della crisi sul livello mondiale stia accentuando quello che è disparità tra capacità operaia di mantenimento di certi livelli di forza e capacità capitalistica di repressione che sempre di più, sia pur in maniera ambigua, tenta vie recessive e che dentro lo sviluppo di questa via recessiva non può che rafforzare l’iniziativa del terrorismo statale, non può che rafforzare l’urgenza del dominio per linee verticali sulla società. Credo che di fronte a questo, i livelli dell’autonomia dimostrino una loro insufficienza radicale e che perciò il dibattito debba essere portato fin da ora e in maniera sistematica da un lato sulla necessità di costruire forme di lotta di massa adeguate all’attacco capitalistico che stiamo subendo, dall’altro attorno alla necessità dell’organizzazione d’attacco operaio sia contro l’accentuazione del terrorismo di stato sia contro le mediazioni internazionali del controllo capitalistico sulla situazione della lotta di classe in Italia.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» - anno 2 - n. 12 - ottobre 1974

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Un salto qualitativo dell’autonomia operaia Apr. 9, 2008

Alfa Romeo

Un salto qualitativo dell’autonomia operaia

 

La vertenza dell’Alfa Romeo è chiusa! Come ogni lotta ci ha insegnato molto di più in unità e coscienza di classe.

Capire una lotta, comprendere i legami con la vita di tutti i giorni, essere in grado di vedere come lo scontro su degli obiettivi sindacali, inserito in un momento economico (la crisi) diventa poi di fatto uno scontro di potere tra operai e padroni, avere la capacità di costruire sui nuovi livelli di coscienza e di lotta espressi dall’organizzazione operaia, tutto questo per noi è politica: politica dell’autonomia operaia.

Per i padroni fare politica vuol dire scontrarsi con gli operai in tutti i paesi del mondo, trovare il modo migliore di coinvolgerli nei loro programmi di sviluppo sociale, di contenere la spinta delle lotte operaie, di reprimerle la dove è possibile, di spezzarle là dove gli operai sono talmente forti da poter soppiantare la borghesia dal suo piedistallo.

Politica dell’autonomia operaia è dunque scontro diretto con i padroni per il potere di decidere cosa produrre, come lavorare, come vivere. E i padroni allo scontro diretto sono già preparati con le loro strutture statali: esercito, giustizia borghese, prigioni, polizia e burocrazia statale.

Ma vi è anche la politica del riformisti, cioè di quei partiti popolari o addirittura a forte componente operaia la cui linea fondamentale consiste nell’evitare lo scontro diretto tra operai e padroni modificando le strutture statali in senso meno reazionario e togliendo agli obiettivi operai ogni elemento di contrasto.

Nella lotta che abbiamo portato avanti in questi mesi tutto questo c’è dentro.

 

Gli obiettivi operai e la piattaforma sindacale

 

Al momento della elaborazione della piattaforma vi erano tre posizioni all’interno della fabbrica:

a) chi diceva che non bisognava chiedere aumenti salariali, (perché altrimenti aumentavano i prezzi), che bisognava puntare soprattutto sugli obiettivi sociali da portare avanti in sede di partiti di governo e di opposizione. Era la linea del PCI e della parte del sindacato ad esso più strettamente collegata;

b) chi diceva che bisognava chiedere aumenti salariali, ma in quantità limitata, in modo che il padrone ci desse tutto quello che chiedevamo. Inoltre bisognava puntare sugli obiettivi sociali che dovevano essere caricati sul bilancio aziendale e sugli investimenti al sud. Si poneva l’obiettivo del salario garantito e quello “padronale” del “6 per 6”. Era la linea sindacale che voleva la lotta, senza incidere troppo sugli interessi dei padroni (sopratutto la FIM portava avanti questa posizione);

c) la terza posizione, comune alla maggioranza degli operai, era quella che oscillando tra la possibilità di evitare la lotta e la necessità di realizzare obiettivi concreti sui piano salariale e sociale, voleva ottenere aumenti salariali proporzionali all’aumento del costo della vita, di porre il problema dell’inquadramento unico introducendo gli scatti automatici, modificare sostanzialmente l’ambiente di lavoro; voleva trasporti gratis, investimenti al sud senza cedimenti.

Fu imposta la seconda linea (Carniti dovette parlare un’ora prima di strappare un applauso!).

 

La prima fase della lotta

 

La lotta inizia con un corteo interno al Centro Direzionale. La presenza operaia è massiccia e pure forte, anche se inutile, è il servizio d’ordine della FLM per impedire che gli impiegati crumiri e i dirigenti siano buttati fuori dagli operai. La presenza operaia è notevole ogni volta che c’è un obiettivo di lotta significativo; fiacca nelle altre occasioni. La linea del PCI continua a seminare disfattismo dicendo che gli operai non vogliono lottare. Forte è la pressione sugli operai per manifestazioni di pura propaganda sull’opinione pubblica per evitare in ogni modo momenti di scontro. Nonostante tutto ciò, continui cortei interni spazzano crumiri, impiegati e quando la “vigilanza” dei riformisti è meno forte, anche qualche dirigente. Lo scontro politico tra chi ha paura della lotta e chi vuole, è continuo.

 

Il quadro politico

 

Il quadro politico che fa da cornice all’inizio della lotta è quello del blocco “fasullo” dei prezzi del primo nuovo governo di centro-sinistra, dell’opposizione diversa del PCI e dell’appoggio delle organizzazioni sindacali a quel governo. Tutto questo grava come una cappa di piombo sulla classe operaia al punto che uno dei più fedeli militanti del PCI, in sede di Federazione milanese, si rivolta contro la linea ufficiate che non vuole che la lotta parta prima del gennaio 1974, dicendo ai funzionari di andare loro in fabbrica a frenare gli operai. La conferenza di produzione tra PCI-PSI-DC è il prodotto di questo clima. La cosiddetta crisi energetica, la ventilata crisi dell’automobile creano un clima di incertezza e di paura tra gli operai. La crisi del governo Rumor, lo scandalo dei petrolieri, la scoperta dei complotti fascisti, la decisione della DC di andare al Referendum, ribaltano a favore della classe operaia il quadro politico che prima padroni e governo avevano curato artificiosamente. Il PCI e il sindacato cambiano tatticamente atteggiamento nei confronti del governo: si arriva allo sciopero generale di 4 ore: per i problemi sociali e per i prezzi politici dei beni di prima necessità. All’interno del potere democristiano vi è il siluramento di Luraghi alla direzione dell’Alfa e la sua sostituzione con un funzionario fedele. I padroni si allarmano per l’obiettivo del salario garantito contenuto nella piattaforma Alfa.

 

Emerge la linea politica dell’autonomia operaia

 

Il giorno della rottura delle trattative il governo decide un ulteriore aumento dei prezzi e lo stato maggiore del sindacato è tutto a Roma al tavolo delle trattative. È il momento buono e la classe operaia supera ogni esitazione: guidata dalla avanguardie rivoluzionarie occupa l’autostrada dei laghi facendo due giorni di sciopero totale. L’entusiasmo è alle stelle e la partecipazione è altissima. Altissimo è anche il panico dei sindacalisti e dei riformisti che cercano di riportare la lotta su binari più “civili”. La manovra non passa anche se quella forte spinta non riesce ad imprimere una svolta alla lotta.

La sinistra di fabbrica si coalizza attorno alla parola d’ordine: rivalutazione degli obiettivi e scioperi a scacchiera con il blocco delle merci. Il consiglio di fabbrica è spaccato ed arriva quasi alla votazione di questi obiettivi.

L’esplosione della forza operaia non avviene solo all’Alfa. Dalla Fiat all’Alfa Sud, da Genova a Palermo è tutto un fiorire di iniziative autonome della classe operaia.

In contrapposizione a questo comportamento operaio vi è la rigidezza della struttura sindacale che blocca lo scontro e cerca di deviarlo su iniziative di dibattito tra partiti con l’assemblea aperta. Sono due linee politiche diverse all’interno della classe operaia che si fronteggiano: la prima, non egemone, emerge solo nei momenti favorevoli, la seconda incombe sempre come una rete che tiene legata la forza operaia e le impedisce di misurarsi con i padroni.

La seconda rottura di trattative vede un quadro diverso della situazione. I padroni fanno quadrato attorno all’Intersind per impedire che passi il salario garantito: il «Corriere della Sera» dedica persino un articolo di fondo alla questione.

La volontà delle masse si era già espressa in precedenza; ora il fatto nuovo è rappresentato dall’atteggiamento del sindacato: tiene nascosta la rottura per 4 giorni e poi si organizza a gestire la risposta operaia. Capovolge tutti i suoi principi organizzativi (le decisioni dal vertice alla base) passando dalla convocazione di assemblee decisionali su obiettivi immediati di lotta alla accettazioni in C.d.F. della linea di lotta dura con sciopero a scacchiera e blocco delle merci di giorno e di notte. L’esecutivo del CdF, prima chiuso rigidamente, si apre al contributo anche dei compagni rivoluzionari.

Due elementi fondamentali hanno contribuito a questo clamoroso cambiamento: da una parte la sfida di Petrilli che ha mostrato come l’intransigenza delle Partecipazioni Statali nei confronti delle richieste operaie si saldi al disegno politico di Fanfani che col Referendum tenta di spostare a destra l’asse politico e ricattare sempre più pesantemente la classe operaia e le sue organizzazioni storiche; dall’altra la grande forza che la classe operaia ha espresso “in proprio”, cioè anche al di fuori della direzione sindacale e che ha spaventato non poco i sindacalisti. Tutto ciò ha costretto il sindacato a cavalcare la tigre. Ma anche in questa fase le due linee politiche di cui dicevamo prima, quella dell’autonomia operaia e quella del riformismo sindacale, si combattono.

Il corteo al Centro Direzionale si trasforma in una pulizia completa dei crumiri e dirigenti, compreso il presidente Guani che viene circondato da un migliaio di operai e assillato di domande e da frasi come «sfruttatore», «agente di Fanfani», ecc. Il servizio d’ordine sindacale questa volta non c’è, anche se è il sindacalista a “disimpegnare” Guani. La raccolta dei soldi per la manifestazione di Roma (poi annullata) si trasforma in incasso del pedaggio destinato alle autostrade IRI. Il blocco delle portiere è subito attuato dagli operai come blocco totale sia in entrata che in uscita delle merci. Il discorso del prezzi politici di prima necessità viene trasformato dalle discussioni degli operai (ed anche dall’episodio ristretto del la spesa per il picchetto gratis al supermercato) in un principio di attuazione della diminuzione dei prezzi. Così l’obiettivo della casa viene vissuto da decine di famiglie dell’Alfa all’interno della lotta per l’occupazione delle case di via C. Marx e del Gallaratese. La proposta sindacale dell’occupazione della fabbrica durante la Pasqua viene ridicolizzata dagli operai che, se organizzati bene, l’avrebbero attuata fino alla conquista degli obiettivi. Il blocco delle merci, che già qualcuno cominciava a dire che era solo simbolico, è stato invece un grande momento di organizzazione e di mobilitazione. Ogni reparto, a rotazione, doveva garantire il picchetto di notte. E poche sono state le volte in cui vi erano meno di cento operai. La difesa da eventuali attacchi fascisti era garantita. Lo sciopero a scacchiera che continuava a permettere la piena produzione nelle ore di lavoro, fu trasformato in uno sciopero in cui con due ore di sciopero, la produzione invece di sei ore, era di 4,2 e in certi casi anche di un’ora al giorno. Anche l’Assemblea aperta non è andata secondo le aspettative riformiste. Il ministro della sanità Vittorino Colombo non ha potuto parlare perché subissato di fischi e accompagnato alla porta da un corteo di operai (altro che compromesso storico).

 

Il ruolo delle avanguardie rivoluzionarie

 

All’interno della atmosfera di lotta tendente ad accettare lo scontro duro con i padroni qual è stato il ruolo specifico degli opeai rivoluzionari?

L’esplosione di lotta è stato il frutto dell’iniziativa delle avanguardie autonome che hanno saputo esprimere con la proposta di obiettivi adeguati, la volontà delle masse.

Sono stati i compagni dell’Assemblea Autonoma, del Collettivo Politico Operaio e di Lotta Continua a meglio realizzare la direzione politica che gli operai si aspettavano in quel momento. Ma quando si trattava di esercitare in modo organizzato e continuo questa direzione politica si è visto che la capacità di riempire gli stessi spazi politico-organizzativi lasciati aperti dal sindacato, non era più la stessa. La capacità di inserirsi a livello organizzativo nella direzione della lotta, con la definizione della scacchiera incisiva sulla produzione, con l’organizzazione a livello di massa del picchetto notturno vedeva l’Assemblea Autonoma e il CPO in testa alla sinistra di fabbrica. Quando però il momento diventò cruciale, in seguito alla 3ª rottura delle trattative, la direzione politica che gli operai si aspettavano non vi fu. L’ipotesi della occupazione di fabbrica fu trasformata dal sindacato in un obiettivo ad effetto pubblicitario, quale la Pasqua in fabbrica. Nessuna delle componenti della sinistra di fabbrica seppe rappresentare la direzione politica per un livello di scontro così alto.

 

Gli obiettivi raggiunti

 

Gli obiettivi che secondo noi erano prioritari in questa lotta erano: salario garantito, salario, trasporti gratuiti.

Il salario garantito che sindacato e partiti di sinistra sbandierano come vittoria è garantito solo a parole. Noi non siamo stupidi come tanti che, siccome lo sono, dicono che la nostra critica è perché la garanzia del salario è solo al 90°/o. Non è la quantità in sé per sé, anche se 150.000 ore per 20.000 lavoratori e visti i tempi che corrono nel settore auto (vedi Fiat) non sono la luna; è la motivazione politica, i motivi per i quali si potrà attingere da questo monte ore che sono una sconfitta di principio. È specificato nell’accordo che il salario garantito ottenuto subentrerà «ogni qual volta che la direzione aziendale sarà costretta a sospendere per motivi tecnico-organlzzativi».

Questo vuol dire che se sciopera la verniciatura e sospendono l’abbigliamento, siccome la sospensione è dovuta a motivi di lotta e non tecnico-organizzativi all’abbigliamento non spetterà il salario garantito. E la direzione ha principalmente usato negli ultimi anni la sospensione proprio per impedire le lotte di reparto e mettere gli operai gli uni contro gli altri.

Sul salario abbiamo avuto praticamente tutto quanto si era richiesto a... novembre dell’anno scorso. Visti i livelli di lotta bisognava rivalutare gli obiettivi salariali. Senz’altro se avessimo chiesto di più avremo superato le 21.000 mensili. Si tratta ora dì avere la capacità di vedere come avere più soldi (ad esempio dall’applicazione dell’inquadramento unico impostandolo in modo da poter raggiungere tutti i livelli più alti che sono anche quelli che hanno il salario più alto).

Obiettivi sociali: abbiamo ora 600-700 milioni per realizzare case e trasporti, però manca a livello dei problemi territoriali un qualsiasi organismo in grado di dire come spendere questi soldi, ma soprattutto in grado di coordinare le fabbriche e le scuole per esempio sul problema dei trasporti, per impostare forme di lotta adeguate e tali da farci avere anche gli obiettivi sociali, minimamente in grado di gestire la lotta dell’occupazione delle case che settanta famiglie di operai dell’Alfa stanno conducendo.

 

Perché è una vittoria

 

Per gli operai questa lotta rappresenta una vittoria perché per la prima volta in quattro anni di lotte dure, vi è una vicinanza tra obiettivi richiesti e risultato. Nelle lotte passate, lo scarto era molto più grande. L’altro elemento positivo è rappresentato dalle ore di sciopero spese. Anche qui per la prima volta in quattro anni non abbiamo superato le 200 ore dì sciopero, ma sono state sufficienti 100, usate in modo “diverso”. Per gli operai rivoluzionari è stata una grossa vittoria politica l’essere riusciti a far riprendere in mano a tutti gli operai, la capacità di gestire in prima persona la propria lotta. Anche se la battaglia sugli obiettivi era stata persa, rimane fermo questo punto che dal lontano 1969, sembrava definitivamente perduto.

 

Prospettive

 

Il livello di scontro si alza sempre di più e la capacità di lotta espressa dalla classe operaia deve trovare rispondenza nelle avanguardia rivoluzionarie. L’esempio della mancata occupazione di fabbrica e la sconfitta nella battaglia sugli obiettivi, devono farci riflettere. Sempre di più la classe operaia, nella sua espressione politica dell’autonomia, esprime delle esigenze ad un livello di lotta, che necessitano una capacità organizzativa complessiva.

Capacità organizzativa a livello di reparto per riuscire ad affermare gli obiettivi operai dell’egualitarismo, della lotta per la salute, del salario garantito, della lotta ai ritmi, alla repressione padronale, dell’antifascismo militante. Ogni operaio diventa sempre più cosciente che di fronte all’attacco sempre più frontale dei padroni, diventa problematico difendere i propri interessi con il metodo degli «accordi» e dei «compromessi». Si chiudono sempre più gli spazi istituzionali risposta dura alla sfida dei padroni. Ma questo ci porta al di fuori degli strumenti tradizionali, dei governi favorevoli alla classe operaia, di nuove maggioranze, di votare bene, ecc. per metterci su quello della lotta fino alle estreme conseguenze. Occorre quindi superare la delega per affrontare in prima persona il destino della classe operaia e della società intera. Occorre una capacità organizzativa a livello dì fabbrica capace di rappresentare la direzione politica dell’autonomia operaia in lotta contro i padroni e contro la linea riformista. È necessario anche un minimo di coordinamento nazionale che permetta il confronto delle esperienze particolari e la elaborazione di una linea politica strategica che scaturisca dallo sviluppo concreto della lotta di classe.

 

Assemblea Autonoma

Collettivo Politico Operaio

Alfa Romeo

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» - anno 2 - n. 10 - maggio 1974

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Fuori i soldi per il resto sbrigatevela voiApr. 9, 2008

NAPOLI: IL MOVIMENTO DEI DISOCCUPATI ORGANIZZATI

 

Fuori i soldi per il resto sbrigatevela voi


I disoccupati organizzati hanno scelto di nuovo la linea della lotta violenta nelle  strade.

Il 29 novembre saputo del­l'accordo truffa sul collocamen­to, i disoccupati hanno risposto con blocchi stradali per tre giorni in diversi punti del centro cittadino sino agli scontri in piazza Mazzini: gomme bru­ciate, pullman dirottati ed usati come barricate, sassi contro la celere che risponde sparando con pistole e raffiche di mitra. È dentro i fatti degli ultimi giorni che si vede il salto com­piuto dal movimento negli ulti­mi sei mesi. Dopo la fase della rabbia spontanea e di­sorganizzata, nella settimana rossa di lotta i disoccupati scel­gono il terreno della violenza organizzata come forma di lotta di massa.

Oggi, dunque, in concomitanza con lo scontro per i con­tratti nelle fabbriche a Napoli, il movimento dei Disoccupati Organizzati si prepara ad una resa dei conti con il padrone, lo stato. C'è chi si meravi­glia della realtà del movimento dei disoccupati: in realtà a Na­poli i cosiddetti emarginati sono impiegati in decine di attività produttive come il lavoro preca­rio nelle ditte (edili ed alimen­tari); il lavoro a domicilio, il la­voro, in piccole imprese inte­grate (scarpe ecc.), lavoro nero. Lavoro o no vogliamo campare; questo è il bisogno che c'è nella lotta dei disoccupati oggi: una vita decente senza subire il ri­catto del lavoro.

Non si tratta ora di esaltare un movimento, che, come in passato; dopo momenti duri di scontri è rifluito sul binario morto delle marce e delle tende per il lavora. La contraddizione fra chi vuole lavoro e chi prati­ca la lotta per il salario garanti­to è tuttora aperta nel movi­mento dei Disoccupanti Organizzati. Su questo siamo molto chiari: o l'uso della propria for­za si lega ad obbiettivi e forme di lotta che paghino o si rischia di parlare a nome di un movi­mento che va in un vicolo cieco.

Del resto la giunta di sinistra non garantisce livelli di occupa­zione, ma solo la «moralizzazio­ne della vita pubblica e tende ad eliminare quelle sacche di reddito garantito dalle clientele elettorali per non creare una nuova sacca di reddito impro­duttivo che aggraverebbe il già fallimentare bilancio dell'ammi­nistrazione provinciale e comu­nale. PCI e sindacato si sono inseriti sempre su questa debo­lezza del movimento per ripor­tarlo sui binari consueti delle lotte pacifiche e sempre perden­ti. L'esempio più chiaro sono i 700 strappati con la lotta da Vico 5 santi. Il PCI e Democra­zia Proletaria con una evidente manovra elettorale, in seguito agli scontri di piazza Dante, spingono i centri di potere lega­ti alia DC, ad accettare l'assunzione dei 700, fuori dai meccanismi clientelari. Riformisti vecchi e nuovi mirano a sostituirsi alla DC nel meccanismo di assegnazione dei posti, cioè nella ristrutturazione del mercato del lavoro. È di questi giorni la «grande vittoria» sbandierata dalla maggioranza del Consiglio dei delegati dei Disoccupati Organizzati sulla riforma del collocamento chf prevede un nuovo centro meccanografico ed una nuova graduatoria^enerale.

Di fronte ai proletari disoccupati che chiedono un salario che comunque garantisca loro una vita decente, Pci, sindacato e giunta di sinistra fanno questo discorso: «volete campare? Bene! però dovete piegarvi al ricatto di dover lavorare per vivere, di piegarvi ad un qualsiasi lavoro».

La vertenza Campania non è neppure un polverone. In realtà non c'è neppure un posto di lavoro da contrattare.

Stato, padroni e sindacato lo dicono chiaramente: se vogliamo investire capitale lo facciamo per espellere lavoro e non per aumentare imposti nelle fabbriche.

A parlare di miliardi sono rimasti soltanto i gruppi.

Oggi, per noi proletari di­soccupati si tratta di capovolge­re tutto questo: i padroni sono disposti a darci i soldi pur di fermare la nostra lotta; allora noi vogliamo lottare per soddi­sfare i nostri bisogni con forme di lotta vincenti e che paghino subito. Vogliamo imporre il no­stro Potere Proletario perché siamo un settore di massa del proletariato. Due sono le cose che ci permettono di imporre il nostro programma di potere.

L'uso della violenza: lo ab­biamo fatto in questi giorni: blocchi stradali mobili, gruppi organizzati di compagni "che hanno affrontato lo scontro con la polizia. Era stato già fatto il 29 settembre, quando dopo l'ennesimo bidone in prefettura furono spaccate le vetrine in via Roma piene di oggetti di lusso.

L'appropriazione: per noi im­porre il Potere Proletario signi­fica accettare la provocazione del padrone che ci mette da­vanti case di lusso sfitte, supermercati pieni di viveri a caro prezzo, che vorrebbe farci pa­gare a pre/zo aumentato luce acqua gas telefono, che mette in cassa integrazione e chiude le fabbriche mentre i disoccupati si organizzano.

A questo punto possiamo de­finire un programma di lotta per i prossimi mesi: sussidio garantito fino all'avviamento al lavoro: non pagamento di bol­lette (luce acqua ecc.), tasse, affitto, trasporti, autoriduzione dei prezzi dei generi di prima necessità; assistenza sanitaria gratuita.

In un programma operaio d'attacco va stabilito ogni rap­porto tra chi lotta in fabbrica e i disoccupati. Si tratta di opporsi fermamente in fabbrica e fuori alla mobilità, ai licenziamenti, ai trasferimenti: di praticare forme di lotte che vanno verso la riduzione drastica della gior­nata lavorativa. 35 ore pagate 40 significa per l'Italsider la 5a squadra, la possibilità anche minima di nuovi posti; si tratta di trovare nelle lotta di appro­priazione la capacità di organizzare operai e disoccupati sul territorio.

DISOCCUPATI DELLE LISTE ZERO UNO

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 20 dicembre 1975, n. 5

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Per noi e' appropriazioneApr. 9, 2008

I PADRONI E GLI OPPORTUNISTI SONO SPAVENTATI

Per noi e' appropriazione


Le colonne dell'Unità e dei suoi supplenti locali, dal Paese al Manifesto erano particolarmente inquiete Venerdì 14. La cronaca turbo­lenta della sera precedente ha fatto scatenare la fervida fanta­sia dei redattori.

Poche ma efficaci parole come nelle più sante tradizoni del migliore giornalismo.

Saccheggio e rapina, furto e assalto nonché razzia.

Teppisti quindi banditi, rapi­natori praticamente fascisti, suggerisce qualche cortigiano come al solito più realista del re.

Poi una rapida carrellata sul­l'ammontare dell'estorto, cioè del bottino o refurtiva propria­mente detta.

Non è la recensione di un film di Peckmipah. Non è il Muc­chio Selvaggio. Billy the Kid non c'entra anche se nei panni di Pat Garret più di un articoli­sta della sedicente sinistra non stenderebbe a ritrovarvisi.

Non ci interessa indagare. Il compito di fare luce lo lasciamo volentieri alla questura e ai suoi aficionados di A.O. sempre validi in queste occasioni, come dimo­strano recenti avvenimenti mi­lanesi.

Ci interessa piuttosto ragio­nare sui fatti, andare al di là di etichettare comportamenti ed azioni per i quali con puntuale mo­notonia si fa il nome di «quelli di via dei Volsci», del «covo di delin­quenti comuni» come usa dire un noto boia fucilatore di partigiani.

CHI RUBA, A CHI?

Il grido di dolore per i profit­ti di Cefis è decisamente scom­posto e va ben al di là della semplice indignazione. La gente per bene, i mass-media si sen­tono scoperti, presi con le mani nel «sacco».

L'equazione dei valori, stu­dio-lavoro-soldi-dischi e vestiti e tempo libero, non funziona. Non solo incontra estraneità e rifiuto ma viene attaccata.

«Usate tutti i mezzi per con­vincerci a comprare quello che volete ai prezzi di rapina che voi fissate. Ora se di soldi se ne vedono sempre meno noi non siamo certo disposti a rinuncia­re!»

L'ideologia del sacrificio è al­leata della sconfitta e c'è sem­pre meno da prendere se non si vuole tutto. E quindi un atto d'accusa quello messo in pratica da dieci, cinquanta o cento giovani proletari.

Ma c'è dell'altro. Ad esempio il «non professionismo» messo, in mostra. Sicuramente c'è chi avrà da ridirci sopra ma i pa­droni della merce in vendita hanno ben poco da rallegrarse­ne.

Frasi come «tutti giovanissi­mi», «c'erano diverse ragazze», «notate giovani donne» ecc. ecc. non sono quelle che favoriscono sonni tranquilli.

Finché il proletariato «under 21» agiva isolato, operava indi­vidualmente, la sua azione di disturbo era ritenuta «sopporta­bile». Questo ora non è più dato. Un comportamento d'ap­provazione che diventa di mas­sa, nei bilanci ci va stretto, non è più programmabile, colpisce dove e come vuole, è insomma molto efficace.


SPESA POLITICA

Titola a tutta pagina un gior­nale della sera a Roma. «A Montesacro assaltata la Standa — Al Trionfale il magazzino Consorti» spiega il Messaggero e fa seguire la cronaca dei «due preoccupanti atti di saccheggio di massa».

Scrive il giornale in cronaca cittadina: «Alle 18,40 ai magaz­zini Standa di piazza Talenti, una trentina di giovani alcuni con i fazzoletti rossi che copri­vano parte del viso, hanno in­vaso il settore abbigliamento si­tuato al piano terreno del ma­gazzino. Gridando «tutto questo ci appartiene perché è del pro­letariato» e lanciando manife­stini in cui si giustificava l'in­tervento hanno cominciato ad arraffare giacconi, pellicce, pantaloni e gonne.

«Hanno infilato tutto dentro dei grandi sacchi scuri — ha detto un commessoso — di quelli che sevono per raccoglie­re la spazzatura.

C'erano diverse ragazze».

Naturalmente la clamorosa invasione, alcuni cantavano o ritmavano slogan, ha provocato un fuggì fuggì generale tra i clienti.

Prima di uscire i giovani hanno lanciato dei manifestini. Si rivolgono «a tutto il proleta­riato giovanile».

Pochi minuti dopo, probabil­mente un altro gruppo che agi­va in contatto con il primo, è entrato cantando inni e slogan sulla base musicale di «Pueblo unido» nel negozio Consorti, specializzato nella vendita di dischi ed apparecchi stereofoni­ci. Si è ripetuta più o meno la stessa scena. Alcuni citando slogan contro il capitalismo si sono impossessati di posters, molti dischi, di un giradischi con amplificatore e di un appa­recchio stereo. «Non ce l'abbia­mo, con voi — ripetevano ai commessi — non vi succederà niente se state buoni».

Prima di andarsene hanno tagliato i fili dei due telefoni e si sono allontanati portandosi via il tutto nei soliti sacchi scuri della spazzatura».

Fin qui le righe di un giorna­le. Nel resoconto entra comun­que di diritto tutto il casino sol­levato dagli enti di informazio­ne, tutto lo spazio che quotidiani e settimanali, radio e tv hanno rivendicato come «parte civile» nel processo al «proletariato giovanile».

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 29 novembre 1975, n. 4

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Questo stato e' malato: che crepiApr. 9, 2008

SALTANO I BILANCI DEGLI ENTI PUBBLICI

Questo stato e' malato: che crepi


Ai padroni e ai loro servi­tori, che vedono un futuro in cui noi siamo ridotti a lavori da barboni e alla fame, dobbiamo rispondere con una pesante richiesta di «salario so­ciale». Riprenderci quello che ci tolgono con l'inflazione e con il pagamento salato dei servizi (luce, gas, telefoni) attraverso la richiesta di soddisfacimento dei nostri bisogni. Non ce ne im­porta niente dei passivi degli enti locali o dello Stato; voglia­mo sussidi di disoccupazione, ospedali, case, scuole, strutture sociali adeguate. Se si entra, come il PCI, nell'acccttazione della logica del bilancio passivo si arriva alla paralisi: ciò che sta ora avvenendo per gli ospe­dali. Il collasso definitivo del si­stema ospedaliero italiano è previsto: le mutue sono piene di debiti e trascinano nel vortice anche gli ospedali che nel di­cembre del '73 avevano un cre­dito verso gli enti assistenziali di 2100 miliardi di lire, salito nel marzo del '74 a 2.500 mi­liardi. Intervenga lo Stato ... a noi ciò che interessa è che il fabbisogno sanitario italiano è molto al disotto del limite giu­dicato ottimale dall'organizzazione mondiale della sanità.

In Italia secondo le ultime statistiche esistono negli ospe­dali pubblici circa 463.000 posti letto, con un rapporto di 8,57 posti letto per mille abitanti, mentre il rapporto giudicato ot­timale è di 12 posti letto per mille abitanti. D'altra parte co­noscendo gli ospedali del nord, che spesso hanno proprio i 12 posti letto per mille abitanti, ci si rende conto che questo rap­porto non è sufficiente. Non parliamo poi della Campania che ha 2,8 posti letto per mille abitanti o della Calabria che ne ha 3,3. Ad Avellino la situazio­ne poi è agghiacciante: 0,65 po­sti letto per mille abitanti.

Gli ospedali del sud sono cer­tamente quelli più soffocati dai debiti, ma anche quelli lombar­di hanno crediti dalle mutue che nel 1973 ammontavano a 472 miliardi e 286 milioni.

La situazione degli enti locali è altrettanto fallimentare: 20 mila miliardi di debiti. La DC in alcune situazioni, come a Torino, aveva trovato il trucco per pareggiarli: gonfiava le en­trate e riduceva le spese (natu­ralmente solo sulla carta). Certo che solo una vocazione al suicidio, può far pensare di voler mettere le mani in situazioni di questo genere, infatti lo Stato non ha potuto «riconoscere» il disavanzo e il Comune è stato così escluso da un possibile in­tervento. La vocazione che ha il PCI di risolvere i problemi dei padroni non desiste neppure di fronte al fatto che a Torino gli istituti di credito da tempo chiedono all'amministrazione di « rientrare ».

Accettando tutto del sistema — come fa il PCI — si è co­stretti ad accettare anche l'esi­stenza dei tassi usurai delle banche. La Cassa di Risparmio, feudo lottizzato della mafia DC, ha realizzato nel '74 pro­fitti per 400 miliardi di lire. Quindi gli enti locali che sono costretti ai prestiti sono anche obbligati a pagare tassi d'inte­resse altissimi. Il governo preme per contenere la spesa pubblica e soprattutto quella degli enti locali. Al 31 dicembre del 1974 sono stati concessi mutui per 4293 miliardi. Nel 1975 il go­verno ha deciso di non consen­tire alcuna copertura di nuovi bilanci, rendendo non più sostenibile la situazione degli enti locali.

Finora questo sistema econo­mico, sia quello liberale che quello delle corporations mul­tinazionali ha soddisfatto i bi­sogni voluttuari, lasciando com­pletamente scoperte tutte le aree sociali. Ora certi economisti pensano che si potrebbe trarre profitto anche dai servizi: fa­cendo pagare care le bollette e l'assistenza. La FIAT che si mette a costruire ospedali, e al­tre soluzioni altrettanto brillanti che non rinunciano alla logica dello sfruttamento e del profit­to. La nostra risposta è: i servi­zi dello stato o dell'amministra­zione li paghiamo quanto stabi­liamo noi e vogliamo il soddi­sfacimento dei bisogni sociali a livelli adeguati, anche se con ciò deve saltare il bilancio dello stato.


 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 29 novembre 1975, n. 4

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